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Archeologia subacquea: perché? Editoriale a cura di Gianfranco Purpura

Il problema dell'esistenza di un'autonoma disciplina denominata "Archeologia subacquea"[1], proposto dalle numerose e talvolta spettacolari scoperte archeologiche, divulgate dai media e scientificamente illustrate in pubblicazioni e congressi, è legato al contenuto dell'Archeologia, all'unitarietà della Scienza e al senso dell'indagine storica.

Per Archeologia comunemente s'intende un particolare metodo d'indagine, basato sulla decifrazione di testimonianze dirette (reperti, dati di scavo ed altro), per la conoscenza della cultura dell'uomo, nella speranza che esse possano offrire una ricostruzione più attendibile di quella fornita dalle testimonianze indirette (fonti mediate da un interprete: letterarie, storiche e così via), prese in considerazione in una particolare accezione di ricerca storica[2]. Si finisce così per giustificare una distinzione tra Archeologia e Storia del tutto artificiale. Ma anche le cosiddette testimonianze dirette dovranno essere interpretate e tale valutazione soggettiva finisce in un certo senso per rendere vana la stessa distinzione tra testimonianze dirette e indirette, tra Archeologia e Storia. Ciò che in fondo conta è la globale comprensione della cultura dell'uomo.

Se allora si intende recuperare la memoria storica, ricostruendo la cultura del passato, al fine di una maggiore consapevolezza di sé e di una migliore comprensione della complessità del presente, è evidente che la suddivisione in discipline diverse acquista un significato del tutto pratico. In un'epoca di smisurato incremento delle conoscenze e di assai spinta specializzazione dei saperi, non è forse inutile ribadire con forza la fondamentale unitarietà della Scienza ed in particolare della Storia[3].

A questo punto è evidente che la stessa Archeologia è compresa in una concezione più vasta di Storia e l'Archeologia subacquea (e non soltanto sottomarina[4] non può certo aspirare ad alcuna autonomia, come non è mai stata riconosciuta ad un'ipotetica "archeologia dei terreni paludosi" o "desertici", discipline che esigerebbero la padronanza di tecniche altrettanto specifiche.

Sin dall'inizio della storia dell'Archeologia subacquea come "disciplina scientifica" è stato correttamente sostenuto che "l'Archeologia subacquea, naturalmente, deve essere chiamata semplicemente Archeologia"[5] e nel tentativo di ridimensionarne lo specifico ruolo[6] si è affermato che si tratta non di una "…sfera autonoma, né disciplina archeologica, ma soltanto tecnica particolare al servizio dell'archeologia; tecnica che permette all'archeologia di estendere il suo campo d'indagine al vasto e ricco mondo subacqueo"[7]. Ma se "nulla permette di distinguere l'archeologia subacquea dal resto dell'archeologia, se si ammette che fine delle ricerche è non soltanto la scoperta, attraverso lo scavo, di vestigie materiali sepolte sotto l'acqua, ma anche e soprattutto la loro ricostruzione e interpretazione entro un determinato quadro storico", occorre riconoscere che in essa si riscontrano "gli obiettivi, i metodi e i principi fondamentali che definiscono l'archeologia in quanto disciplina storica, il cui fine è la conoscenza della storia degli uomini e delle civiltà attraverso lo studio delle loro vestigia materiali. E' quindi il contesto storico che permette di caratterizzare i diversi rami dell'archeologia, e tale diversificazione non è mai attuabile in base all'ambiente fisico nel quale si esplicano o alle tecniche particolari di scavo utilizzate"[8].

Ma se in fondo è artificiale la distinzione dell'archeologia in diversi rami in base ad un contesto storico a causa della fondamentale unitarietà della scienza storica e della caratterizzazione dell'archeologia come un particolare metodo d'indagine, perché negare che anche problematiche archeologiche collegate al mondo subacqueo ed alla navigazione, ai commerci e alla vita degli antichi e dei moderni possano per praticità essere oggetto di una o più specializzazioni.

Non manca una specificità intrinseca della materia, né l'ampiezza e varietà dei settori che abbraccia. Fin troppi, si potrebbe obiettare. Ma anche altre discipline, più che ad un unitario contesto storico – per alcune assai eterogeneo – si collegano ad un contesto fisico o geografico o ad un'ipotetica unità di materiali, che induce a ricomprendere settori assai ampi e vari. Sostenere che l'archeologia subacquea si esaurisca esclusivamente in una mera tecnica collegata all'ambiente fisico nel quale si esplica o alle particolari modalità di scavo utilizzate è alquanto riduttivo e può talvolta generare errori di valutazione quando si finisce ad esempio per intitolare "Introduzione all'Archeologia delle acque"[9], un'opera assai utile di tecnica archeologica subacquea, che però non spiega le motivazioni dell'operare in tale settore. E' evidente che la tecnica da sola non può costituire l'archeologia, come l'operare del braccio non può precedere l'arrovellarsi della mente. Dunque l'archeologia subacquea deve consistere in molto di più. E' stato osservato che nello studio del mondo antico è regola costante per gli specialisti tendere fatalmente a privilegiare i rispettivi campi d'indagine, salvo le eccezioni costituite da pochi eminenti studiosi che, dominando il particolare, mirano ad una visione d'insieme e ad una sintesi. Si finisce invece spesso col prendere in considerazione, nella prospettiva limitata dei "proprî" dati, solo alcuni dei molteplici parametri che potrebbero essere utilmente impiegati, fornendo fatalmente una versione parziale di una stessa vicenda e ponendo un limite così all'interpretazione di ciò che era in realtà un insieme unitario[10].

Le discipline specialistiche, per giustificabile necessità, devono allora essere praticate con la consapevolezza che l'operare non può essere fine a se stesso e deve almeno tendere, come per tutte le discipline della storia dell'uomo, verso il recupero di una conoscenza integrale.

© Gianfranco Purpura (Università di Palermo)


Note

[1] Dibattuto in Gianfrotta, Pomey, Archeologia subacquea. Storia, tecniche, scoperte e relitti, Milano, 1981, pp. 10 – 14.

[2] Su tale problematica cfr. Millar, Epigrafia, Le basi documentarie della storia antica, Bologna, 1984, p. 137.

[3] Purpura, Diritto, papiri e scrittura, Torino, 1999, pp. 3 – 10.

[4] Evidente è l'osservazione di Bass, Archeologia sub. Rilevamenti, recupero conservazione, Milano, 1974, p. 5, che con tale precisazione si finiva per escludere (ma forse inconsapevolmente!) le ricerche nelle acque dolci dei laghi o dei fiumi, a vantaggio dell'ambiente marino, trascurando addirittura le precoci attività archeologiche svolte sott'acqua in laghi svizzeri o austriaci e volte alla documentazione di insediamenti palafitticoli. Cfr. Gianfrotta, op. cit., p. 10.

[5] Già nel 1952 Philippe Diolé, seguito successivamente da Bass, "negava" (all'archeologia subacquea) "la pretesa di erigersi a scienza autonoma ed affermava al contrario l'unità dell'archeologia". Così in Gianfrotta, op. cit., p. 10.

[6] Quando le tecniche sottomarine "erano fuori della portata degli archeologi" ed il mondo sottomarino riservava "la sensazione di liberarsi dalla normalità e di accedere a un altro mondo" (Gianfrotta, op. cit., p. 11) si era evidenziato l'annoso problema dei rapporti difficili tra rinvenitori ed archeologi e l'opportunità di riservare a competenti un'attività, che per i suoi aspetti "balneari" ed esibizionistici ha ancora il potere d'indurre a comportamenti non validi scientificamente, se non addirittura sconsiderati.

[7] Gianfrotta, l.c.

[8] Gianfrotta, l.c.

[9] Rosso, Introduzione all'archeologia delle acque. Il rilevamento dei manufatti sommersi, Pordenone, 1987.

[10] Nicolet, A la recherce des archives oubliées: une contribution à l'histoire de la bureaucratie romaine, La mémoire perdue, Publications de la Sorbonne, Paris, 1994, pp. VIII- IX.






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