Il relitto di Terrasini - di Gianfranco Purpura
Redazione Archaeogate, 04-02-2004

In SICILIA ARCHEOLOGICA, VII, 24-25, aprile - agosto 1974, pp. 45-61.
E' trascorso, ormai, molto tempo dal momento in cui ci si rese conto per la prima volta dell'esistenza dei resti di un antico naufragio, a meno di 150 m. dalla spiaggia di Terrasini, detta "Ciucca", in località Mezza Praia, su di un fondale di pochi metri, prevalentemente sabbioso (foto nn. 1 e 2)[1].
La costruzione dei bracci del piccolo porto peschereccio di Terrasini, alterando il flusso delle correnti marine, aveva parzialmente dissabbiato una zona del fondale e rivelato 1' esistenza di un giacimento archeologico di notevole interesse. A partire dal 1963, sino al 1966, pescatori e subacquei, operanti nella zona, recuperarono la maggior parte del materiale archeologica dissabbiato. Alcuni reperti recuperati son andati distrutti o dispersi[2].La maggior parte, invece, è stata salvata e raccolta nei locali della Pro Loco di Terrasini, in attesa di una più idonea sistemazione[3]. Da anni questi reperti giacciono senza che se ne curi alcuna classificazione e pubblicazione[4].
La costruzione, poi, di un nuovo braccio del porto di Terrasini, esattamente nella zona di mare interessata ai rinvenimenti archeologici, ha definitivamente cancellato ogni traccia sul fondale del relitto in questione.
L'importanza dei reperti di Terrasini ha richiamato, di recente, l'attenzione del Gruppo Archeologico Palermitano, il cui lavoro di classificazione dei reperti, provenienti dal fondo del mare e raccolti nella Pro Loco di Terrasini, ha reso possibile la stesura del presente articolo.
Il maggior numero di reperti di uno stesso tipo custoditi presso la Pro Loco di Terrasini è rappresentato da anfore del tipo Dressel 7 e 8 (foto nn. 3 e 4): oltre 60, in discreto stato di conservazione e prive di ogni concrezione calcarea. I reperti, infatti, prima del loro recupero, erano ricoperti dalla sabbia. Numerosissimi sono i frammenti di colli, anse, piedi di anfore di questi due tipi. In nessun caso si è riscontrata traccia di iscrizioni, graffiti o bolsi sulle anfore in questione, anche se non si può del tutto escluderne la presenza a causa della notevole abrasione ad opera della sabbia che le ricopriva. I bolli, infatti, su questi tipi di anfore sono rari, al contrario sono frequenti le iscrizioni[5].
Caratteristiche comuni di questi tipi di anfore sono l'orlo svasato e sagomato, le anse a nastro con profilo verticale e gomito molto stretto. Alcune presentano una scanalatura longitudinale lungo l'ansa, altre un'ansa a nastro semplice con solchi poco pronunziati. Tipica è l'argilla, che all'esterno ha quasi sempre una tinta tra il giallo ed il verdastro. In un solo caso è stata possibile rilevare un diverso tipo di argilla, tendente nettamente al rosso arancio[6].
Tra le numerose anfore di questi due tipi conservate a Terrasini, si notano delle differenze, per altro lievi, soprattutto in rapporto alla lunghezza del collo e delle anse, al profilo della pancia ed al solco longitudinale lungo le anse. Ciò sembrerebbe confermare la congettura, da tempo formulata[7], che alla varietà di forme non corrisponda una diversa cronologia e che tutte le forme suddette fossero quindi contemporaneamente in uso. Il periodo d'uso delle anfore in questione sembra che vada dagli inizi del regno d'Augusto, alla fine del I, inizi del II secolo d. C. . La mancanza di orli di forma più rigida e la prevalenza di una linea più snella inducono a supporne la datazione intorno alla metà del I sec. d. C.[8]
Alcune anfore di tipo completamente diverso, intere e frammentate, sono presenti a Terrasini, ma si sostiene siano state recuperate in un posto diverso, forse un po' più a nord - est. Si tratta di anfore, dette da Benoit, del tipo "greco - italico", assegnabili all'incirca al III sec. a. C.(foto n. 5)[9].
Caratteristiche comuni di questo secondo tipo di anfore sono l'orlo a spigolo, le anse a sezione ovale leggermente flesse in direzione della base del collo; visibile è l'attaccatura del collo alla pancia, all'altezza della spalla. Il piede è a punta smussata, non molto lungo, 1'argilla è rossiccia, salvo in un caso in cui è grigio bruna. La metà superiore di una di queste anfore reca all'altezza della spalla, tra le anse, alcune lettere graffite leggermente abrase (foto n. 6).
Su di un'ansa di un altro frammento è impresso un bollo rettangolare illeggibile.
Sono stati, infine, recuperati tre colli, appartenenti a questo tipo di anfore, spezzati in antico all'altezza della base ed ancora perfettamente chiusi da grossi tappi di sughero sigillati dalla pece (foto n. 7).
I tre eccezionali reperti sono conservati presso la Pro Loco, costantemente immersi in acqua dolce. La fermentazione del contenuto organico in anfore naufragate integre era la causa più frequente della distruzione del tappo di sughero di chiusura, che comunemente veniva espulso dopo un certo tempo. La rottura dei colli in questione dal corpo delle anfore, avvenuta con ogni probabilità al momento del naufragio, ha evidentemente fatto sì che i tappi si conservassero sotto la sabbia che li ricopriva.
Si è supposto che i tappi di sughero, ideati come chiusura, fossero sconosciuti in età greca e che cominciassero ad essere in uso a, partire dal II, I sec. a. C.[10] I colli delle anfore di tipo "greco - italico" di Terrasini, chiusi da tappi di sughero, sono dunque, non solo dei curiosi reperti, ma anche delle importanti testimonianze per la conoscenza della tecnologia degli antichi.
Sempre dalla stessa zona di mare provengono quattro pani circolari di rame di peso diverso[11], che recano incisi ciascuno due gruppi di segni sull'orlo di una delle due facce (foto nn. 8, 9, 10, 11, 12).
Si tratta di lingotti, segnati al momento della fusione e rinvenuti con frequenza nel sito di antichi naufragi[12].
Nei locali della Pro Loco di Terrasini sono, inoltre, conservate un'aruletta in terracotta, con la raffigurazione di Eracle in lotta con il leone Nemeo (foto n. 13) ed un frammento di un'altra simile, provenienti dai fondali in questione. Giustolisi[13] si è già occupato del primo reperto attribuendolo al IV sec. a. C. e ponendo in risalto l'interesse della decorazione a rilievo.
Degni di nota sono, poi, una vaschetta in marmo, uno scandaglio in pietra e la parte superiore di una piccola macinella di bordo (foto n. 14 D; 14 A; 15 a e b).
In rapporto a quest'ultimo reperto è da osservare che gli antichi preferivano di volta in volta, secondo le necessità, macinare il grano a bordo per evitare il rapido deterioramento della farina, provocato dalla eccessiva umidità. Le limitate dimensioni di questa macinclla (diametro cm. 34) inducono a supporre, appunto, una sua utilizzazione a bordo di una nave.
Numerosissimi sono, inoltre, a Terrasini i reperti comuni a molti relitti antichi, come travi con chiodi di rame e frammenti ferrosi, sottili strisce di piombo con fori per piccoli chiodi, grossi tegoloni di copertura del carico, non marcati, frammenti di tazze e scodelle in terracotta grezza e pezzi di grosse gomene, completamente ricoperte da concrezioni (foto nn. 16 A e B; 17; 14 C)[14].
Due strani oggetti, ricoperti anch'essi da concrezioni calcaree, hanno rivelato, all'interno del guscio che li ricopriva, la presenza di due spade, non molto lunghe, di cui una con l'elsa ed il fodero in legno, ricoperto da cuoio (foto n. 18 a e b).
La foggia, di esse appare simile a quella dei gladii romani[15].
Nell'insenatura di Terrasini sono stati, poi, rinvenuti numerosi oggetti antichi di epoche diverse, che interessavano la navigazione; anch'essi in custodia presso la Pro Loco: molte ancore litiche con fori, un'anfora di tipo punico, il corpo di due "vinarie - italiche" di età repubblicana (Dressel A1), un orcetto inanellato tardo romano, alcuni ceppi di ancore in piombo e persino una piccola colubrina secentesca (foto nn. 14 F ed E; 20; 21; 14 B; 22; 23).
Sul fondo del mare è stata, inoltre, ritrovata una interessantissima tavoletta in terracotta con alcuni segni incisi. L'altezza approssimativa del reperto è di circa cm. 12. I caratteri di una scrittura, a noi sconosciuta, appaiono tracciati con perizia, con una punta molto sottile, entro linee con andamento circolare dall'esterno verso l'interno. Si è indotti a questo rilievo se si osserva che le linee sembrano restringersi verso il centro della tavoletta, come se lo scrivano si fosse trovato a disporre di poco spazio. Se si ammette, come appare probabile, di trovarci alla presenza di una scrittura spiraliforme, questa sembra correre in senso antiorario. Si notano almeno due trattini verticali divisori. Lo studio della tavoletta, che potrebbe riserbarci sorprendenti rivelazioni, richiede indubbiamente una competenza superiore alla nostra (foto n. 19).
Dall'esame del materiale vario custodito a Terrasini si desume in primo luogo l'antica e persistente utilizzazione dell'insenatura compresa tra il paese di Terrasini e Punta Molinazzo come luogo di attracco (savlo", statio)[16]; la qual cosa indurrebbe a supporre l'esistenza di qualche resto archeologico sulla terraferma, nelle immediate vicinanze[17]. La città antica più vicina era Hikkara, la cui discussa ubicazione è da ricercare nei dintorni dell'odierna Carini, a parecchi chilometri di distanza dall'insenatura di Terrasini e che usufruiva, probabilmente, di un più sicuro riparo per le imbarcazioni, offerto dal golfo di Carini, ove in mare è segnalato il rinvenimento di reperti archeologici. Appare, dunque, difficile collegare l'insenatura di Terrasini, frequentato luogo di attracco nell'antichità, con uno degli scali marittimi di Hykkara[18].
Ricercando nelle fonti la possibile denominazione antica di questo luogo di attracco della costa siciliana, che non ha particolarmente richiamato l'attenzione degli archeologi per l'apparente mancanza di resti sulla terraferma, colpisce la menzione del geografo Tolomeo di un luogo della costa siciliana compreso tra Panormo ed il fiume Bathys[19], detto Cetaria[20].
Cetaria, prima di essere un piccolissimo centro, era un luogo di sosta della costa siciliana che prendeva il suo nome, indubbiamente, dalla presenza di uno stabilimento per la pesca del tonno[21], a cui, nel corso del tempo, poteva essersi aggiunto nelle immediate vicinanze qualche abitazione[22].
Il paese di Terrasini([23] è di impianto non molto antico[24] e risulta dalla fusione di due diverse località: Terrasini e Favarotta[25]. In età araba questo tratto di costa era probabilmente denominato Sâqiât Gíns, cioè il "bindolo di Cinisi"[26].
In documenti medioevali del 1350 e del 1390 compare, invece, la dizione "Terrasini", quale denominazione di un feudo[27].
Fermo restando che l'ubicazione di Cetaria, fondandosi sull'unico passo che contiene dei riferimenti topografici, debba essere ricercata, non dalle parti di Castellammare, ma tra il fiume Bathys e Panormo, si deve ritenere che la sua collocazione nei dintorni di Terrasini, in mancanza di rinvenimenti archeologici[28], sia del tutto congetturale.
Il contenuto delle anfore del relitto del I sec. d. C. che, come vedremo, trasportavano salsa di pesce[29] potrebbe, forse, indurre a supporre l'esistenza di una vicina tonnara, stabilimento, in antico, dedito non soltanto alla pesca del tonno, ma anche alla sua conservazione ed alla commercializzazione dei prodotti affini nella regione[30].
Un'altra conclusione di un certo interesse è possibile ricavare dall'esame dei reperti recuperati a breve distanza dalla spiaggia, detta "Ciucca". Il cospicuo numero di anfore di tipo Dressel 7 e 8, rinvenute in uno stesso posto, i frammenti lignei con chiodi, le lastre di piombo, rivelano l'antico naufragio di una grossa oneraria della metà del I sec. d. C.[31] Forse la nave, ancorata ad una certa distanza, non fece in tempo ad allontanarsi in seguito ad un improvviso mutamento delle condizioni dei mare e fu gettata dai marosi sulla costa.
E' certo che le forme delle anfore nn. 7 e 8 della tabella Dressel, come quelle rinvenute a Terrasini, contennero garum ed analoghe salse a base di pesce[32].
Le anfore in questione provenivano dalla Spagna ed in particolare dalla Betica[33]. La mancanza di qualsiasi iscrizione sulle anfore di Terrasini non permette una precisa assegnazione ad una determinata compagnia mercantile, come, ad es., la "grande ditta che a Cartagena produceva l'apprezzatissimo garum sociorum"[34].
E' di grande interesse il confronto tra il commercio del garum spagnolo e dell'olio di questa provincia nel I sec. d. C. In questa età, afferma Zevi[35], "mentre gli oliveti italiani sopportavano, forse già allora con difficoltà, la concorrenza delle province, in Italia non dovevano esistere manifatture di garum in grado di competere, per quantità e qualità del prodotto, con quelle della Spagna". La produzione italiana di garum era tutt'al più rivolta a soddisfare la domanda interna e non indirizzata verso l'esportazione. "Ma ciò che è più interessante è che anche l'Africa proconsolare che nel I sec., per le importazioni di olio e di vino sembrava rivolgersi soprattutto all'Italia, si rifornisse invece dalla Spagna per i suoi consumi di garum e di altre salse di pesce".
Il rinvenimento a Terrasini di questo cospicuo gruppo di anfore, contenenti garum, non solo fornisce preziose indicazioni sulla probabile provenienza della nave naufragata, ma rappresenta un ulteriore indizio delle copiose esportazioni di questo prodotto spagnolo verso i mercati orientali nel I sec. d. C.
Il carico della nave naufragata a Terrasini, composto di anfore contenenti salsa di pesce e di un piccolo carico di lingotti di rame, provenienti dalle ricche miniere spagnole[36], sembra essere in correlazione, come abbiamo visto, con l'ubicazione di uno stabilimento per la pesca e la conservazione del tonno (Cetaria) lungo il tratto di costa tra il Bathys e Panormo, di incerta identificazione in mancanza di ulteriori indizi[37].
Il gruppo di anfore di tipo "greco - italico", conservate a Terrasini, e proveniente dalla medesima zona di mare, sembra, forse, rivelare un più antico naufragio di una nave greca del III sec. a. C., ubicata un po' più a nord-est del relitto del I sec. d. C., il cui carico appare di minore consistenza[38]. Il bassofondo roccioso provocando un'ampia dispersione del carico ha fatto sì che frammenti di anfore di tipo "greco - italico" apparissero frammisti a frammenti di anfore del I sec. d. C. E' possibile supporre, infine, un completo insabbiamento dell'esatto luogo del naufragio di questa nave più antica[39].
GIANFRANCO PURPURA
Note
[1] Cfr. IGM, 25.000, F. 249, III, N. E.
[2] Di un frammento di una lastra romana in pietra calcarea, con alcune lettere iniziali di un'iscrizione, che dovrebbe essere stato consegnato alla Soprintendenza, non siamo riusciti a trovare alcuna traccia, né nei registri, né nei magazzini del Museo. Si ricorda, inoltre, il recupero di una piccola accetta, o dolabella (cfr. SAGLIO, D. S., II, 1, pp. 328 s., v. dolabra; WHITE, Agricultural implements of the roman world, Cambridge, 1967, pp. 64 ss.), conservata. all'interno di un grosso grumo di pece. Si tratterebbe di uno strumento rinvenuto frequentemente dai sommozzatori sugli antichi relitti (BARNIER, Découvertes d'outils antiques au fond de la mer, Atti del 11 Congr. Intern. d'Arch. Sottom., Bordighera, 1958, pp. 305 315; BENOIT, Jas d'ancres et pièces d'outillage des épaves de Provence, Riv. St. Liguri, 1955, p. 128; Épave du Grand Conglué, Gallia, XIV, suppl. a, Paris, 1961, pp. 195 s.) ed utilizzato dai fabri navales, cioè i carpentieri di bordo, per le frequenti riparazioni dello scafo (cfr. ROUGÉ, Recherches sur l'organisation du commerce maritime en Méditerranée sous l'empire romain, Paris, 1966, pp. 219 s.). Ciò che resta di questo strumento in pratica soltanto il manico ligneo, essendosi la parte metallica completamente disfatta per la mancanza di adeguata protezione è conservato presso la Pro Loco.
[3] E' merito dell'avv. V. E. Orlando l'aver raccolto e consegnato alla Soprintendenza alle Antichità il maggior numero di reperti possibile e l'aver cercato di richiamare su di essi l'attenzione degli studiosi.
[4] Su invito dell'avv. Orlando, nell'estate del 1966 due esperti subacquei, il dott. Papò e il dott. Ferri Ricchi, effettuarono saggi di scavo con l'ausilio di una scavatrice di sabbia, adibita a sorbona, recuperando alcuni reperti archeologici. La notizia di queste ricerche apparve in MONDO SOMMERSO, marzo 1966, pp. 273 s. ed in MONDO SOMMERSO, luglio 1966, p. 778. Oltre a queste due brevi notizie e ad un accenno in GIUSTOLISI, Hykkara, Palermo, 1973, pp. 68 s., non esiste altra pubblicazione sul materiale recuperato a Terrasini.
[5] Cfr. ZEVI, Appunti sulle anfore romane, Arch. Class., XVIII (1966), p. 239.
[6] Su questi tipi di anfore cfr. ZEVI, op. cit., pp. 229 ss.; BELTRAN LLORIS, Las anforas romanas en Espana, Zaragoza, 1970. E' probabile che le anfore n. 7 e n. 8 della tabella Dressel siano due varianti di uno stesso tipo di anfora. Cfr. LAMBOGLIA, Sulla cronologia delle anfore romane di età repubblicana, Riv. St. Liguri, XXI, 1955, p. 243.
[7] ZEVI, op. cif., p. 231.
[8] ZEVI, op. cif., p. 242.
[9] UENZE, Frührömische Amphoren als Zeitmarken in späten La Téne, Marburg, 1958.
[10] Cfr. FORBES, Alimenti e bevande, Storia della Tecnologia, II, Torino, 1967, pp. 136 s.: "La maggiore difficoltà per il commercio era rappresentata dall'instabilità dei vini. I sugheri erano allora sconosciuti come chiusura ed era impossibile prevenire interamente la fermentazione durante la conservazione; i vini dovevano pertanto essere consumati entro tre o al massimo quattro anni"; e p. 139.
[11] Il primo (A) pesa Kg. 62; il secondo (B) Kg. 48,500; il terzo (C) Kg. 56; il quarto (D) Kg. 42,600. Il diametro massimo di tutti e quattro i pani è di circa 45 cm. I segni incisi sugli orli non sembrano essere indicazioni del peso.
[12] Ad es. nel relitto di Arbatax, in Sardegna, e nel relitto denominato Lavezzi I, nel sud della Corsica (cfr. BEBKO, Les épaves antiques du sud de la Corse, Corsica, 1 3, 1971, p. 4). E' interessante notare che in quest'ultimo relitto, di provenienza spagnola, insieme ai lingotti circolari di rame, sono state ritrovate anfore del tipo Dressel 7 e 8. Più che di lingotti di metallo in dotazione per le riparazioni delle attrezzature di bordo, si è portati a supporre che si tratti, nel caso dei reperti di Terrasini, di parte di un piccolo carico di rame, trasportato da una nave commerciale. Cfr. anche BOUSCARAS, Notes sur les recherches sous marine d'Agde, Forma maris antiqui, V, 1962 1964, pp. 274 ss.
[13] GIUSTOLISI, Hykkara, Palermo, 1973, pp. 68 ss. Questa aruletta appare quasi identica ad un' altra della Cannita, presentata nella medesima pubblicazione a p. 99.
[14] Rotoli di gomene provengono ad es., dal relitto del Procchio nell'isola d'Elba. Quattro macine, molto simili a quella. sopramenzionata, in FORRESTER, PASCUAL, La nave romana de "la Nau Perduda", St. Benoit, IV, Bordighera, 1972, pp. 300 ss. Cfr. anche PEDERZINI, Rinvenimenti e recuperi archeologici all'isola d'Elba (1958 1959), Atti 111 Congr. Intern. d'Archeol. Sottom., Barcellona, 1961, pp. 203 s.
[15] Cfr. BEURLIER, D. S., II, 2, 1600 ss., v. gladius; REINACH. D. S., V,622 ss., v. vagina; FIEBIGER, PWRE, VII, 1, 1372 ss., v. gladius.
[16] Il salum fu un attracco alquanto aperto e insicuro, in genere poco profondo. In caso di pericolo le piccole imbarcazioni potevano essere alate, mentre le navi più grandi, attraccate ad una certa distanza dalla costa, mollavano gli ormeggi, prendendo il largo, alla ricerca di un sito meno esposto (ROUGÉ, op. cit., p. 111). La statio al contrario del portus, rifugio sicuro, ove le navi trascorrevano l'inverno era un luogo di sosta temporanea delle imbarcazioni per il rifornimento di viveri e di acqua dolce e lo sbarco e l'imbarco di parte del carico (ROUGÉ, op. cit., p. 117). Sui diversi tipi di porto nel mondo antico cfr. ROUGÉ, op. cit., pp. 107 ss. Con particolare riferimento alla situazione in Sicilia cfr. COLUMBA, 1 porti della Sicilia nell'antichità, Roma, 1906.
[17] GIUSTOLISI, op. cit., p. 69: "Nulla ho potuto però accertare di un eventuale antico insediamento a cui fanno pensare i suddetti reperti marini".
[18] Sulla discussa ubicazione di Hykkara cfr. HOLM, St. della Sic. nell'ant., Bologna, 1965, I, p.136; GIUSTOLISI, op. cit., pp. 7 26.
[19] TOLOMEO, Geogr. III, 4. HOLM, op. cit., I, pp. 84 s., identifica il Bathys con l'odierno fiume Iato, che scorre ad occidente di Partinico.
[20] ZIEGLER, PWRE, XI, 1, 360, v. Ketaria; HOLM, op. cit., I, p. 91 n. 103; p. 190; III, p. 482 n. 5; AMICO, Diz. Topogr. della Sic., I, Palermo, 1855, p. 323, v. Cetaria; COLUMBA, op. cit., p. 57; PACE, Arte e civiltà della Sicilia antica, 1935, I, p. 309 e p. 404.
[21] Khto" Tuvnno". Dunque Cetaria =luogo dove si pesca il tonno. HOLM (l.c.) identifica congetturalmente Cetaria con Tonnara, dalle parti di Isola delle Femmine. PACE (l.c.) afferma che Cetaria fu una stazione itineraria nel Golfo di Castellammare. Se Cetaria fu realmente ubicata tra il Bathys e Panormo sembra improbabile la sua identificazione nelle immediate vicinanze di Castellammare. E' da osservare, inoltre, che la sua identificazione con una località detta Tonnara presuppone un'improbabile traduzione erudita della sua antica denominazione greca.
[22] I cetarini sono ricordati in CIC., Verr., III, 103 ed in PLIN., Nat. Hist., III, 91.
[23] La spiegazione popolare, accolta da AMICO, Diz. Topogr. della Sic., II, Palermo, 1856, p. 596, v. Terrasini, della denominazione Terrasini come "insenatura della terra" appare alquanto discutibile. Si osserva infatti, che in questo caso moltissimi posti dovrebbero essere denominati Terrasini; questa denominazione, invece, sembra essere un unicum in Italia.
[24] Cfr. BELLAFIORE, La civiltà artistica della Sicilia, Firenze, 1963, p. 342.
[25] Il piccolissimo nucleo abitato di Favarotta, sviluppatosi intorno ad una sorgente, come per l'appunto indica la probabile derivazione araba della denominazione, possedeva intorno al '600 una sua chiesa, quella di S. Rosalia. Una lapide secentesca, ritrovata di recente, ricorda l'esistenza in questo luogo di un abbeveratoio. L'altro piccolo nucleo abitato di Terrasini intorno al 1713 ebbe una sua chiesa, quella di Maria SS. delle Grazie. Con un atto amministrativo del 1836 i due nuclei urbani furono unificati. Cfr. RUFFINO, Parlata agricola e parlata marinara a Terrasini, Boll. Centro St. Filolog. e Linguist. Siciliani, XII, Palermo, 1973, p. 6 n. 6.
[26] AMARI, Bibl. Arabo Sicula, Torino e Roma, 1880, I, p. 121. In DOZY, Suppl. aux Dict. Arabes, Leyde, 1881, p. 665, la parola Sâqiât indica fossato, vasca.
[27] D'ALESSANDRO, Politica e società nella Sicilia aragonese, Palermo, 1963, p. 61 (la famiglia Abate possedeva il feudo di Terrasini intorno al 1350); p. 299 (Ubertino La Grua era signore di Carini e del feudo Terrasini nel 1390 circa). Il feudo di Terrasini fu, inoltre, proprietà del monastero di S. Martino delle Scale.
[28] L'esistenza di resti archeologici di un'antica tonnara e di qualche abitazione adiacente (Cetaria) potrebbe essere sfuggita all'indagine archeologica per esiguità dei resti medesimi. L'aspetto caratteristico di un antico stabilimento per la pesca e la conservazione del tonno dovrebbe essere rappresentato da una fila di vasche rettangolari di dimensioni variabili, disposte in serie lungo la spiaggia. Altre caratteristiche ancora si desumono dallo studio degli stabilimenti per la pesca del tonno e la sua conservazione ritrovati in Spagna e Portogallo (cfr. BESNIER, D.S., IV, 2 1023, v. salsamentum; PELLATI, I monumenti del Portogallo romano, Historia, V, 1931, pp. 214 ss.; PONSICH TARRADEL, Garum et industries de salaison dance la Méditerranée Occidentale, Parigi, 1965, pp. 81 ss.). E' indubbiamente da tener conto anche del fatto che a Terrasini sino a pochi anni fa era attiva una tonnara, impiantata leggermente ad oriente di Punta Molinazzo e che è segnalata nel mare, a pochissimi metri dalla spiaggia, detta "Ciucca", la presenza di una fila, quasi del tutto insabbiata, di piccoli massi squadrati, dall'apparenza antica, che non sembrano essere affatto opere portuali, bensi terrestri.
[29] L'originaria destinazione di questo tipo di anfore a contenere salsa di pesce avrà indubbiamente impedito il reimpiego per il trasporto di derrate alimentari di altro genere.
[30] L'espressione cetaria indicava non soltanto una tonnara, ma anche uno stabilimento per la produzione e la vendita delle salse di pesce (cfr. Thesaurus Ling. Lat., III, 965, v. cetaria). E' da tener presente che nella ricetta del garum un ingrediente era rappresentato proprio dal tonno.
[31] Considerando la notevole dispersione di una parte del carico al momento del naufragio a causa della bassa profondità, un possibile recupero nell'antichità e la dispersione e distruzione ai giorni nostri è lecito supporre che il numero delle anfore trasportate dalla nave naufragata fosse di gran lunga maggiore di quello delle anfore conservate a Terrasini. Le lastre di piombo con piccoli chiodi, poste di solito a protezione della carena delle grandi imbarcazioni, che non potevano essere agevolmente alate, induce, d'altro canto, a supporre il naufragio di una grossa oneraria.
[32] Sul garum cfr. ZAHN, P.W.R.E., VII, 1, 481 ss., v. garum; MOREL, D.S., II, 2, 1459, v. garum; JARDIN, Garum et sauces de poisson de l'antiquité, Riv. St. Lig., XXVII (1961), pp. 70 ss. E' noto che il garum fu una salsa piccante molto usata dagli antichi per il condimento dei legumi e delle carni, a base di pesce (sgombro, tonno, alici, etc...), mescolata con piccoli pesci interi salati e vari aromi. Talvolta veniva diluita con il vino. Esistevano diverse qualità e diversi tipi di invecchiamento ed era considerata stimolante dell'appetito e dotata di proprietà digestive.
[33] ZEVI, op. cit., pp. 229 ss.; CHARLESWORTH, Trade routes and commerce of the roman empire, New York, 1970, pp. 156 s.
[34] ZEVI, op. cit., pp. 232 ss. Presso la foce del Guadalquivir, a Gades, a Cartagena, a Carteia sussistevano importanti e rinomate fabbriche di questo prodotto. E' nota l'esistenza nel I sec. d. C. di grosse compagnie di mercatores, quali gli Atinii o i Caecilii, impegnate nell'esportazione dei prodotti di questa regione, garum, olio, etc..., sui mercati orientali.
[35] ZEVI, op. cit., p. 236; PLINIO, Nat. Hist. XXXI, 94. ZEVI, op. cit., p. 241.
[36] Il rinvenimento nel sud della Corsica di un relitto, detto Lavezzi I (sopra, n. 12), che trasportava lingotti circolari di rame, analoghi a quelli di Terrasini ed anfore del tipo Dressel 7 e 8 di provenienza spagnola induce, in mancanza di precisi dati di scavo, a supporre un'associazione anche in questo caso dei reperti in questione. Sulla ricchezza di rame delle miniere spagnole cfr. PLINIO, Nat. Hist. III, 91; CHARLESWORTH, op. cit. pp. 157 ss. Si può, forse, supporre l'esistenza di due diverse rotte commerciali per l'esportazione del garum spagnolo: l'una settentrionale, che, risalendo le coste spagnole, toccava la Corsica e la Sardegna prima di giungere in Italia; l'altra meridionale, che, costeggiando le coste settentrionali dell'Africa, passava per Cartagine e la Sicilia occidentale. Cfr. ROUGÉ, op. cit., pp. 88 s. e pp. 93 ss.
[37] La ricchezza di pesce di questo tratto di mare in antico sembra essere testimoniata non solo dal nome di Cetaria, ma anche dal nome della vicina Hykkara con ogni probabilità connesso ad un tipo particolare di pesci, numerosissimi nella zona, chiamati Hykai. Cfr. HOLM, op. cit., I, p. 136; COLUMBA, op. cit., p. 57.
[38] Le dichiarazioni di coloro che hanno effettuato i recuperi indicano una prevalenza di frammenti di questo tipo di anfore a nord est, nei pressi della colonia marina E. M. S. di Cinisi.
[39] Ha collaborato alla sistemazione della parte fotografica Salvatore Patti del Gruppo Archeologico Palermitano.