| Statue greche nel mare dei Romani - di Gianfranco PurpuraRedazione Archaeogate, 18-11-2004  in: Archeologia Viva, 119, gennaio/febbraio 2005, pp. 60-61. Nel 168 a.C., dopo la vittoria sul re Perseo, fu importata a Roma per mare la prima ampia collezione di libri greci; Lucio Emilio Paolo permise ai suoi figli, di cui uno era Scipione Emiliano, di utilizzare la straordinaria biblioteca appartenuta alla corte di Alessandro Magno, intorno alla quale gravitò d'allora in poi il Circolo degli Scipioni[1]. Oltre ai libri erano arrivate per mare dalla Grecia anche le opere d'arte. Opere straordinarie, che influenzarono a tal punto la cultura romana, da far dire ad Orazio che "la Grecia era stata sí conquistata, ma poi aveva finito per conquistare il rude vincitore e aveva introdotto le arti nell'agreste Lazio"[2]. E' probabile che i rinvenimenti sottomarini di Anticitéra, Mahdia, Capo Artemisio, Fano, Riace, del Canale di Sicilia, ed ora anche di Lussino (fig. 1), si colleghino a questa irresistibile attrazione verso il centro dell'Impero dell'arte dell'Ellade, anche se non sempre è agevole determinare, in assenza di un contesto precisamente databile, l'epoca esatta dei relativi viaggi per mare. Talvolta, come nel caso di Anticitéra e Mahdia, un unico infausto evento meteorologico avrebbe potuto determinare la simultaneità di più naufragi in luoghi lontani tra di loro delle navi di un unico convoglio[3] che trasportava, come bottino di guerra verso il centro dell'Impero, libri, strumenti scientifici ed opere d'arte predate in Grecia. Luciano ricorda che nell'82 a.C. una nave diretta in Italia, che conteneva i trofei di Silla era affondata al largo di Capo Malea - ad Anticitéra appunto - perdendo tutto il suo carico insieme ad un dipinto di Zeusi[4], ma altre sicuramente erano felicemente giunte a destinazione con parte della biblioteca di Aristotele ed altre ancora erano affondate. Come ad Anticitéra, nel relitto di Mahdia di età sillana sono stati ritrovati capolavori statuari fuori dell'ordinario, insieme ad incongrui meccanismi di guerra, di tre diverse catapulte, e ad alcuni anacronistici decreti ateniesi del IV sec. a.C. L'ultimo proprietario della biblioteca di Aristotele, predata da Silla, Apellicone di Teo, non solo era stato un collezionista d'opere d'arte, appassionato di catapulte, ma "aveva cominciato ad acquisire furtivamente epigrafi originali degli antichi decreti del Metróon, l'archivio di Atene, e di altre città, purché fossero antiche e rare. Ricercato per queste azioni ad Atene, avrebbe perduto la sua vita se non si fosse nascosto" e non fosse stato poi impegnato nella difesa balistica della città contro le truppe romane di Silla[5]. La presenza di parti di catapulte nel carico di Mahdia, oltre ad epigrafi greche molto più antiche del naufragio, potrebbe allora essere giustificata proprio dal particolare interesse di un collezionista, proprietario della biblioteca di Aristotele, che per la sua opposizione militare ai Romani aveva avuto sequestrati i beni e perso la vita nella disperata difesa di Atene. Le opere esportate da Silla furono talmente numerose da lasciare tracce ancora oggi apprezzabili nel Pireo (alludo al rinvenimento di statue nel Kantharos nel 1959) e furono certamente imbarcate in diverse navi che, all'approssimarsi dell'inverno dell'82 a.C. si affrettavano per il trionfo a Roma, celebrato sul finire del gennaio dell'81[6]. Alcune giunsero con la parte della biblioteca di Aristotele che era destinata a non essere divulgata - con le opere esoteriche che sono a noi paradossalmente note - altre affondarono con le ignote opere acroamatiche – predisposte ad esser divulgate – ed interi carichi d'opere d'arte sequestrate. Tra queste ultime navi naufragate non vi era certamente l'imbarcazione che trasportava il bronzo di Lussino. In tal caso purtroppo non disponiamo di indizi tanto peculiari e suggestivi, ma a prestare fede ai risultati dei materiali organici interni del bronzo della Croazia, che indicano che tra il 110 a.C. ed il 170 d.C. "la statua era in fase di smobilizzo, trovandosi già distesa in orizzontale e in abbandono" in terraferma, occorre ritenere che solo dopo il 170 d.C. finisse perduta sott'acqua. Si deve anche ammettere che non doveva essere passato molto tempo da tale data: non solo non sono segnalati materiali successivi a tale periodo all'interno, ma neppure restauri superficiali all'esterno. Che senso avrebbe avuto recuperare il bronzo, per poi mantenerlo a lungo ben protetto, in modo da impedire una sedimentazione interna, senza tuttavia restaurarlo? E' evidente che, con ogni probabilità, il viaggio per mare si svolse immediatamente dopo il rinvenimento, "in un sito che presentava edifici fatiscenti e invasi dalle erbacce, segno di una decadenza economica e di un diminuito interesse religioso verificatosi in diverse regioni dell'Ellade", come narra il viaggiatore Pausania fra il 160 e il 177 d.C. L'imperatore Marco Aurelio aveva in conseguenza di tale degrado urbano dell'Impero disposto per il decoro delle città il restauro dei fondi urbani in stato di abbandono a spese dei medesimi proprietari[7] e, rispondendo ad una richiesta di un funzionario, aveva ordinato che le statue imperiali deteriorate dal tempo venissero restaurate rispettandone il più possibile le originarie sembianze. Aveva poi disposto insieme al collega Lucio Vero che i tesori ritrovati in luoghi fiscali, pubblici o religiosi venissero in parte incamerati dal fisco (D. 49, 14, 3, 10). Occorre quindi focalizzare l'attenzione nell'area del rinvenimento, intorno all'anno 170 d.C. Nella zona a quella data era anche accentrato l'interesse di tutto l'Impero. Per preparare la guerra contro i Marcomanni i due imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero tra il 168 ed il 169 d.C. avevano svernato ad Aquileia, ma nel febbraio del 169, tra Concordia ed Altinum, Lucio improvvisamente muore, colto nel carro da viaggio da colpo apoplettico, sotto gli occhi di Marco e del medico Galeno. Una moneta ricorda il drammatico evento (fig. 2). Tra il 169 ed il 170 i Marcomanni ed i Quadi penetrano in Italia distruggendo Oderzo ed assediando Aquileia. Costringono Marco sotto l'infuriare di una pestilenza a partire per Carnuntum (Austria) e Sirmio (Ungheria), ove l'imperatore riceve i fratelli Quintilii, incaricati di amministrare la Grecia, che denunciano per vari motivi al tribunale imperiale il miliardario e amico di Marco, Erode Attico, benefattore e restauratore di splendidi monumenti in Grecia, la cui enorme fortuna era basata sul rinvenimento vicino al teatro di Dioniso da parte del nonno di un tesoro ad Atene, totalmente concessogli dall'imperatore Nerva, che era stato reiteratamente informato del rinvenimento. Nel 170 d.C. la tribù dei Costoboci penetra in Grecia, razziando ed incendiando Eleusi e giungendo fino ad Elatea, finchè non viene fermata dal procuratore Giulio Veilio Grato Giuliano. E' chiaro che in tale confuso quadro di pestilenze e di drammatici eventi militari, il pur interessante rinvenimento e la successiva immediata perdita in mare di una statua bronzea greca, antica quasi mezzo millennio, era certo destinata a passare sotto silenzio. Ma in base alla legislazione allora vigente sull'invenzione del tesoro - e tale avrebbe potuto esser pur stimato, anche se danneggiato, l'antico bronzo greco - l'imperatore o i suoi funzionari avrebbero dovuto essere almeno informati (Inst. II, 1, 39). Il bronzo di Croazia viaggiava allora in un trasporto privato, ufficiale o, piuttosto, clandestino? Gianfranco Purpura Dipartimento di Storia del Diritto Università di Palermo
Note[1] ISIDORO, Ori. 6, 5, 1; PLUTARCO, Vita di Emilio Paolo 28. [2] ORAZIO, Ep. II, 1, 156 7. [3] PURPURA, Scritture sull'acqua. Testimonianze storiche ed archeologiche di traffici marittimi di libri e documenti, Giardini, 28 ottobre 1995, Atti X Rassegna di archeologia subacquea = Annali dell'Università di Palermo, XLIV, 1996, pp. 361-382. [4] LUCIANO, Dialoghi 22 [63], 3. [5] ATENEO, Deipnosophistae 214 d e; 215 a. [6] PLUTARCO, Vita di Silla 34. HELLENKEMPER, Der Weg in die Katastrophe, in Das Wrack, Der antike Schiffsfund von Mahdia, a cura di Hellenkemper Salies, Hoyer v. Prittwitz u. Gaffron, Bauchhenss, I, 1994, Köln, p. 154. [7] SCARANO USSANI, Privilegium exigendi ed ideologia cittadina, Labeo, 29, 1983, pp. 255 - 279. Cliccare sull'immagine per l'ingrandimento  Il nuovo Bronzo della Croazia (Archeologia Viva, luglio/agosto 1999, n. 76, pp. 48- 61) rappresenta un atleta che si deterge (apoxyomenos), soggetto reso celebre da un capolavoro di Lisippo (IV sec. a.C.), ed è un originale greco lesionato e perduto nel mare di Lussino intorno al 170 d.C.
 Sesterzio del 169 d.C. relativo alla divinizzazione (rovescio, in alto:Consecratio) di Lucio Vero (dritto: Divus Verus) in base a senatoconsulto (rovescio, in basso: SC). Nel rovescio un carro da viaggio (carpentum) trainato da quattro elefanti - animali destinati al trionfo - porta l'imperatore verso gli dei, alludendo alla sua morte improvvisa per colpo apoplettico in viaggio tra Concordia ed Altinum. Lucio Vero tiene in mano un oggetto che potrebbe essere il suo stesso cuore. Londra, British Museum
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