Redazione Archaeogate, 28-12-2007

È universalmente noto che la città di Reggio, in epoca antica, era avvantaggiata per la sua collocazione geografica e, soprattutto, per la naturale presenza di un ottimo porto naturale. Tale porto era reso sicuro, a nord, dalla Rada Giunchi, che lo proteggeva dai venti settentrionali, mentre a sud la presenza di Punta Calamizzi riusciva a ripararlo dallo scirocco e dal libeccio.
Dal punto di vista storico, fu proprio nel porto di Reggio che, durante la guerra del Peloponneso, nel 415 avanti Cristo gli Ateniesi approdarono con la loro flotta di più di 200 navi, e i Reggini approntarono per loro un mercato fuori dalle mura. Tucidide, che ci racconta questa storia, dice che gli Ateniesi si trovavano vicino al tempio di Artemide Fascelide.
Negli Atti degli Apostoli leggiamo che San Paolo, prigioniero dei Romani, si fermò a Reggio un giorno, durante il suo viaggio in nave che lo portava a Roma, e quindi al martirio, accompagnato, tra gli altri, da San Luca Evangelista. Già i sinassari di epoca romea, o, come voi direste, bizantina, affermavano che l'Apostolo, avendo trovato che Reggio venerava gli antichi dei, avrebbe predicato il Vangelo, riuscendo a convertire un numero di Reggini tale da richiedere la nomina di un vescovo, indicato da Paolo nel suo compagno di viaggio Stefano Niceno. In epoca successiva fu aggiunta a questa tradizione una versione più romanzesca, che comprendeva la facoltà data a San Paolo di predicare per lo spazio di tempo entro il quale fosse bruciata una candela. Consumata la cera, la colonna su cui era appoggiato il moccolo cominciò ad ardere, permettendo così all'Apostolo di continuare il suo annuncio. Dal '500 le fonti locali attestano la venerazione nei confronti di una colonna con tracce di bruciatura, presa certo da qualche monumento superstite, che fu considerata quella del miracolo paolino, e perciò conservata prima nell'antica chiesa di San Paolo, poi in uno spazio davanti porta Mesa, ed infine nell'abside meridionale del Duomo di Reggio, dove ancora è visibile.
L'antiquaria reggina, fin dal XVI secolo, ha cercato di ubicare il porto antico di Reggio, costruendo teorie e tentando di fare quadrare le fonti letterarie con le poche emergenze monumentali che erano ancora visibili. Lo sforzo degli eruditi è riuscito nell'intento, ovviamente non voluto, di complicare quasi inestricabilmente l'intera questione, al punto che, fino a non pochi anni orsono, si credeva che l'antico approdo di Reggio fosse ubicato nei pressi dell'attuale Lido Comunale. Di fatto, venne rescisso il collegamento preciso che esisteva tra Punta Calamizzi, l'Artemision, il porto di Reggio e la venuta di San Paolo.
Lo studio delle fonti, incrociato con quanto conosciamo dei reperti antichi nella zona sud della città, ci ha permesso di riaprire questa questione, nel tentativo di offrire punti di riferimento più certi per le future ricerche storiche ed archeologiche. In primo luogo occorre dire che le poche fonti antiche sono, se lette in modo accurato, molto chiare nel designare il punto in cui era stato ubicato il tempio reggino di Artemide Fascelide, fondato, secondo una tradizione, da Ifigenia e Oreste, figli di Agamennone. L'oracolo di fondazione della città, testimoniatoci da Diodoro Siculo e dall'Antologia Palatina, ci dice che la nave dell'ecista si fermò alla foce del torrente Apsia, definito, non a caso, il più sacro tra i fiumi. Dionigi di Alicarnasso attesta, invece, che lo sbarco avvenne presso il cosiddetto Pallantion. Allargando un poco la nostra ricerca è stato facile scoprire che Pallantion era il nome delle località in cui era ubicato un tempio ad Artemide: in Arcadia e a Roma stessa (il famoso Pallantium di virgiliana memoria, divenuto poi il colle Palatino). Lo stesso nome Apsia si è rivelato essere in connessione con delle feste Apsiai che si tenevano a Sparta in onore di Artemide. La vicinanza dell'antico tempio aveva fatto diventare sacro lo stesso fiume Apsia, dove si dovevano svolgere le cerimonie di purificazione della città di Reggio.
Il porto, quindi, secondo le evidenze storiche, si doveva trovare vicino all'attuale fiumara Calopinace, come dimostra la contrazione della città in epoca romea, quasi abbarbicata al suo approdo. Esso era tanto importante che l'imperatore Caligola aveva deciso di farne il punto terminale dell'annona dell'Egitto, iniziando dei lavori poderosi, che probabilmente riguardarono anche la diga foranea naturale costituita da Punta Calamizzi.
Nel corso del XV e del XVI secolo lo sviluppo delle artiglierie dotate di polvere da sparo aveva messo in crisi il sistema di difesa dei porti nell'intero Mediterraneo. A Reggio tale difesa era stata affidata ad un forte, chiamato in epoca successiva forte di Lemos, dotato di un trabucco, la forma più elaborata di catapulta. Durante il regno dell'imperatore Carlo V si decise di dotare il porto reggino di una nuova fortificazione capace di ospitare i più moderni cannoni, ma mancava lo spazio necessario dove poterlo erigere. Si pensò, allora, di costruire dei poderosi argini in terra lungo la fiumara Calopinace, per spostare la sua foce a sud della Punta Calamizzi, onde potere ricavare lo spazio per costruire il Castelnovo. I lavori cominciarono nel 1547, ma già nel 1556 essi erano stati interrotti, e nel dicembre del 1562 la Punta Calamizzi sprofondò a mare. Come rilevato dagli stessi contemporanei, una delle cause principali fu l'erosione marina dal lato meridionale, che noi crediamo di poter mettere in relazione con lo spostamento della foce del Calopinace proprio sul versante australe di Punta Calamizzi. L'inabissamento del promontorio distrusse economicamente la città di Reggio, rendendo, di fatto, inutile la costruzione del Castelnovo, che rimase incompiuto fino alla fine del XVIII secolo. (Come dire: attenzione alla cementificazione e attenzione agli appalti!)
Per quanto attiene alla posizione in antico, le fonti coeve allo sprofondamento della Punta attestavano che il promontorio si trovasse tra la foce del Calopinace ed il Castelnovo, ma tutti gli eruditi che si sono occupati della faccenda, e fra questi la sovrintendenza archeologica, hanno pensato all'attuale foce della fiumara di Reggio, frutto dell' inabissamento, portando le ricerche ad un punto morto.
Solo la scoperta della vera foce del Calopinace dopo il 1547 ci ha permesso di individuare sul fondale di Calamizzi i cospicui resti di epoca classica, riconducibili a strutture architettoniche pubbliche, che noi, su base storica, crediamo di poter attribuire ipoteticamente all'unico edificio antico attestato in quel punto: l'Artemision di Reggio. Come si può constatare dalle foto e dai filmati, l'individuazione di un elemento della trabeazione con triglifi e metope ci ha permesso di rompere gli indugi, di segnalare il sito in sovrintendenza, e, dopo una congrua attesa, di far partecipi i media di una scoperta che riporta ancora una volta sulla ribalta archeologica la città di Reggio.
Ultima questione: gli stessi eruditi hanno creduto che la Punta Calamizzi fosse prodotta dal cono di deiezione della fiumara Calopinace, ignorando che il disegno di Brueghel il vecchio, unico a riportarne la forma, e, di più, le testimonianze dei contemporanei attestavano che il promontorio fosse quasi come "un rostro di pesce spada", cioè dritto, lungo (le fonti, forse esagerando, parlano di un miglio) e relativamente stretto.
Per dovere di correttezza e di rispetto dei ruoli istituzionali, vogliamo, infine, rimarcare con forza che consideriamo tali ricerche come nostro dovere di cittadini, all'interno del sistema legislativo in vigore. Ci sembra opportuno, perciò, "passare la mano", e confidiamo che la sovrintendenza archeologica trovi le risorse e la volontà per avviare le ricerche in un'area che promette sensazionali scoperte. Per parte nostra, come sempre, staremo a vigilare, pronti a riprendere la parola, nel caso si rendesse necessario farlo.
Prof. Daniele Castrizio
Università degli Studi di Messina
Dipartimento di Scienze dell'Antichità