| I cannoni in bronzo di Sciacca. Rinvenimento, recupero, e spunti per la datazione e per l' attribuzione del relitto - di Gianfranco PurpuraRedazione Archaeogate, 18-06-2008  [0]La vicenda del rinvenimento dei resti di una grande nave da guerra, naufragata a circa ottanta metri dalla riva in soli cinque metri di profondità nella zona di Coda di Volpe (Sciacca), sito già di precedenti rinvenimenti, ha avuto inizio con una segnalazione pervenuta nel 1992 alla Sovrintendenza Archeologica di Agrigento da parte del Circolo subacqueo Hippocampus di Sciacca [1]. Tale segnalazione, preceduta dall'isolato recupero di due cannoni di bronzo, fu portata alla mia conoscenza dai soci del suddetto Circolo, con i quali - su sollecitazione della Sovrintendenza per un intervento d'urgenza - ho potuto effettuare alcune ricognizioni ed il recupero di altri due cannoni di bronzo (fig. 1). Alla data della segnalazione ancora non ci si era resi conto dell'esistenza di un giacimento unitario, ma si pensava piuttosto a singoli reperti gettati in mare, o da un'imbarcazione in transito o dalla terraferma, dall'alto dell'incombente Capo delle Terme (fig. 2). La zona infatti, in prossimità dell'antico caricatore per il grano, risultava sicuramente coinvolta in antiche vicende belliche e marine [2] (fig. 3). Nel 1642 due vascelli inglesi - il San Martino ed il Tre Re, che avevano caricato il frumento del fertile entroterra siciliano, convogliato a Sciacca - pare che siano stati attaccati da navi francesi, messe in fuga senza danni dai cannoni della città [3]. Ancora nel 1650, durante la festa religiosa di S. Maria del Giglio, erano stati lanciati da Sciacca fuochi pirotecnici di una intensità tale da indurre due navi britanniche in transito a ritenersi addirittura attaccate ed a sparare cinque colpi sulla folla saccense. Per non aver prodotto danni - secondo alcuni a causa della protezione del manto della Madonna intravisto in cielo - le palle di ferro vennero incastonate in ricordo del miracolo nel portale della relativa chiesa, ove ancor oggi si trovano [1] (fig. 4). L'alta rupe bianca di Cammordino, adiacente alla cittadina e prospiciente al relitto, era stata forata nel 1615 da un tal Giovan Battista Giustiniano, di origini genovesi, per il transito delle sue pecore e successivamente il passaggio era stato ampliato per consentire il transito dei carri (fig. 1). Alcuni ambienti scavati nel tenero calcare alla base dell'altura lungo la spiaggia del naufragio, erano stati adibiti a tombe antiche, a ricoveri di pastori e persino a rifugi antiaerei, durante l'ultimo conflitto mondiale. Frammenti di anfore e resti lignei di uno scafo nei pressi, in località coda di Volpe, testimoniavano il verificarsi di un naufragio in età romana. Ivi l'equipe di Nino Lamboglia aveva effettuato nel 1973 una ricognizione, conclusasi con il recupero di un ceppo d'ancora in piombo da un relitto romano insabbiato. Tale ceppo - secondo una prassi irrazionale a quel tempo frequente - pare sia stato trasportato nel Museo di Albenga, ove ancora oggi dovrebbe essere custodito [5]. Nel maggio del 1996, in occasione di un primo sopralluogo, il rinvenimento di altri due splendidi cannoni cinquecenteschi indicava che nella zona vi era qualcosa di ben più importante di singoli reperti postmedievali abbandonati in seguito ad una intensa frequentazione del sito (fig. 5). Il giacimento, racchiuso in un canalone roccioso con il fondo di sabbia quasi parallelo alla riva, comprendeva un'area oblunga di circa un centinaio di metri (fig. 2). Ciò lasciava presumere che uno scafo, andando alla deriva, si fosse poggiato su uno scoglio del fondo, proteso verso il mare aperto. L'imbarcazione, naufragando, aveva rovesciato di traverso, all'interno del canale verso la spiaggia, l'intero carico che si rinveniva caoticamente sparso e frammentato sotto la sabbia. Due affusti di cannoni di bronzo di oltre tre metri di lunghezza - uno per metà tortile come una colonna (fig. 6), l'altro marcato dallo stemma di una salamandra (fig. 7) - vistosamente dorati e decorati con iscrizioni, apparivano frammisti a palle di cannone di vario calibro, di ferro, di piombo con un'anima ferrosa o di pietra (fig. 8). Non mancavano piccole pallottole di piombo per moschetti o archibugi e cunei utilizzati per bloccare i mascoli. Due petriere in ferro - una con il mascolo ancora inserito, segno inequivocabile d'imminente combattimento - venivano localizzate in una seconda ricognizione del giacimento e lasciate in situ. In un punto del fondale un gran numero di concrezioni ferrose - relative a chiodi, anelli ed a qualche attrezzo - indicava l'originaria ubicazione di una cassetta lignea, ormai completamente disgregata, che un tempo aveva contenuto numerosi strumenti da carpentiere (fig. 9). L'ipotesi appariva suffragata dalla coesistenza di reperti che non recavano alcuna traccia d'uso insieme con oggetti già utilizzati, come alcuni chiodi o anelli di portellone di boccaporto, in qualche caso schiacciati da colpi di maglio, in altro caso non ancora battuti. Ulteriore indizio dell'attività di un carpentiere era costituito dalla presenza di un grande rotolo di lamina di piombo, solitamente utilizzato per foderare le carene degli scafi (fig. 10). Frammenti contorti di altre lastre di piombo, che un tempo erano state applicate ad una chiglia, recavano traccia dei fori per i chiodi di fissaggio e testimoniavano il duro trattamento al quale era stato sottoposto il legname dell'imbarcazione naufragata. Resti dello scafo erano infatti presenti, non solo in frammenti al di sotto di oggetti pesanti come i cannoni, ma per una estensione dissabbiata di circa quattro metri di lunghezza in una zona adiacente all'affusto di cannone con lo stemma della salamandra. Il giacimento dunque includeva significativi resti della nave, che appariva violentemente disgregata, forse per effetto di una deflagrazione conseguente ad un combattimento. Il grande rotolo di lamina di piombo non utilizzato faceva parte delle dotazioni di bordo, tenute di riserva e fornite al carpentiere dall'arsenale al momento dell'armamento e della partenza della nave. Esso era stato arrotolato insieme ad un sacco del quale, oltre a qualche filamento incluso, restava visibile solo la tramatura ancora impressa nel piombo (fig. 10). Nel caso di naufragio in prossimità della riva, quando i reperti vengono ricoperti dalla sabbia, essi non possono di solito essere più recuperati per la difficoltà della loro localizzazione sotto la sabbia del fondo e per l'impraticabilità in antico di uno scavo subacqueo. Tutto il resto è destinato ad esser trascinato dalla violenza del mare verso la riva o ad essere ripescato. Così si spiega l'assenza di ancore o di catene nei pressi del giacimento. A Cefalù, nel sito di un relitto del Seicento naufragato in prossimità della riva, si può constatare ad esempio il recupero delle ancore effettuato per trazione dagli scogli della riva, segnalato da una catena che dal relitto conduce alle rocce [6]. In casi del genere i corpi delle vittime respinte sulla spiaggia venivano sepolte lungo il litorale adiacente il sito del naufragio. Un'indagine in terra, nella zona del relitto, potrebbe rivelare ancora le sepolture dei naufraghi, come nel caso del naufragio del San Pedro de Alcantara (1786) in Portogallo, ove sono state scavate le tombe di alcuni naufraghi lungo la spiaggia del disastro [7]. Sotto uno dei cannoni sono state osservate delle ossa: un osso assai robusto apparteneva ad un animale di grande taglia, forse un bue, un altro era relativo a parte di una mandibola di una capra o di un montone. Infine era presente anche una costola, forse umana. Il più interessante dei cannoni di bronzo di Sciacca, lungo oltre tre metri e dieci centimetri, scagliava palle del diametro di dieci centimetri. Il pomolo della culatta, che reca ancora tracce dell'originaria doratura, raffigura un tulipano. Il corpo dell'affusto ancora ricoperto di concrezioni appariva decorato con grandi "F" e tempestato da gigli disposti a scacchiera, come in un "bastardo" (pezzo da ventiquattro) della Reale di Luigi XIV nel Museo della Marina a Parigi, decorata dallo scultore Pierre Puget. Oltre alla sigla, incisa dopo la fusione, "AC 20 R 98", esso presentava nei pressi della culatta la lettera "B" in rilievo con il segno di un'abbreviazione, marchio che potrebbe riferirsi al noto fonditore Baube. Lo stemma della salamandra che estingue le fiamme, come la fenice presente su di un cannone della Therése, nave ammiraglia della flotta di Luigi XIV deflagrata a Candia [8], denota la dignità del corpo politico del re che non muore mai, distinto dal suo transeunte corpo fisico, autorità che finisce per sedare i contrasti tra gli uomini per la sua natura sovrumana. Il simbolo era stato adottato agli inizi del Cinquecento da Francesco I, come "impresa d'anima", cioè stemma personale del re [9]. Un altro cannone, ancora più lungo (tre metri e venti centimetri), aveva un calibro di sette centimetri e mezzo di diametro e pesava oltre ottocentocinquanta chili. Si presentava tortile nella parte anteriore, e recava - oltre ad un graffito (X6II 0S XXXIIII LS) - un grande giglio in rilievo ed una "C", iniziale del nome del non identificato artigiano, artefice del pezzo. Due scudetti lisci sull'affusto potrebbero essere stati adibiti come sostegni di stemmi, oggi perduti. Degno di nota appariva il mirino intagliato nella bocca del pezzo, che certamente era utilizzato come arma di precisione dalla lunga gittata. Entrambi i cannoni recuperati erano pronti al tiro, contenendo ancora all'interno della canna la palla e resti della carica di polvere da sparo. Anche un altro cannone, recuperato in precedenza, era già apparso pronto al fuoco. L'analisi dei residui interni di un cannone ha mostrato tracce di polvere da sparo, la presenza cioè di ossidi di ferro, di zolfo e di composti solforati, oltre a carbone. Assente naturalmente il salnitro, scioltosi nel mare [10]. Sussistono altri indizi - oltre al fatto che alcuni pezzi ed una delle petriere erano pronti a far fuoco - che inducono a pensare che l'imbarcazione di Sciacca fosse stata impegnata in uno scontro a fuoco poco prima del naufragio. Alcune palle di pietra di diametro elevato (cinque da quattordici e tre da diciotto centimetri) si rinvengono spezzate, come se avessero colpito la nave affondata, fratturandosi. Sono presenti anche alcune palle "incatenate", utilizzate per devastare le velature ed immobilizzare le navi nemiche. Per la vicinanza della riva, non è possibile supporre che il combattimento si sia svolto nel medesimo sito del giacimento. Piuttosto si può ipotizzare che lo scafo danneggiato in uno scontro più lontano dalla costa sia andato lentamente alla deriva, sino a poggiarsi su di una prominenza rocciosa in prossimità della spiaggia. La minuta frammentazione dei reperti potrebbe quindi derivare da un'improvvisa esplosione. Gli altri due cannoni recuperati in precedenza erano di dimensioni inferiori: uno lungo due metri e sessantatre centimetri, con un diametro della bocca di sette centimetri, l'altro lungo un metro e quarantaquattro centimetri, con un diametro della bocca di nove centimetri. Quest'ultimo affusto reca in rilievo una "B" apicata ed è forse ascrivibile al medesimo fonditore del primo pezzo qui descritto. L'altro presenta le sigle B e D, un piccolo emblema con un fiore a cinque petali - come in un cannone del relitto E di Filicudi - e nella linea inferiore alcune sigle (X 4ø). Al centro dell'affusto appare vuoto un rilievo per uno stemma. Dal sito del giacimento proviene una coppetta in peltro alquanto corrosa ed alcuni frammenti di una ciotola - internamente invetriata con disegni in verde graffiti e tracce di pittura azzurra - di fattura cinquecentesca. Sono stati infine recuperati due anelli di lamina di bronzo ripiegata su se stessa di diverso diametro (fig. 11). A differenza della maggior parte dei reperti ferrosi lasciati sul fondale, tali reperti sono stati rimossi dal giacimento in quanto in un primo tempo sono stati ritenuti parte di un sestante nautico, ma l'ipotesi si è rivelata infondata. E' stata invece lasciata sul fondale una contorta banda metallica, forse relativa alla femminella del timone (fig. 12). Essendo impossibile lasciare i due preziosi cannoni di bronzo in situ, dopo la complessa operazione di recupero si è provveduto ad insabbiare, nell'esatta posizione dei cannoni, due fusti di cemento che possono consentire d'individuare l'originaria collocazione dei pezzi (fig. 13). Quando agli inizi del 1900, con i rinvenimenti di straordinarie statue bronzee in Egeo l'archeologia subacquea cominciava a muovere i primi passi, la notevole densità di relitti e cannoni lungo le coste siciliane attirò l'attenzione dei Florio, i noti imprenditori marittimi siciliani. Sembra che costoro, per primi in Italia, abbiano finanziato una pionieristica attività di ricerca archeologica subacquea, che in qualche modo si collega con il rinvenimento di Sciacca. E' infatti possibile che la notizia di un giacimento di cannoni cinquecenteschi a Favignana, in località Calarossa o Burrone - sito assai simile a quello delle bocche da fuoco di Sciacca - abbia costituito un forte incentivo ad una prima sistematica indagine archeologica nel mare di Sicilia (fig. 14). Il quattro gennaio 1906 la celebre ditta Florio, che aveva tentato di lanciare l'imprenditoria siciliana soprattutto in campo marittimo, stipulò, in un momento ormai prossimo al fallimento avvenuto nel 1908, un contratto a Messina con Nicola Petrina, consigliere comunale socialista e studioso della secessione messinese del 1674-78. Costui, in seguito alla dettagliata conoscenza delle vicende storiche di quel tormentato periodo in cui le flotte delle maggiori potenze europee - in particolare della Francia contro la Spagna e l'Olanda - si erano scontrate nelle acque siciliane in una serie di battaglie campali, aveva ricavato la convinzione dell'effettiva possibilità di "esplorare i mari della Sicilia alla ricerca dei resti delle battaglie navali ai fini di un recupero di essi e di uno sfruttamento ai fini artistici e commerciali" [11]. Nell'ottobre del 1900 pescatori di spugne avevano ritrovato ad Antikythera il celebre carico di statue e bronzi greci, che aveva finito per destare vivo interesse nei principali centri culturali e bramosie venali in alcuni salotti europei. Gli scavi - anzi i recuperi - effettuati tra il 1902 ed il 1903, ed il successivo rinvenimento del relitto di Mahdia nel 1907 con un carico analogo, avevano acuito l'interesse nei confronti delle ricchezze antiche dei fondali mediterranei [12]. Una ditta come la Florio - proprietaria di tonnare, di linee di navigazione, di fonderie ed all'avanguardia nelle attrezzature marittime - avrebbe potuto proporsi per lo sfruttamento dei giacimenti siciliani, presumibilmente assai ricchi. Venne pertanto costituita una società in accomandita con un capitale sociale di trentottomila lire. Ventottomila fornite da Ignazio e Vincenzo Florio, il resto da Vincenzo ed Ignazio Caruso di Messina. Era previsto l'acquisto per sedicimila lire di un rimorchiatore (il Nuovo Balilla), di un pontone (il Nettuno), di un'attrezzatura da palombaro con una manichetta per il prezzo di lire duemila ed infine di un'imbarcazione denominata S. Giovanni. Un così cospicuo finanziamento ed un tanto circostanziato contratto lasciano supporre rinvenimenti già effettuati o l'identificazione di una zona determinata per le ricerche. Purtroppo non si ha notizia di reperti di questo tipo in casa Florio [13] e dunque non siamo attualmente in grado di determinare quali possano essere stati i dati, tali da indurre nei finanziatori il convincimento ad imbarcarsi in questa avventurosa impresa. Per quanto incauto fosse il comportamento dell'ultimo dei Florio e suggestiva ed allettante in quel momento potesse apparire la ricerca nelle acque siciliane, è possibile che una precisa informazione relativa ad un giacimento di cannoni cinquecenteschi a Favignana - come quello insabbiato a Sciacca - determinasse le indagini. Non conosciamo gli esiti delle ricerche effettuate sino al novembre del 1906, quando la società, in seguito alla rivendita per quattordicimila lire alla ditta Florio per l'utilizzazione nella tonnara di Favignana del Nuovo Balilla, dovette sicuramente sospendere le sue ricerche. Ma un cannone che reca una serie di caratteri (AC 6Z 74), analoga a quella di Sciacca, è stato recuperato negli anni Settanta e collocato nella palazzina degli stessi Florio a Favignana [14] (fig. 14). Sembra che si tratti di un falcone da tre libbre di produzione genovese [15]. Nel diario del viaggio piratesco nel Mediterraneo di Sir Kenelm Digby l'8 aprile 1628 è registrato l'improvviso affondamento a Favignana, sotto costa e vicinissimo alla terraferma, di una saettia di quaranta tonnellate predata con un grosso carico di casse e di grossi recipienti, senza aver potuto recuperare che solo dieci balle di stoffa deposte sul ponte [16]. Non vi sono allo stato attuale prove sufficienti per collegarlo con certezza alla vicenda registrata da Sir Kenelm Digby, anche se è possibile che il cannone di Favignana appartenga alla suddetta saettia Tornando a Sciacca, alla questione della datazione e dell'identificazione del relitto cinquecentesco con cannoni francesi di bronzo, con stemmi reali di Francesco I ed iscrizioni (fig. 15), la possibilità di risalire da un rinvenimento archeologico subacqueo ad un preciso riscontro documentale appare certamente assai difficile; di solito i relitti di epoche a noi prossime si rintracciano o per puro caso o sulla base di un'indicazione documentale che ne sollecita le ricerche. La possibilità invece di seguire il percorso inverso, d'illustrare cioè un giacimento archeologico subacqueo, con un documento rintracciato successivamente, che dia un senso agli oggetti ritrovati, sembra verificarsi raramente. Tuttavia così è accaduto a S. Vito per un relitto del Cinquecento [17] e forse proprio per Sciacca [18]. Ma la serie di documenti, rintracciati da Raimondo Lentini in archivi a Sciacca e a Palermo, se consente di passare dal dato archeologico al riscontro documentale, è però ben lungi, come sovente accade, dal chiarire definitivamente la vicenda ed anzi suscita numerosi interrogativi, facendoci percepire con crudezza la lontananza del passato, la complessità delle "microstorie", l'incolmabile iato, nonostante tutti i nostri sforzi, tra archeologia e storia. Il 27 aprile 1575 i soci Nicola De Fresco e Giovan Battista De Giustiniano ribadiscono la procura conferita a don Carlo De Gerbino per recuperare un credito di quattrocento onze concesso a Noto e vantato nei confronti di Giovanni De Vincenzo di Bartolo, capitano di Ragusa della nave S. Maria del Bissone, facendo riferimento ad un documento di credito di Noto agli atti del notaio Giacobo De Rinaldo ed agli atti, ritrovati, del notaio Giuseppe Conti di Palermo, mediante i quali circa un anno prima, il 7 marzo 1574, era stata conferita la procura al medesimo Carlo de Gerbino. La nave in questione era naufragata nella spiaggia del caricatore di Sciacca e dal relitto erano state recuperate numerose attrezzature. Inoltre il capitano aveva stilato una relazione ed un inventario purtroppo mai pervenutici. I beni recuperati erano evidentemente da assoggettare a sequestro per il soddisfacimento del credito [19]: "...Et stante quod dicta navis passa fuit naufragium et dicitur de si traverso in littore oneris civitatis Sacce, cuius dicte navis fuerunt recuperate quedam guarniciones prout sunt, alcuni usci (scialuppe), sengumini (corde ?), ancori, pezi de ar(ti)gliarii et altri cosi contenti in inventario facto per dictum magnificum Iohannem de Vincenzo in officio magnifici consulis ad que atta habeatur relacio. Et volens predictus magnificus de Gerbino pro procuratorio dicto nomine se dirigere, sequestrare et expignorari facere quasdam res guarnicionis dicte navis pro exacione dicti debiti...". Anche se il sito del rinvenimento archeologico di Sciacca è lo stesso di quello menzionato nei documenti, nulla tuttavia consente di escludere che si possa trattare di due eventi disastrosi verificatisi in data diversa nella medesima località, certamente assai frequentata. Nel 1553 la flotta ottomana, assieme a galere francesi e barbaresche aveva attaccato la Sicilia. Nonostante la morte di Francesco I avvenuta nel 1547, il figlio Enrico II aveva mantenuto fede infatti all'"empia alleanza" con i Turchi per combattere la Spagna cristiana. Licata fu data alle fiamme radicalmente, tanto che nell'ultimo quarto del XVI sec. l'ingegnere fiorentino Camillo Camilliani, che percorreva le marine dell'isola per fortificarle, lamentava "ancora allora le miserie di sì acerbo caso". Fu assalita Sciacca, ma quì gli abitanti e il locale presidio militare, già all'erta, costrinsero gli incursori a reimbarcarsi. Pare che uno stratagemma di un tal Antonio Amodei avesse fatto credere la cittadina assai più fornita di truppe di quanto in realtà non fosse [20]. Anche in precedenza, nel 1551 aveva suscitato grande allarme una segnalazione giunta da Sciacca e relativa al passaggio di quattro galere francesi, che transitavano frequentemente nel Canale per congiungersi con la flotta turca, disturbando l'attività dei presidi spagnuoli. E' possibile che i resti subacquei di località Cammordino si colleghino ad uno degli innumerevoli episodi di quegli anni, tanto tormentati da spingere al punto estremo di fondere per necessità di difesa persino il piombo ritrovato in antiche tombe casualmente scoperte nei dintorni di Catania [21]. Secondo una recente ipotesi l'origine della nave potrebbe essere stata inquadrabile nell'ambito dell'armamento ligure-raguseo collegato al commercio granario d'impresa genovese [22]. I pregevoli pezzi di artiglieria francese, che già in antico sarebbero stati oggetto di recupero, costituirebbero in tal caso una preda bellica ed almeno uno sarebbe transitato nel servizio pubblico di Genova. Rappresenterebbe cioè uno dei pochi esemplari sopravvissuti di un parco di artiglieria, che alla fine del XVI secolo contava oltre cinquecento pezzi [23]. Deve infine essere rilevata la curiosa omonimia tra uno dei creditori - Giovan Battista De Giustiniano - ed un personaggio di origini genovesi che è indicato come il realizzatore del passaggio, attraverso la rupe bianca di Cammordino [24]. E' evidente a questo punto che - oltre al sistematico scavo subacqueo del sito, finora non effettuato - un studio delle vicende delle famiglie genovesi stanziate a Sciacca nella metà del Cinquecento potrebbe fornire qualche ulteriore indizio per la datazione e la definitiva attribuzione del relitto. Palermo, 13 ottobre 2005 Gianfranco Purpura Dipartimento di Storia del Diritto Università di Palermo
Note[0] L'articolo, richiesto dalla Sovrintendenza Archeologica di Agrigento all'autore nell'agosto del 2005, non è stato finora pubblicato. Appare pertanto opportuno renderne noto il contenuto, senza aggiornare la letteratura ivi menzionata, nella forma nella quale era stato concepito. [1] Testo rielaborato di una relazione effettuata il 4 ottobre 1996 in occasione dell'XI Rassegna di archeologia sottomarina di Giardini Naxos. Ringrazio il direttore Lillo Santangelo, ed i soci del Circolo Hippocampus di Sciacca, che nell'aprile del 1996 hanno richiamato la mia attenzione sul rinvenimento da loro effettuato. Marcello Vinciguerra della Cooperativa Poseidon di Palermo ed Alessandro Pappalardo hanno contribuito al recupero di due cannoni. Alessandro Purpura è stato l'autore della maggior parte delle foto che corredano il presente articolo. Senza l'autorizzazione dell'allora Sovrintendente di Agrigento, dott. Graziella Fiorentini, dell'allora dirigente del settore storico artistico, dott. Gabriella Costantino, e della costante assistenza fornita dal funzionario Daniele Valenti, ex partecipante ai corsi di Archeologia subacquea di Ustica, il presente studio non sarebbe stato realizzato. Notizie preliminari del rinvenimento sono state date sulla rivista Archeologia Viva, luglio-agosto 1997, pp. 36-45 in un articolo dal titolo "Cannoni francesi nel mare di Sciacca" [= Archaeogate, marzo 2001 (http://www.archeogate.it/subacquea/article.php?id=124)]; in un altro articolo "Ritornando sulla nave di Sciacca", Archeologia Viva, XVIII, 73, gennaio-febbraio 1999, p. 71 [= Archaeogate, gennaio 2003 (http://www.archeogate.it/subacquea/article.php?id=116)] e sulla rivista Kalós. Arte in Sicilia, luglio- agosto 1998, pp. 6–15 in un testo dal titolo "Archeologi in fondo al mare" [=Archaeogate, gennaio 2001 (http://www.archeogate.it/subacquea/article.php?id=77)]. Devo ad Orazio Cancila, direttore dell'Istituto di Storia moderna della Facoltà di Lettere dell'Università di Palermo, l'opportunità di conoscere un documento dei Florio menzionato nel testo. La dott.ssa Virginie Serna, conservatrice responsabile del Servizio Studi del Museo della Marina di Parigi, ha fornito insieme al prof. Jean Boudriot consigli utili sulle sigle e gli stemmi dei cannoni. [2] Scaturro, Storia della città di Sciacca, II, Napoli, 1926, pp. 188 e s. [3] Scaturro, op. cit., pp. 201 e s. [5] G. Purpura, Nuovi rinvenimenti sottomarini nella Sicilia occidentale (Quadriennio 1986-1989), Archeologia subacquea. Studi, ricerche e documenti, Roma, I, 1993, pp. 163-184. Le campagne dal 1970 al 1975 della nave Cycnulus, illustrate nella Rivista di Studi Liguri, riguardarono Riace, Sciacca, Pantelleria e anche la secca di Capo Graziano (Filicudi). Il ceppo di Coda di Volpe fu recuperato in pochi metri d'acqua nei pressi di una chiglia insabbiata alla foce di una fiumara sotto il Capo delle Terme, leggermente ad oriente della zona dei cannoni. Pare che sia stato lasciato un secondo ceppo d'ancora in piombo in situ. [6] G. Purpura, Rinvenimenti sottomarini nella Sicilia occidentale (Quadriennio 1986-1989), Archeologia subacquea. Studi, ricerche e documenti, Roma, I, 1993, p. 171. [7] Nel caso del "San Pedro de Alcantara" in Portogallo sono state scavate le tombe di alcuni naufraghi in terraferma a Porto da Areia Norte.Cfr. Blot J.Y., Blot M.L., Um caso de sito arqueolgico submarino ameado: los vestigios do "San Pedro de Alcantara". Peniche 1786 - 1990, Actas das IV Jornadas Arqueolgicas. Associao dos Arquelogos Portugueses, Lisboa, 1991, pp. 153 - 156. [8] Cfr. Lianos, La Thérèse e le ultime ricerche storico archeologiche, Atti V Rassegna di Archeologia subacquea, Giardini Naxos, 19 - 21 ottobre 1990, Messina, 1992, pp. 237 - 243, che interpreta l'immagine della fenice come l'effige dello Spirito Santo. [9] La salamandra, con la sua natura, straordinariamente fredda, secondo gli antichi estingueva le fiamme e dunque i contrasti; dunque poteva essere significativamente posta sui cannoni. Francesco I aveva collocato nel suo stemma una salamandra in mezzo al fuoco ed aveva adottato il motto J'y vis et je l'éteins (Ci vivo e lo spengo). Sulla fenice, la salamandra, la teoria dei due corpi del Re ed il fondamento della regalità nel mondo antico e medievale cfr. Kantorowicz, I due corpi del Re. L'idea della regalità nella teologia politica medievale, Torino, 1989, pp. 331 ss.; 354 ss.; 385 e s. [10] L'analisi, affidata al prof. Pasquale Agozzino del Dipartimento di chimica e tecnologie farmaceutiche dell'Università di Palermo, ha dato i seguenti risultati: "I reperti provenienti dall'interno di una bocca da fuoco si presentano come masse nerastre e brune di varia consistenza, con presenza di minuti granuli cristallini di sabbia più o meno concrezionati. Contenuti accertati: ossidi di ferro, zolfo e composti solforati, carbone. Sono inoltre presenti fibre vegetali molto grossolane e piuttosto deteriorate, costituenti lo stoppaccio interposto tra carica e proietto. Non si riscontra presenza del salnitro, originariamente presente nelle polveri, a causa della sua alta solubilità in acqua". Se dunque zolfo e carbone possono resistere all'azione dell'acqua marina, il salnitro, altro fondamentale componente della miscela esplosiva, decisivo per la determinazione della sua qualità, appare ormai disciolto. [11] Debbo ad Orazio Cancila la possibilità di conoscere questo documento, che consente di ricostruire gli esordi di una attività archeologica di ricerca subacquea in Sicilia. [12] Throckmorton, Atlante di archeologia subacquea, Novara, 1988, pp. 14 ss.; Purpura, Testimonianze storiche ed archeologiche del traffico marittimo di libri e documenti, Annali dell'Università di Palermo, 44, 1996, pp. 378 ss. [13] Né Enzo Sole, frequentatore di quella casa, né Cece Paladino, esperto subacqueo ed erede dei Florio, hanno saputo fornire informazioni relative a reperti recuperati a quel tempo. [14] G. Purpura, Rinvenimenti sottomarini nella Sicilia occidentale (Quadriennio 1986-1989), cit., p. 180, cat. n. 117. [15] Comunicazione privata del dott. Renato Ridella in data 7 febbraio 2003. Cfr. [16] Sir Kenelm Digby, Viaggio piratesco nel Mediterraneo (1627-1629), a cura di V. Gabrieli, Milano, ed. Longanesi, 1972, p. 73. [17] G. Purpura, I mori a San Vito, Archeologia viva, XI, 34, dicembre 1992, pp. 24-33, Archaeogate, febbraio 2001 (http://www.archeogate.it/subacquea/article.php?id=87). [18] G. Purpura, Ritornando sulla nave di Sciacca, Archeologia Viva, XVIII, 73, gennaio-febbraio 1999, p. 71 = Archaeogate, gennaio 2003 (http://www.archeogate.it/subacquea/article.php?id=116). [19] Archivio di Stato di Sciacca, Fondo Baccimeo Benedetto, serie 1574-75, vol. 551, p. 706; Archivio di Stato di Palermo, serie I – notaio Conti Giuseppe, vol. 10139, filza II – VI, registro anni 1574 –78; vol. 10136, filza II – VII, minute anni 1573 – 79. [20] Muratori, Annali d'Italia, Anno 1553, XIV, 1820, p. 580 [21] Archivio di Stato, Palermo, Regia Cancelleria, vol. 359, f. 441 [22] G. Purpura, R. Ridella, Ritornando sulla nave di Sciacca. La scoperta di documenti notarili offre un indizio per l'identificazione del relitto cinquecentesco rinvenuto nelle acque siciliane, Archaeogate. Il portale italiano di archeologia, 30 gennaio 2003 [23] Comunicazione privata del dott. Renato Ridella, in data 11 maggio 2001. [24] Cfr. supra, p. 2. Cliccare sull'immagine per l'ingrandimento  1. La bianca rupe del Capo delle Terme, forata nel 1615 per consentire il passaggio delle pecore, domina la zona del naufragio.
 2. La zona del naufragio è compresa tra uno scoglio sommerso e la spiaggia di Coda di Volpe.
 3. La città di Sciacca ed il sito del caricatore in una illustrazione della fine del '600 (da Savasta, Il famoso caso di Sciacca, Palermo, 1726).
 4. Sciacca. Portale della chiesa di S. Maria del Giglio con incastonate quattro palle di cannone, scagliate nel 1650 sulla folla. Una quinta palla, ricoperta forse in occasione di un restauro, sormontava il portale
 5. Riprese video nei pressi del cannone dalla canna tortile (foto Alessandro Purpura).
 6. La canna tortile di uno dei cannoni di bronzo di Sciacca (foto Alessandro Purpura).
 7. Cannone con lo stemma della salamandra - “impresa d'anima” di Francesco I - e la sigla del fonditore (foto Alessandro Purpura).
 8. Palle di cannone, alcune spezzate (foto Alessandro Purpura).
 9. Chiodi, palle di cannone, concrezioni ferrose, forse tutte relative ad un contenitore di attrezzi di un carpentiere (foto Alessandro Purpura).
 10. Un rotolo di lamina plumbea per il rivestimento dello scafo naufragato era arrotolato in un sacco del quale restano alcuni filamenti (foto Alessandro Purpura).
 11. Concrezione inglobante un perno di ferro e due cerchi di lamina bronzea ripiegata. (foto Alessandro Purpura)
 12. Banda metallica, forse relativa alla femminella del timone (foto Alessandro Purpura).
 13. Una fase del recupero del cannone con lo stemma della salamandra. Un fusto di cemento viene collocato nell’esatta posizione del cannone, per mantenere il ricordo dell’originaria posizione del reperto (foto Alessandro Purpura).
 14. Favignana. Palazzina Florio. Cannone del Cinquecento dalle località Calarossa o Burrone. (foto Marcello Vinciguerra).
 15. Culatta del cannone con lo stemma della salamandra. La grande “B” in rilievo potrebbe riferirsi al fonditore Baube. I due fori nella culatta erano relativi alle micce ed erano protetti da uno sportellino, in questo caso mancante. Il pomolo raffigura un tulipano. I cannoni di Sciacca apparivano ricoperti da una patina dorata (foto Alessandro Purpura).
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