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Storie di donne nel II secolo d.C.: il deserto di Giudea restituisce le "chartae" di famiglia - di Livia Migliardi Zingale[1]

TESTO

Se tutti ormai conoscono i preziosi rotoli scoperti negli anni '50 del secolo scorso a Qumran sulla costa nord-occidentale del Mar Morto, che hanno permesso di scrivere pagine importanti della storia dell'ebraismo, sia per quanto concerne la complessa tradizione testuale della Bibbia sia per quanto riguarda le pagine inedite di alcune raccolte di regole riconducibili secondo la più gran parte della dottrina alla comunità degli Esseni, assai meno noti o quasi del tutto ignorati dal grande pubblico sono invece altri materiali, venuti alla luce in quegli stessi anni e negli anni immediatamente successivi, sempre nel deserto della Giudea, a Murabba'at, a Masada e a En-gedi, molti dei quali sono stati già pubblicati da tempo.

E' il caso di Murabba'at, dove insieme a testi ebraici ed aramaici di età risalente -uno di essi è riconducibile addirittura all'VIII secolo a.C.-, sono stati ritrovati numerosi documenti appartenenti ad un gruppo di rivoltosi, che sotto la guida carismatica di Simon Bar Kokhba iniziarono nel 132 d.C. quella sanguinosa lotta contro i Romani, che va sotto il nome di seconda guerra giudaica e che dopo una fase iniziale di successi militari e anche di espansione territoriale costrinse i ribelli prima a ritirarsi da Herodium, divenuta la residenza del nuovo principe d'Israele, e via via dagli altri centri di Palestina da loro conquistati, per rifugiarsi infine nelle grotte del vicino wadi, dove essi trovarono la morte. Si tratta di testi scritti tutti da ebrei sia in ebraico ed aramaico, sia in greco, sia -se pure più limitatamente- in latino, che concernono i rapporti negoziali più diversi, dai quali emergono elementi assai significativi per la storia del diritto ebraico alla vigilia della sua codificazione nella Mishna.

A questi materiali editi nei primissimi anni '60[2] e sui quali non posso soffermarmi, anche se il loro rilievo è certamente notevole, si aggiungono i ritrovamenti fatti a Masada, un'altra storica località della Giudea. Qui sono venuti alla luce testi documentari e letterari, scritti in ebraico, in aramaico e in greco, riconducibili sempre ad ebrei, la cui presenza nella zona -già documentata in età asmonea e al tempo di Erode il grande, sotto il quale Masada divenne un importante centro fortificato- è ora testimoniata dai nuovi materiali pure nel periodo della prima rivolta ebraica scoppiata nel 66 d.C., che si concluse con un lungo assedio da parte dell'esercito romano e la caduta della fortezza nel 73 o 74 d.C., alla quale fece séguito il drammatico suicidio di tutti i rivoltosi. E proprio a militari delle forze armate assedianti appartengono alcuni testi latini -documenti contabili, lettere amministrative, semplici nomi di persona incisi su ostraka e addirittura un piccolissimo frammento dell'Eneide virgiliana-, che sono stati rinvenuti insieme con i testi ebraici e greci.

Anche questi materiali sono ormai da molti anni facilmente consultabili nella loro edizione complessiva[3] ma il loro contenuto, seppure importante sotto altri profili, presenta minore interesse per la mia conversazione, che si accentrerà invece su En-gedi: nelle vicinanze di questo villaggio, anch'esso affacciato sulle rive occidentali del Mar Morto, una spedizione archeologica condotta negli anni '60 da Yigael Yadin portava alla luce nelle grotte del wadi Nahal Hever, accanto a indumenti, suppellettili varie e documenti isolati, un consistente gruppo di papiri ancora accuratamente arrotolati, sigillati e disposti con ordine in un astuccio. Si tratta in questo caso di un vero e proprio archivio, contenente le chartae che una donna di nome Babatha e altre donne appartenenti alla sua stessa famiglia hanno messo volutamente insieme e così conservato.

I singolari ritrovamenti si spiegano perché le cavità naturali nei pressi di En-gedi furono utilizzate in età adrianea, durante la seconda ribellione ebraica contro i Romani capeggiata da quel Simon Bar Kokhba che già abbiamo ricordato, anche da numerosi civili che vi si nascosero con i loro famigliari, ritenendole rifugi sicuri dalle rappresaglie dell'esercito romano. Ed alcuni di questi fuggiaschi certamente portarono con sé -come è avvenuto pure nelle grotte del wadi Murabba'at- insieme alle proprie cose i documenti che più li interessavano. Questi documenti che così fortunosamente si sono preservati fino ai nostri giorni sono ora consultabili, dopo le prime parziali e isolate pubblicazioni, nelle edizioni critiche date alle stampe in questi anni -l'ultima è addirittura del 2002-, tutte arricchite da un amplissimo commentario e da un'agile traduzione inglese che di certo agevola l'approccio ad un tipo di materiale non sempre facilmente intelleggibile[4].

Analogamente ai ritrovamenti di Murabba'at e di Masada, che abbiamo sopra menzionato, anche nel presente archivio questa volta costituito esclusivamente di materiale papiraceo- la lingua più usata, accanto all'aramaico, all'ebraico e al nabateo, è il greco, ma l'utilizzazione degli hellenika grammata da parte di chi greco non era, come appunto i protagonisti dei documenti in questione, non deve meravigliare troppo chi ascolta perché già da molti secoli questa era la lingua franca del mediterraneo orientale, che anche in età romana veniva normalmente adoperato dai provinciali sia nei propri traffici negoziali sia nei rapporti con l'amministrazione e lo dimostrano chiaramente i coevi papiri d'Egitto, di Dura Europos o del medio Eufrate.

Ma veniamo al contenuto di queste chartae, che riguardano le complesse vicende familiari di alcune donne ebree nei primissimi decenni del II secolo d.C., cominciando proprio da Babatha figlia di Simon, nativa di Maoza, una piccola località nabatea situata a sud del mar Morto, nel distretto di Zoara, che dal 106 d.C. -è bene ricordarlo- faceva parte della nuova provincia romana d'Arabia.
I documenti dell'archivio permettono di ricostruire parte della sua vita, che deve essere stata piuttosto agiata almeno fino al momento della rivolta ebraica scoppiata nel 132 d.C., che la portò ad allontanarsi dal villaggio, dove aveva fino ad allora vissuto, per nascondersi più a nord nella vicina provincia di Giudea, in quelle grotte nelle quali probabilmente morì. Dai documenti risulta che la donna si sposò due volte: il primo matrimonio fu contratto con Jesus figlio di Jesus, nativo anch'egli di Maoza, dal quale ebbe un figlio cui fu dato lo stesso nome del padre, mentre il secondo matrimonio avvenne con Judas figlio di Elazar, nativo invece di En-gedi ma residente a Maoza e proprio questo rapporto con la località di En-gedi, dove si trovavano le terre ereditate dal secondo marito, può forse spiegare il motivo per cui Babatha fu indotta a rifugiarsi in un luogo così lontano dal suo villaggio d'origine, che mai fu toccato dalla guerra.

La buona situazione economica della famiglia di Babatha, già attestata dall'eccellente qualità degli indumenti e delle numerose suppellettili domestiche ritrovate nelle grotte, è ulteriormente confermata dai documenti stessi, nei quali sono continui i riferimenti a grosse proprietà immobiliari e ad ingenti somme di denaro: ne sono un significativo esempio l'atto di compravendita concluso da Simon, padre di Babatha, in relazione ad alcuni terreni che molti anni dopo saranno trasmessi in eredità alla donna (P.Yadin I 3 e 16), oppure una disposizione testamentaria sempre di Simon, con la quale determinati immobili e appezzamenti terrieri sono lasciati all'altro coniuge (P.Yadin I 7), o vari passaggi di altri testi, dai quali si evince che Babatha aveva ereditato dal primo marito Jesus un consistente fondo fiduciario destinato al mantenimento del loro figlio (P.Yadin I 13-15).

Non meno interessanti sotto questo profilo sono le testimonianze di un consistente prestito di denaro fatto dalla donna al secondo marito Judas per contribuire alla dote della giovane Selampsious[5], figlia di quest'ultimo e della prima moglie Miriam, e ancora quelle relative ad un ingente patrimonio, costituito da beni immobili, che Babatha erediterà dallo stesso Judas e che erano situati -come già è stato ricordato- proprio a En-gedi (P.Yadin I 21-24).

Tutti questi documenti ed altri ancora, conservati nell'archivio che è costituito probabilmente dalle sole carte che la donna riteneva particolarmente importanti, al punto di portarle con sé quando si allontanò dalla nativa Maoza, oltre a fornire preziosi elementi per ricostruire l'attività negoziale dei protagonisti di questi atti, permettono di cogliere anche i rapporti umani, che intercorrono tra di loro, mettendo in risalto un tessuto familiare che ad una prima lettura può apparire diviso e lacerato.
Così ci sono papiri che attestano una lunga e pluriennale querelle giudiziaria, nella quale Babatha è coinvolta con i tutori del figlio, avuto dal primo marito Jesus: una causa molto complicata che vede Babatha, rimasta vedova ancora in giovane età, contrapporsi a coloro che erano stati nominati dallo stesso senato della città di Petra a svolgere il delicato compito di amministratori e curatori dei beni del pupillo e che invece -secondo le accuse della donna- avevano gestito in modo non corretto il patrimonio del giovane Jesus (P.Yadin I 13-15; 27; 28-30).

Si tratta di testi molto interessanti per lo storico dei diritti antichi e per il giusromanista in particolare, perché essi permettono di ricostruire alcuni momenti di un processo civile che si celebrò a Petra davanti all'autorità giudiziaria romana e soprattutto perché restituiscono l'unica testimonianza diretta del formulario utilizzato per l'actio tutelae, cioè l'azione infamante esperibile nei confronti del tutore che avesse amministrato male i beni del pupillo. Non posso soffermarmi in questa sede sulla complessa problematica che investe quest'ultimo documento, riconducibile secondo alcuni studiosi ancora al vecchio processo formulare romano, secondo altri al nuovo processo cognitorio extra ordinem.
In un'altra controversia Babatha si trova invece impegnata contro i tutori dei figli di un omonimo Jesus, fratello del secondo marito Judas: entrambi i personaggi sono morti e la donna, rimasta vedova una seconda volta, aveva preso possesso delle proprietà che erano da lei reclamate quale risarcimento di certe obbligazioni rimaste insoddisfatte. Anche il processo in questione si svolse a Petra nel tribunale del governatore provinciale e questa volta nella delicata funzione di tutore, insieme con un ebreo, troviamo una donna, Giulia Crispina, che già dall'onomastica rivela l'appartenenza alla civitas di Roma, ma se questo può apparire singolare nell'ottica del ius romano, al quale è del tutto estranea la figura della donna tutrice, così non è per le consuetudini giuridiche orientali, che invece riconoscono siffatte funzioni alle donne.

Tornando comunque alla complessa disputa ereditaria, che può essere parzialmente ricostruita attraverso una piccola serie di documenti (P.Yadin I 20-25), è interessante rilevare che essa implica inizialmente anche il coinvolgimento della giovane Selampsious figlia di Judas e della prima moglie Miriam, la quale entrerà a sua volta nella contesa giudiziaria con Babatha per reclamare i propri diritti sui beni del marito (P.Yadin I 26 e 34).

Ed eccoci al dato forse più interessante per noi lettori di questo antico dossier, cioè al secondo matrimonio di Babatha, di cui si è conservato il contratto (P.Yadin II 10), confezionato in aramaico secondo le più rigorose formalità del diritto ebraico. Si tratta cioè di una ketubba, che già a partire dall'edizione preliminare, ha suscitato più degli altri documenti dell'archivio l'interesse degli studiosi. Oggi ci possiamo servire della nuovissima edizione critica di quello che è uno dei più risalenti contratti di matrimonio conosciuti nella storia dell'ebraismo, che si aggiunge ai pochi frammenti di analoghi contratti datati anch'essi ai primi decenni del II secolo d.C., ritrovati nelle grotte di Murabba't.

Questo tipo di documento doveva iniziare -secondo le fonti dottrinali che sono peraltro assai più tarde - con l'indicazione della data e del luogo di confezione, cui seguivano i nomi del marito e della moglie inseriti nella dichiarazione rilasciata dallo sposo contenente la proposta di matrimonio, la promessa di dare alla donna quale prezzo del fidanzamento il dovuto mohar, consistente in una somma di denaro, e altre clausole ancora, relative a tutta una serie di obblighi che egli si impegnava ad adempiere.

Ora abbiamo la testimonianza diretta della ketubba, rilasciata da Judas figlio di Elazar a Babatha figlia di Simon: il termine tecnico di questo contratto ricorre più volte nel testo e se anche il papiro non è perfettamente integro -manca infatti la prima delle due redazioni, interior ed exterior, che caratterizzavano le scritture private del tempo- possiamo ugualmente leggere nell'unica scritturazione a noi conservata le diverse clausole contrattuali fino alle sottoscrizioni dei contraenti e dei testimoni apposte sul verso del foglio stesso. Dopo la data e il luogo, incomplete ma parzialmente integrabili, sono riportati i nomi degli sposi, cui segue la proposta di matrimonio rivolta in prima persona da Judas a Babatha, con un esplicito riferimento alla legge di Mosé e dei Giudei. Sono poi dettagliatamente descritti gli obblighi personali e patrimoniali del marito nei confronti della moglie e dei figli, anche in previsione della morte, e a chiusura del documento le varie clausole di garanzia.

Non possiamo fermarci oltre su questo interessantissimo testo che -già l'ho ricordato- costituisce uno dei più antichi contratti matrimoniali ebraici a noi noti, se non per segnalare che il documento fu probabilmente redatto a Maoza tra il 122 e il 125 d.C., in un periodo in cui Judas risulta ancora sposato con Miriam, madre della più volte citata Selampsious. A siffatta data e a tale conclusione conducono infatti molti elementi ricavabili da altri papiri dell'archivio (vedi soprattutto P.Yadin I 26) e ciò ha naturalmente sollevato tra gli studiosi l'interrogativo dell'esistenza o meno della poligamia in questa epoca. Una plausibile risposta avanzata da alcuni ricercatori è che essa fosse praticata non tanto a Gerusalemme e nei grossi centri urbani, dove non appare attestata, quanto forse esclusivamente nei villaggi e nelle zone più periferiche, soprattutto in un'epoca in cui il numero della popolazione maschile si era drasticamente ridotto a causa delle guerre, che nel decennio precedente erano scoppiate in Egitto e a Cirene ma che certamente avevano avuto ripercussione anche in queste zone.

Non sta a me insistere su questo tema che ci porterebbe lontano, mentre vorrei esaminare rapidamente un altro contratto matrimoniale (P.Yadin I 18) che è stato trovato tra le carte di Babatha e potremo così incontrare un'altra donna, che ha condiviso con Babatha parte della vita e, fors'anche, il momento doloroso della morte. Esso riguarda infatti Selampsious figlia di Judas e di Miriam e quindi figliastra di Babatha: il documento, scritto in lingua greca dal librarius Theenas figlio di Simon e sottoscritto dalle parti in aramaico, si è perfettamente conservato nella sua doppia scritturazione -elemento comune alle scritture private del tempo, come già sopra ho ricordato- ed inizia con la data espressa secondo il sistema consolare romano seguito dall'indicazione dell'éra della nuova provincia d'Arabia e il luogo di confezione, cioè Maoza, 5 aprile 128 d.C. Ma diversamente dalla ketubba di Babatha redatta dal marito esso proviene dal padre della sposa, di cui è riportata in terza persona la dichiarazione con la quale egli concede a Judas figlio di Ananias la propria figlia. Seguono poi le clausole particolarmente dettagliate concernenti la dote e altre clausole ancora, tra le quali rilevano soprattutto quelle relative all'ipotesi di scioglimento del matrimonio che comporterà la restituzione della dote. Chiude il documento la cosiddetta clausola stipulatoria di tradizione squisitamente romana, che conferma l'avvenuta adesione di una parte alla richiesta rivolta dalla controparte di accettare tutto quanto è stato tra loro convenuto e riversato nel documento stesso: una clausola che nella documentazione di provenienza egiziana si diffonderà ampiamente soltanto a partire dal 212 d.C., dopo l'estensione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell'impero operata da Caracalla attraverso la Constitutio Antoniniana, e che compare invece in questi documenti del Vicino Oriente già nei primi decenni del II secolo d.C.

A parte questo singolare richiamo, che può essere comunque inteso come un mero riconoscimento formale di quel ius di Roma che dal 106 d.C. è il diritto della nuova provincia d'Arabia, cui i villaggio di Maoza appunto appartiene, ciò che di questo contratto più colpisce nel suo complesso e che per ora non ha trovato una risposta univoca presso gli studiosi è il perché esso, pur riguardando due membri della nuova generazione di ricche famiglie ebraiche, sia stato redatto in hellenika grammata e sia sostanzialmente riconducibile alle consuetudini giuridiche greche in materia matrimoniale e familiare, esplicitamente richiamate nel documento (rr.16 e 51), piuttosto che a quelle ebraiche, mentre soltanto pochissimi anni prima il matrimonio di Babatha era stato affidato invece ad una ketubba aramaica.

Lasciando per ora aperti interrogativi che sollevano problemi assai complessi di natura squisitamente giuridica, si può ancora rilevare come la presenza di questo contratto tra i documenti di Babatha suggerisca di ipotizzare una continuità dei rapporti familiari tra Selampsious e Babatha anche per il periodo successivo alla morte di Judas figlio di Elazar, rispettivamente padre e marito delle due donne, fino al momento in cui si sono rifugiate probabilmente insieme nelle grotte del wadi Nahal Hever presso En-gedi, dove i documenti sono stati poi ritrovati.

Sempre nelle stesse grotte è venuto alla luce un altro contratto matrimoniale (DJD XXVII 65 = P.Yadin I 37) che non era però conservato nello stesso astuccio contenente le carte di Babatha, anche se può essere in qualche modo ad esse collegato: d'altra parte -già lo abbiamo detto all'inizio- molti ebrei cercarono invano la salvezza in questi luoghi durante la drammatica rivolta di Simon Bar Kokhba e ad una di queste famiglie, forse imparentate con lo stesso Simon, appartiene appunto Salome Komaise figlia di Levi che il 7 agosto 131 d.C. si unisce in seconde nozze con Jesus figlio di Menahem[6].

Analogamente al testo precedente, anche questo documento confezionato nella località di Maoza è scritto in lingua greca e come il precedente rinvia esplicitamente in alcune sue clausole al nomos hellenikos, salvo alcuni elementi formali ricollegabili al diritto di Roma -è il caso ancora una volta della datazione consolare e della cosiddetta clausola stipulatoria, già presenti nel contratto matrimoniale di Selampsious-, ma differentemente da quello esso presenta anche taluni elementi, che potrebbero essere invece ricondotti a consuetudini giudaiche, vuoi nella dichiarazione fatta dall'uomo di aver preso in moglie la donna -come avviene appunto nella ketubba di Babatha- vuoi nel riferimento alla convivenza dell'uomo e della donna fin dal momento del loro fidanzamento.

A questa interpretatio hebraica proposta da alcuni studiosi si oppone peraltro una diversa spiegazione avanzata da chi vede nel documento in questione un contratto di tipo eslusivamente greco e più precisamente quell'engraphos gamos cioè matrimonio scritto, che ben poteva essere fatto anche molti anni dopo il cosiddetto agraphos gamos cioè matrimonio non scritto, cui potrebbe conseguentemente alludere quella clausola relativa alla precedente convivenza di Salome Komaise e di Jesus, letta da altri studiosi in chiave rigorosamente giudaica.

Un ultimo documento sul quale voglio attirare l'attenzione è ancora un contratto di matrimonio (DJD XXVII 69), il cui luogo esatto di ritrovamento non è del tutto sicuro, anche se è molto probabile che provenga anch'esso dalla cosiddetta "grotta delle lettere" di Nahal Hever, dove sono state rinvenute le carte di Babatha e di Salome Komaise: pubblicato con altri materiali di varia origine finiti insieme nel Rockefeller Museum di Gerusalemme, il testo redatto in greco e confezionato nel 130 d.C. ad Aristoboulias nella provincia romana di Giudea riguarda l'unione di Akabas figlio di Meir e di Selampious[7]. In questo caso non è il padre ma la madre della sposa, Sela ..., che dichiara in terza persona di aver dato in matrimonio la propria figlia, per la quale è stata costituita una dote del valore di 500 denari. Pur nella frammentarietà del testo si riescono ad individuare le consuete clausole che riguardano gli obblighi del marito nei confronti della moglie, cui seguono disposizioni relative all'eventualità che la morte colpisca lo sposo. Ma a parte questi elementi che lo avvicinano agli altri contratti di tipo greco sopra esaminati e non alla ketubba ebraica, la caratteristica più interessante del documento consiste nella fitta rete di tratti d'inchiostro che incrociandosi percorrono l'intera superficie scrittoria. Si tratta di una pratica ben conosciuta nei papiri egiziani di contenuto negoziale, che serviva ad annullare i contratti, e che trova ora un'interessante conferma in questo documento proveniente dal Vicino Oriente, dove la presenza dei cosiddetti chiasmoi suggerisce che il matrimonio di Akabas e Selampious si è ormai concluso o per morte o per divorzio.

Avviandomi finalmente alla conclusione, voglio ancora ricordare che questo testo, così come le altre chartae confezionate da ebrei in aramaico, in ebraico ma soprattutto in greco, in anni nei quali le località di redazione si trovavano sotto l'amministrazione provinciale romana, ha posto il delicato problema per gli storici dei diritti antichi del rapporto tra il diritto locale ebraico, il nomos hellenikos più volte esplicitamente citato nei documenti stessi e il ius di Roma. A questo tema, che coinvolge conoscenze diverse ed esperienze giuridiche diverse, sono stati dedicati dagli studiosi molti contributi, ai quali non posso che rinviare[8], mentre qui chiudo la mia conversazione, menzionando ancora una volta insieme queste figure femminili -Babatha figlia di Simon, Salome Komaise figlia di Levi, Selampsious figlia di Judas, Selampious figlia di Sela ... e altre donne ancora di cui è rimasto anche soltanto il semplice nome-, protagoniste di una vicenda umana, che solo in parte abbiamo potuto far rivivere e che si è conclusa tragicamente in quelle grotte del wadi Nahal Hever, dove le loro carte sono rimaste nascoste per secoli fino al loro fortunoso e per noi fortunato ritrovamento.

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Note

[1] E' qui pubblicata la relazione presentata il 28 novembre 2002 all'Accademia Ligure di Scienze e Lettere su invito della stessa Accademia e dell'Associazione Per l'Amicizia Italoisraeliana. Allo scritto è mantenuto lo stesso tono discorsivo che ha caratterizzato la conversazione orale: sono state aggiunte soltanto le note bibliografiche essenziali, per una più facile consultazione dei documenti qui esaminati.

[2] L'edizione critica è stata curata da P. Benoit-J.T. Milik- R. de Vaux, Le grottes de Murabba'at, [Discoveries in the Judaean Desert II], Oxford 1961, citata d'ora in avanti con la sigla DJD II: i testi menzionati sono rispettivamente DJD II 19, 20, 21, 115 e 116.

[3] L'edizione critica è a cura di H.-M. Cotton-J. Geiger, Masada II, Jerusalem 1989.

[4] Si vedano in ordine cronologico di pubblicazione The Documents from Bar Kokhba Period in the Cave of Letters.Greek Papyri, edd. N. Lewis et alii, Jerusalem 1989 (d'ora in avanti P. Yadin I); Aramaic, Hebrew and Greek Documentary Texts from Nahal Hevre and Other Sites, edd. H.M. Cotton- A. Yardeni, Oxford 1997 (d'ora in avanti DJD XXVII); The Documents from Bar Kokhba Period in the Cave of Letters. Hebrew, Aramaic and Nabatean-Aramaic Papyri, edd. Y.Yadin- J.C. Greenfield- A. Yardeni- B.A. Levine et alii, Jerusalem 2002 (d'ora in avanti P.Yadin II).

[5] Il nome della donna compare scritto in greco ora nella forma indeclinabile Selampsious ora nella forma declinabile Selampsiome: una donna con egual nome compare anche in un altro contratto matrimoniale più sotto esaminato (vedi infra n. 6).

[6] Questo contratto matrimoniale è stato di recente ritenuto parte di un piccolo archivio relativo a Salome Komaise, costituito da altri documenti verosimilmente rinvenuti nella stessa grotta di Nahal Hever, dove era venuto alla luce l'archivio cosiddetto di Babatha, e che sono poi finiti al Rockefeller Museum di Gerusalemme: la ricostruzione del nuovo dossier è dovuta a H.M. Cotton che lo ha pubblicato in edizione preliminare in ZPE 105,1995,171-208, sotto il titolo The Archive of Salome Daughter of Levi: Another Archive from the Cave of Letters, poi ripubblicato in DJD XXVII 12, 60, 61, 62, 63, 64, 65.

[7] Anche nel contratto matrimoniale conservato in P.Yadin I 18 la sposa porta lo stesso nome della protagonista di questo documento, se pure scritto con una piccola variante (vedi supra n. 3): entrambi i casi sono comunque una chiara traslitterazione greca di un nome femminile molto diffuso in ambiente ebraico ed aramaico.

[8] Mi sia permesso citare per tutti M. Amelotti- L. Migliardi Zingale, Reichsrecht, Volksrecht, Provinzialrecht. Vecchi problemi e nuovi documenti, in Diritto generale e diritti particolari nell'esperienza storica. Atti del Congresso internazionale della Società italiana di Storia del diritto (Torino,19-21 Novembre 1998), Roma 2001, 277-301 (= SDHI 65, 1999, 211-231).