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Attenti a "quei" sottomarini! - di Mario Galasso

La pubblicazione, nel numero di gennaio 1998 di Archeologia Viva, di un articolo a firma Domenico Macaluso mi sollecita a correre alla tastiera del computer. L'articolo in questione (non me ne voglia l'estensore) può indurre ad errate conclusioni il lettore meno attento in quanto sembrerebbe che in fondo, l'errore di Robert Ballard sia stato solo quello di urtare la suscettibilità di archeologi e politici più che altro italiani, che si sono visti tagliati fuori da un progetto faraonico, sponsorizzato dalla U.S.Navy con un sottomarino nucleare e presumibilmente tanti dollari. Infatti, quello che più ha bruciato è stata la consapevolezza che chiunque, se tecnicamente ben equipaggiato, può impunemente venirsene nel Mediterraneo e, appena fuori dalle fatidiche dodici miglia, procedere ad operazioni di ricerca archeologica e di ricupero di materiali senza avere la necessità, l'obbligo o il dovere di chiedere permesso alle autorità nazionali rivierasche. In questo caso infatti la "colpa" non è di Ballard ma delle autorità italiane se non è stata data attuazione nazionale agli art. 33 e 49 della Convenzione di Montego Bay in ordine all'estensione a 24 miglia per la zona contigua marittima ed a 200 miglia per la piattaforma continentale. E poi, perchè ce la prendiamo tanto per qualche anfora salpata in diretta sotto gli occhi di Jonathan Adams (archeologo inglese) quando diecine di pescherecci giapponesi si portano via tonni e pescispada, con tanto di navi officina, o più concretamente per noi del settore, migliaia di turisti mitteleuropei (di quell'Europa nella quale "dobbiamo" entrare) se ne tornano annualmente a casa chi più chi meno con qualche ricordo del mare nostrum nel portabagagli ?

In effetti la questione è molto, molto complessa. Macaluso stesso ci dice che Ballard ha con se uno staff di tutto riguardo, a cominciare dalla Anna Marguerite Mac Cann che è un'archeologa di vaglia che gode del rispetto della comunità scientifica. Se vogliamo criticare l'operazione fatta allo Skerki Bank ci dobbiamo contestualmente chiedere cosa spinge uno studioso ad affrontare il biasimo internazionale avallando scientificamente una ricerca non apparentemente adamantina. E Ballard non è inoltre il primo a servirsi di un sommergibile: con tutt'altra accoglienza da parte della succitata comunità scientifica, Luc Long, brillante archeologo francese che opera in seno al DRASSM (che non è l'omologo del nostro STAS, ma molto di più e meglio organizzato), ha fatto negli anni scorsi una serie di ricerche in acque internazionali al largo della Francia; fra tutte, esemplare lo studio di Arles IV, relitto a 662 metri di profondità a 40 miglia dalla foce del Reno. Servendosi degli stessi mezzi subacquei usati da Long e messi a disposizione dalla Comex francese, nel maggio prossimo l' I.S.I. Istituto Subacqueo Italiano, sotto la direzione di chi scrive, farà una campagna di rilevamenti sul relitto Elba sud a 200 metri di profondità (vedi A.V. n°66 per i dati relativi al carico).

Per inciso, circa il materiale prelevato da Ballard mi risulta che lo stesso sia stato studiato, pubblicato, e ampiamente propagandato. Anzi, un pò troppo sbandierato come scoop; nei fatti, le ricerche profonde nel Canale di Sicilia hanno dato interessantissimi dati circa la cronologia delle anfore greco italiche con bolli Sestius, ma tutto il clamore suscitato circa cimiteri di navi e rotte tra Africa e Roma è parso fuori luogo perchè, francamente lo si sapeva già, almeno in ambito scientifico.

Il pubblico che legge deve essere informato che da tempo in Italia, paese a rischio di furti, è in atto tra gli archeologi un dibattito molto vivo al riguardo: già nel IX convegno di Naxos nel 1996 e poi ancora nel X dell'ottobre scorso, sempre a Naxos si è dibattuto sulla normativa da applicare alle ricerche in fondali oltre le acque territoriali. C'è stato chi ha difeso Ballard e chi gli ha dato addosso, ma nessuno ha parlato mai degli archeologi che lo hanno assistito. Chi volesse approfondire il tema dovrà però leggersi l'esaustivo articolo dal titolo "Archeologia subacquea e colonialismo" a firma del Prof. Giulio Volpe comparso sul numero di Settembre-Dicembre 1997 del quadrimestrale "L'archeologo subacqueo" e sul cui contenuto ogni addetto ai lavori che abbia un minimo di buon senso non può che non essere d'accordo. In soldoni l'amico Volpe dice che il vero problema è il non lasciarsi superare da chiunque abbia soldi sufficienti ad approntarsi dei mezzi adeguati, in quanto l'archeologia profonda è la nuova frontiera dell'archeologia subacquea; quindi è lo stato italiano in prima istanza che deve incominciare ad affrettarsi se non vuole perdere anche questa occasione. Siamo in presenza di una svolta epocale per la ricerca e l' impressione è che anche stavolta si parta col piede sbagliato, prendendosela con chi non ha chiesto il permesso.

In ogni caso, come preannunciato al X convegno di Naxos, l' I.S.I. all'inizio della prossima estate inizierà i lavori di prospezione di un relitto a 200 metri di profondità per studiare l' impatto delle reti a strascico sul carico (ampiamente sconvolto negli strati superiori), con l'approvazione e sotto il diretto controllo (anche a bordo) delle strutture ufficialmente preposte alla tutela, e cioè Soprintendenza Archeologica della Toscana, STAS, Istituto Centrale del Restauro, Carabinieri e Capitaneria di Porto. Sarà utilizzato un sommergibile biposto tipo Remora 2000 con la nave appoggio Minibex di 30 metri di lunghezza. Se mi sarà consentito, attraverso le pagine di questo giornale sarà data tempestiva notizia dei risultati della campagna di ricerca.