| L'esperimento di Ustica - di Gianfranco PurpuraRedazione Archaeogate, 06-01-2002  (in: Atti VI Rassegna di archeologia subacquea di Giardini, 25 - 27 ottobre 1991, Reggio Calabria, 1994, pp. 143 - 147 = Kalos, 3 - 4, 1991 ; parzialmente ripubblicato con il titolo: L'itinerario archeologico subacqueo di Ustica, Archeologia Viva, maggio, 1992, p. 51) Due isole sono segnalate nelle fonti antiche presso la costa nord occidentale della Sicilia, dinnanzi agli antichi centri di Solunto e Paropo: Ustica e Osteódes. La prima prenderebbe la sua denominazione dal colore scuro della terra bruciata che la caratterizzava, la seconda dal biancore di ossa calcinate dal sole. Diodoro (V, 11, 1) narra che nel corso di una guerra con i Siracusani ivi i Cartaginesi avrebbero abbandonato seimila mercenari ribelli, le cui ossa, rimaste a biancheggiare nel sito avrebbero dato la denominazione all'isolotto. E' stato sostenuto che l'isola della terra bruciata e l'isola delle ossa sarebbero state in realtà un'unica località. Ma ad Ustica difficilmente i mercenari cartaginesi sarebbero morti di fame e di sete. L'isola era tanto vasta da consentire la sopravvivenza di alcuni di loro, anche se stentata. Si nota poi che la duplicità dei luoghi appare soprattutto nelle fonti più antiche, ma cessa intorno al II sec. d.C.. Sembrerebbe dunque preferibile ritenere che le due denominazioni indichino due diversi siti e che il più piccolo sia scomparso in seguito a un fenomeno sismico ed all'erosione marina. Nell'acqua cristallina di Punta Gavazzi a Ustica, nella quale aleggia il fascino di questa storia, una vistosa boa arancione, galleggiante sulla superficie del mare, indica l'inizio di un percorso subacqueo che consente di osservare nell'originario luogo di rinvenimento una diecina di reperti archeologici, disseminati in un raggio di circa duecento metri, sul fondo marino ancora incontaminato di questa splendida isola mediterranea. Seguendo la bianca cima di nailon, si giunge a una profondità di diciassette metri, in prossimità di un bel ceppo plumbeo di un'ancora romana, incastrato ancora nel fondo. L'attrezzo, non solo è segnalato da un galleggiante, sollevato di qualche metro dal fondale, ma è anche evidenziato da una tabellina esplicativa in plastica. Ogni reperto di questo percorso archeologico subacqueo, che si snoda in diversi rami a profondità oscillanti da dieci a venti metri circa, reca dei cartellini esplicativi che indicano al contempo che si tratta di evidenze archeologiche opportunamente segnalate e registrate, che si riferiscono a una zona di ancoraggio, frequentata per un lunghissimo arco di tempo. Parti di ancore ellenistiche, frammenti ferrosi e minuti reperti ceramici rivelano una continuità ininterrotta nell'utilizzazione di questa località, come riparo dal vento e dalle mareggiate provenienti da sud-est. Nei pressi dell'insenatura di punta Gavazzi, sede del percorso archeologico sottomarino, le uniche tracce di antichi insediamenti che si osservano in terraferma, consistono in resti di una fattoria tardo romana sull'altura e nel fianco occidentale di Timpone Basile e in resti di una modesta necropoli costituita da una trentina di tombe a fossa, associate a frammenti di ceramica del V-VI sec. d.C. Sembra dunque che in questa insenatura abbiano cercato rifugio prevalentemente imbarcazioni in transito e che i frustuli di ceramica presenti in mare e in terra indichino l'occasionale sbarco di marinai che intraprendevano l'accidentato percorso che conduceva al più cospicuo centro abitato sito in età punica e romana nei pressi della Falconiera, ove abitazioni e tombe dal lII sec. a.C. al I sec. d.C. indicano una pressocché ininterrotta continuità di vita. Dopo un'apparente cesura, l'attività nell'isola sembra riprendere nel V e VI sec. d.C., come indicano i numerosi frammenti ceramici, relativi a insediamenti rurali. Il tracciato viario dello Spalmatore - Gavazzi a Cala S. Maria, percorso dai marinai stranieri sbarcati nel versante riparato dallo scirocco, rappresenta oggi, oltre al circuito costiero, il più antico e lungo tracciato stradale dell'isola. Un'occhiata alla carta topografica di Ustica consente immediatamente di individuare nella Cala del Camposanto e nel tratto di costa che si estende verso Punta Gorgo Salato il più vicino luogo di rifugio delle imbarcazioni locali, che trovavano nella Cala S. Maria un riparo, esposto però al vento di sud-est. I reperti segnalati, tutti lasciati nelle esatte condizioni di giacitura e di rinvenimento, sono stati prescelti tenendo conto di ovvii criteri di opportunità, tra i quali sono stati presi in considerazione la difficoltà di rimozione e la somiglianza con innumerevoli reperti analoghi che giacciono malinconicamente abbandonati nei magazzini, sovente privi d'ogni riferimento sicuro ad una precisa località. Nonostante siano trascorsi ormai due anni dall'istituzione ed il sito sia stato frequentato da innumerevoli visitatori, sia nel periodo estivo, che invernale, si constata che non uno dei reperti è stato sottratto o ha subìto danni, pur non essendo stata predisposta alcuna particolare sorveglianza della località, che, d'altro canto, sarebbe stata assai difficile tenere sotto controllo in maniera realmente efficace, senza affrontare oneri alquanto elevati. L'isola, nella quale è stata istituita una riserva naturale che consente di preservare uno straordinario ambiente sottomarino mediterraneo, permette al contempo di visitare una zona nella quale la ricchezza archeologica, un tempo ampiamente diffusa lungo le nostre coste, si presenta ancora inalterata. L'esperimento della tutela in situ dei reperti archeologici subacquei, che suscita l'adesione di chi è disposto a scommettere sull'intelligenza e la maturità della gente e la diffidenza di chi è per natura pessimista, oltre a sollevare problemi diversi di fruizione e di conservazione, suscita una fondamentale questione di metodo. Il reperto archeologico infatti, che dovrebbe essere studiato e conservato nelle condizioni più idonee per consentire la trasmissione alle generazioni future, oltre a rappresentare un documento storico della società che l'ha prodotto, costituisce anche una testimonianza della circostanza che lo ha trascinato nel fondo del mare. Non è lecito affidare il ricordo di questo evento soltanto ad una mera registrazione grafica o fotografica. E' peculiare dell'archeologia la percezione diretta, e non mediata da fonti scritte, dell'evento storico. Ed allora perché offrire in ogni caso ai nostri posteri la percezione mediata, e non diretta, di tanti naufragi o eventi umani che interessarono i fondali sottomarini? E' significativo che gli allestimenti nei musei dei reperti sottomarini tentino, avvalendosi di ogni mezzo, di sopperire alla mancanza di una percezione diretta del naufragio o del momento della perdita, che è stato irrimediabilmente distrutto dalla rimozione dei reperti. I resti archeologici sottomarini sono dunque testimonianze storiche che consentono di percepire, non solo il momento della fabbricazione e dell'utilizzazione, ma anche quello, altrettanto importante. dello smarrimento e della perdita. Il recupero, che può essere giustificato da indiscutibili esigenze di studio e di conservazione, determina inevitabilmente il sacrificio di quest'ultima evidenza, che potrà da allora in poi essere rappresentata soltanto in maniera mediata. Appare dunque opportuno che in casi particolari, ove circostanze ambientali o derivanti dalla natura medesima dei reperti concorrano ad assicurare lo studio e la conservazione, non si proceda ad un recupero indiscriminato. Che senso avrebbe recuperare, ad esempio, i sessantasette blocchi di marmo proveniente dalla Turchia e naufragati nel IV-V sec. d.C. a Capo Granitola nei pressi di Mazara ad un centinaio di metri dalla riva a soli tre metri di profondità e depositare questi monoliti di oltre tre metri di lunghezza nei giardini di un museo o in qualche magazzino? Visitare questa località a poche centinaia di metri da un villaggio turistico frequentato da ignari bagnanti rappresenta oggi un'occasione divenuta ormai straordinaria. Riferendosi anche ai resti antichi in rapporto alle ricerche subacquee la Carta del Restauro del 1972 ha disposto che "sono proibite indistintamente per tutte le opere d'arte... la remozione, ricostruzione o ricollocamento in luoghi diversi da quelli originari; a meno che ciò non sia determinato da superiori ragioni di conservazione". Eppure il recupero sovente non solo non è valso a salvare i reperti archeologici sottomarini dalla distruzione, ma alle stesse superiori esigenze di conservazione che hanno determinato la collocazione in un Museo si sarebbe potuto in qualche caso provvedere impiegando mezzi che oggi vengono comunemente utilizzati per proteggere installazioni militari o istituti bancari. Un'isola come Ustica appare un sito ideale nel quale sperimentare un nuovo modo di accostarsi ai beni naturali ed archeologici. Ivi infatti esistono siti che conservano ancora in posto numerosi reperti. In località Secca della Colombaia tra i trentadue ed i quarantacinque metri di profondità sono stati ritrovati tubi di piombo, rinvenuti di frequente in antichi relitti ed interpretati come tratti delle condutture di bordo. Anfore romane Dressel 24 del I sec.d.C. ed anfore puniche o di tradizione punica del tipo Manà C 2, insieme a due ceppi plumbei, una macinella e resti lignei potrebbero essere relativi ad uno scafo naufragato e sepolto ancora oggi sotto la sabbia intorno ai quarantacinque metri di profondità. Nei pressi, nel 1968 è stato recuperato un timone rivestito di rame di un vascello, forse inglese, del XVIII sec. Oggi si trova nella vasca del cortile del Museo Archeologico a Palermo. La sua presenza nel sito, associata alla notizia del recupero di piccoli cannoni di bronzo e di una scandaglio, conservato nella Torre S. Maria, potrebbe indicare che una imbarcazione di questo tipo sia naufragata nelle vicinanze. Resti di un relitto romano del I sec a. C. nei pressi della Grotta Azzurra sono da tempo noti ed osservati dai subacquei che quotidianamente si immergono sorvolando la bianca scarpata e la ceramica fino ad una quarantina di metri di profondità. Sull'opposto versante di Cala S. Maria almeno due navi colarono nell'antichità a picco. Una nave punica con anfore del tipo Mafià C 1 e scodelloni ivi naufragò nel III-II sec. a.C. Nei pressi, alcune anfore. tardo romane del tipo spatheion grande del V-VI sec.d.C. ed alcune brocchette dello stesso periodo testimoniano il verificarsi di un evento drammatico dello stesso tipo. Nei fondali di Punta S. Paolo possono essere osservati cannoni di ferro ed in prossimità della terraferma, a bassa profondità, un raro esemplare di ancora in ferro di età araba. Un'ancora in ferro ed un'ancora in pietra nei pressi del villaggio preistorico del Faraglione sono reperti importanti per indicare infine l'estensione di una eventuale frana del sovrastante pianoro e dell'insediamento che fu forse abbandonato in conseguenza di un evento disastroso alla fine del XIII sec. a.C. Eventi sismici in età preistorica e romana, tali da giustificare la fine del villaggio e la scarsa presenza di ceramica del II e III sec. d.C., potrebbero aver sconvolto ripetutamente la vita nell'isola. Allo Spalmatore si osservano alla profondità di alcuni metri segni di un'antica linea di costa, sommersa già in età romana. Se per un verso non sussistono rilevanti problemi per lo studio e la conservazione in situ, i mezzi tecnici adesso disponibili consentono la possibilità della più ampia fruizione. E' forse poco noto che alcuni anni fa un relitto tardo romano ad oltre quattrocento metri di profondità nel Canale di Sicilia è stato esplorato e rilevato mentre un folto gruppo di emozionati studenti canadesi ed americani seguiva in diretta nei loro paesi d'origine l'attività di un robot telecomandato, ponendo domande e rivolgendo richieste all'operatore. Attività una volta impensabili sono adesso possibili. Già da qualche tempo, in seguito ad una attività di ricerca è stata ad esempio ritrovata una nave ottocentesca affondata in prossimità dei Circolo polare artico ad oltre cento metri di profondità, sotto una banchisa di ghiaccio di qualche metro di spessore. I relitti di Ustica si trovano in acque meno fredde e profonde, ma soprattutto sono molto più antichi e per la loro valorizzazione richiedono lo stanziamento di somme di gran lunga più esigue. L'esperimento di Ustica, ideato nel corso degli stages di archeologia subacquea organizzati dall'Azienda Provinciale Turismo di Palermo in collaborazione con la rivista "Archeologia Viva", con il patrocinio dell'Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee ed il placito della Sovrintendenza Archeologica di Palermo, è il primo di questo genere nel Mediterraneo e non solo mira alla creazione di percorsi archeologici sottomarini, ma anche alla realizzazione di una carta archeologica del fondali di Ustica che potrà essere realizzata lasciando in situ i reperti, anzi evidenziandoli con cartelli esplicativi, dopo averli registrati. Circa ventuno reperti disseminati nei più vari fondali dell'isola, da Punta Gavazzi allo Spalmatore, dal Faraglione a Cala S. Paolo, sono stati cosi segnalati. Se l'esperimento avrà successo e nel tempo non si constateranno alterazioni o la scomparsa di reperti, potranno essere via via evidenziate zone di maggiore interesse e resi più agevolmente fruibili i percorsi creati. Pur nella modestia dell'esordio, questo di Ustica è un esperimento importante, non solo per la gente dell'isola che dovrebbe attivarsi per proteggere con ogni mezzo il patrimonio sommerso, ma forse per l'intera archeologia subacquea mediterranea, che da questo esperimento potrebbe trarre utile profitto per la conservazione e la fruizione dei reperti sottomarini. Apri l'album fotografico © Gianfranco Purpura Dipartimento di Storia del Diritto Università di Palermo Cliccare sull'immagine per l'ingrandimento  Ustica. Le cisterne del Castello della Falconiera ed il Faro dominano un tratto di mare, ove in occasione dei Corsi Ustica 2000, è stato rintracciato un nuovo relitto romano di età repubblicana con un carico di anfore vinarie italiche
 Ustica. Cala S. Maria, principale approdo dell'isola, in una delle più antiche raffigurazioni disponibili (Smyth, W. H., Hydrography of Sicily, Malta and the adiacent islands, London, 1823, pl. 7)


|