Redazione Archaeogate, 20-04-2004 -
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Premessa
Le grandi piramidi della IV Dinastia (2575-2465 A.C.) sono divenute il simbolo dell'Egitto e della sua antica civiltà. La loro imponenza, la loro monumentalità hanno da sempre suscitato interesse ed attenzione ed affascinato tanto il mondo della cultura quanto il semplice turista. Non sono sfuggiti alla magia egiziana neppure autori del mondo classico greco e romano, così che ricordiamo testimonianze storico-letterarie di Erodoto, Diodoro Siculo, Plinio, Tacito, Apuleio.
La forma geometrica piramidale nasce per successive trasformazioni dalla mastaba, primo tipo di sepoltura monumentale predinastica, ancora costruita in mattoni. Con Djoser (Netjerykhet ) o Zooser (2630-2611 A.C.) della III Dinastia (2649-2575 A.C.), la cui importanza regale è messa in evidenza nel Canone di Torino dall'inchiostro rosso, si ha l'evoluzione della morfologia della tomba del faraone con l'inglobamento, ad opera del famoso architetto Imhotep, della iniziale mastaba in una piramide prima a quattro e poi a sei gradoni, conferendo quindi al sepolcro maggiore visibilità. In questo monumento funebre si riscontra un'importante innovazione costruttiva, la sostituzione del materiale argilloso con blocchi di calcare; questi pur essendo ancora a dimensioni ridotte, costituiscono un preludio all'utilizzo dei grandi blocchi litici delle piramidi della dinastia successiva. La colmatura e copertura dei gradoni con materiale calcareo conferì all'insieme una forma piramidale pura, che può rappresentare il raggio solare pietrificato quale mezzo di ascesa al cielo del faraone.
Gli Egizi hanno lasciato poche testimonianze sulle tecniche costruttive di questi grandi manufatti e sono numerosi gli interrogativi che nascono dall'analisi delle loro caratteristiche. La prima riflessione riguarda il rapporto fra la grande massa del monumento e la struttura geologica sottesa, ossia: la scelta del sito e gli interventi predisposti per garantire la maggiore stabilità statica della massa da parte del terreno. Secondo alcuni studiosi una prima tecnica era costituita dallo sfruttare il dislivello del luogo prescelto, mantenendo parte dell'originario materiale roccioso come nucleo della costruzione. Questa metodica potrebbe comportare un indubbio vantaggio costruttivo ma può anche essere interpretata come ricordo del tumulo che nei periodi precedenti sormontava la tomba. Inoltre se per quanto riguarda il trasporto dei grandi blocchi abbiamo documenti che indicano l'utilizzo delle vie d'acqua, il Nilo o canali appositamente scavati, i resti di rampe che rimangono a Karnak ed a Meidum non sono sufficienti a spiegare tutte le complesse operazioni che la costruzione delle piramidi e la movimentazione dei blocchi megalitici richiedevano. Si apre allora il campo delle ipotesi, che spaziano dalle più fantasiose e fantascientifiche a quelle che si propongono di analizzare ed elaborare, nel rispetto delle leggi fisiche, le documentazioni archeologiche ed iconiche. In questo sito informatico se ne presentano alcune del secondo tipo.
L'architettura dell'Antico Egitto, in questi ultimi anni, ha destato notevole interesse non solamente presso gli archeologi e i visitatori dei vari siti archeologici, ma anche presso gli architetti ed i progettisti di strutture in genere perché è possibile delineare un riscontro concreto fra i principi costruttivi dell'epoca e quelli odierni. Gli architetti egizi conoscevano perfettamente il linguaggio della gravità correlato alle grandi masse impiegate nelle strutture dei manufatti, quelli moderni sfruttano le proprietà strutturali di cavi in acciaio, facciate in continuo di cemento, vetro e metallo. Scrive l'architetto Marcel Brever: "La torre Eiffel non potrebbe essere di materiale diverso dall'acciaio, il Palazzo di Cristallo non potrebbe essere che di vetro, le Piramidi non avrebbero potuto essere costruite se non con blocchi di pietra. L'imponente Sfinge fornisce un'espressione formale di monolite, i ponti di Maillard dichiarano esplicitamente come materiale il cemento armato; quindi si può concludere che, per taluni aspetti, l'architettura egizia è un'architettura moderna".
Benché siano state avanzate da più parti svariate proposte relative alle tecniche costruttive, impiegate nell'Antico Egitto, rimane pressoché insoluta la definizione oggettiva di quali processi furono usati per l'edificazione dei grandi manufatti, come le piramidi. Le incertezze sono correlate alla particolare struttura di questi edifici, che implica problemi costruttivi di non semplice definizione ed al fatto che le strutture accessorie, impiegate come supporto durante la costruzione, venivano interamente rimosse una volta ultimati i lavori. Inoltre i ritrovamenti di reperti, sicuramente assimilabili a strumenti da cantiere, sono piuttosto scarsi.
Sorge di conseguenza l'esigenza di proporre ipotesi, plausibili e basate su fondamenti scientifici coerenti con le conoscenze dell'epoca storica interessata, che possano aiutare a comprendere come gli antichi Egizi siano riusciti a risolvere le problematiche connesse all'attuazione di un cantiere, certamente a struttura organizzativa complessa, come quelli operanti migliaia di anni or sono nella Valle del Nilo.
In mancanza di fonti dirette, si può soltanto ricorrere ad ipotesi, che assumono valenza di "ipotesi di lavoro", per supporre in qual modo nell'antico Egitto blocchi con massa di decine di quintali siano stati trasportati, sollevati verticalmente e movimentati in loco.