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Maredolce: sollazzi e giardini paradiso - di Pietro Todaro

Oh quanto è bello il mare delle due palme e l'isola nella quale s'innalza il gran palagio! L'acqua limpidissima delle sue polle somiglia a liquide perle e il lago a un pelago. Par che i rami degli alberi si allunghino per contemplare i pesci nell'acqua e gli sorridano...». Così il poeta siculo arabo Abd er Rah man al ltrapanisi (il trapanese), che soggiornò a Palermo ospite di Ruggero II, descrive in una sua magnifica qasida il giardino di Maredolce con il suo lago oggi disseccato. Tra le numerose testimonianze storiche che lo ricordano v'è anche quella di Beniamino da Tudela che nelle memorie del sito viaggio compiuto in Sicilia : nel 1173 scrive di una peschiera grandissima dove il re (Ruggero II) e la regina si recavano per diporto su navicelle risplendenti d'argento e d'oro. Ricordato dalla storia, celebrato da poeti arabi in carmi pieni di sentimento, il lago di Mari duci mantiene ancora oggi nelle superstiti forme geologiche del suo ambiente e nelle rovine possenti del castello il fascino di un antico splendore.

Con la Zisa e la Cuba il complesso di Maredolce rappresenta a Palermo una rarissima e preziosa sopravvivenza storico ambientale che documenta in Occidente la cultura dei cosiddetti "giardini paradiso" (genoard), gli splendidi parchi suburbani normanni di modello persiano che a Palermo, sull'onda dell'Islam, trovarono un originale e magnifico adattamento alle condizioni locali. Emiri e principi normanni non si sottrassero al costume ben radicato nel mondo mediorientale e musulmano di abitare per lunghi periodi dell'anno in edifici suburbani immersi nel verde. Nei parchi palermitani, oltre a palme da datteri e frutteti di ogni sorta dimoravano diversi animali selvatici, prede nel secolo successivo dei falconi di Federico il durante le sue battute di caccia.

Oggi il castello di Maredolce, che lo stesso re Ruggero definiva «sollazzo reale», ridotto a un folto nido di misere abitazioni, trova ancora tra le residue forme architettoniche una dignità forse più surreale che effettiva. L'occhio allenato di un geologo può ancora riconoscervi il fondo disseccato dell'antico lago.

Di fronte, a poche decine di metri dal retro del castello di Maredolce, è ancora evidente tra il verde intenso degli aranceti l'isolotto dell'emiro, delimitato a tratti da un muretto di argine rossiccio per l'intonaco idraulico che lo riveste.

© Pietro Todaro