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Presentazione del Seminario: 'Gaio ritrovato. Le "pagine scomparse" nel codice veronese delle Institutiones', Bologna, 20 giugno 2006 - di Gianfranco Purpura

Presentazione del Seminario: 'Gaio ritrovato. Le "pagine scomparse" nel codice veronese delle Institutiones', Bologna, 20 giugno 2006, Minima Epigraphica Et Papyrologica (MEP), X, 12 (in corso di stampa).

Per proseguire il percorso, tracciato dal prof. Amelotti e relativo al rapporto dei Romanisti con il Gaio Veronese e con le fonti, ed al fine di presentare la ricerca di Filippo Briguglio in un quadro articolato, è opportuno innanzitutto richiamare l'indiscutibile impulso dato ad un riscontro diretto delle fonti del Diritto Romano nel 1988 dall'edizione di un'altra fonte, preziosa quanto le Istituzioni di Gaio, la Littera Florentina, ad opera di A. Corbino e di B. Santalucia. Prima chi intendeva avere un rapporto diretto con papiri e manoscritti era frequentemente costretto a richiedere immagini dei documenti oggetto d'indagine, non sempre agevolmente riscontrabili. Conservo ancora per ricordo una foto di D. 14, 2, 9 fornitami da Santalucia, sempre sollecito alle richieste dei giovani studiosi. Dopo qualche anno, recarsi di persona alla Laurenziana per procurarsi immagini di pagine del Digesto non fu più necessario: era stata nel frattempo pubblicata quell'ottima edizione con le riprese fotografiche realizzate utilizzando un fondo scuro che aveva consentito di attenuare le interferenze dovute alla trasparenza della pergamena.
Per tornare a Gaio, negli anni '89-'90 un gruppo di ricerca delle Università di Catanzaro e Firenze, coordinato da Corbino e Santalucia, in prosecuzione dell'edizione della Florentina, aveva dunque esplorato - con il sostegno dell'Istituto di Ricerca sulle Onde Elettromagnetiche di Firenze - la possibilità di ottenere la lettura del manoscritto veronese di Gaio anche nelle parti che il suo stato attuale preclude. I risultati furono deludenti, ma non preclusivi. Come fu allora chiarito [1], il tentativo fu condizionato da una serie di vincoli imposti alle ricerche dal CNR. Ma già allora era emerso che "qualche progresso avrebbe potuto essere ottenuto se si fosse conosciuta la natura degli inchiostri, in modo da poter cercare di individuare la regione spettrale più adatta allo scopo, sia per quanto riguarda le sorgenti illuminanti, sia per la scelta dei sensori/rilevatori. Fino ad allora infatti si era proceduto in gran parte in maniera empirica, sulla base della strumentazione disponibile, ritenuta adatta e trasportabile: in mancanza di ulteriori informazioni non si erano potute incentrare le indagini su una particolare banda della radiazione elettromagnetica". In particolare, si proponeva di tentare "un'identificazione completamente non distruttiva della natura degli inchiostri mediante tecniche di fluorescenza a raggi X o PIXE", ed inoltre "potendo disporre di un microcampione (frazioni di millimetro quadrato) prelevato anche in zone di chiara lettura, onde non togliere niente alla sostanziale integrità del codice", si sperava di ottenere ulteriori informazioni sulla natura degli inchiostri con altre tecniche chimico-fisiche.
In definitiva, in assenza di tali indagini, per il codex rescriptus di Verona ben diverso dal chiaro manoscritto della Florentina, lo stesso Santalucia mi comunicava che il sopralluogo effettuato nella Capitolare in vista di un'eventuale riproduzione fotografica era stato poco significativo. I danni antichi, l'ulteriore decorso del tempo e l'impiego di prodotti diversi per agevolare la lettura della scriptura prior avevano reso certamente inutile una possibile riproduzione fotografica.
E' noto infatti che l'opera del II sec. d.C., denominata Istituzioni di Gaio e ritrovata da B. G. Niebuhr nel 1816 in un palinsesto della Biblioteca Capitolare di Verona, pur essendo di fondamentale importanza per il diritto romano ed europeo, poco dopo il rinvenimento era stata trattata con procedimenti chimici per migliorare la lettura del testo.
Alle notevoli difficoltà di decifrazione del codex rescriptus, che recava testi di S. Gerolamo vergati nel VIII sec. dopo l'imperfetta cancellazione della scriptura prior del testo gaiano della metà del V sec. d.C., si aggiungono, non solo i danni dei reagenti chimici impiegati, ma ora anche quelli derivanti dall'ulteriore decorso del tempo (quasi duecento anni dal rinvenimento) e dall'esposizione alla luce.
L'apografo, tratto nel 1874 da G. Studemund (Gaii Institutionum commentarii quattuor codicis Veronensis denuo collati, apographum confecit et iussu Academiae regiae scientiarum Berolinensis edidit Guilelmus Studemund, Osnabrueck, 1965, rist. dell'ed. Lipsiae 1874) con le rettifiche del 1884 inserite nel I vol. della Collectio librorum iuris anteiustiniani di Berlino (Supplementa ad codicis Veronensis apographum Studemundianum composuit Guilelmus Studemund), costituisce il testo ormai prevalentemente utilizzato dagli studiosi. Infatti l'edizione di Baviera nel II vol. dei Fontes iuris romani anteiustiniani, di ampia diffusione, riproduce la VII ed. di Krueger e Studemund contenuta nel I vol. della Collectio librorum iuris anteiustiniani, Berolini, 1923 (I ed. 1884), basata appunto sull'apographum di Studemund.
Dopo l'editio princeps apparsa a Berlino nel 1820 a cura di Goeschen (Gaii Institutionum Commentarii IV e codice rescripto Bibliothecae Capitularis Veronensis auspiciis Regiae Scientiarum Academiae Borussicae nunc primum editi, Berolini, 1820) e la seconda edizione di Bluhme e Goeschen del 1824 (Gaii Institutionum Commentarii IV e codice rescripto Bibliothecae Capitularis Veronensis a Frid. Bluhmio iterum collato, secundum edidit Io. Frid. Lud. Goeschen, Berolini, 1824), l'unica riproduzione fotografica dell'intero codice a cura di Hiersermann (Lipsia, 1909) (ex Officina Danesi, Romae, 1909), ormai assai rara e da molti studiosi, se non ignorata, addirittura mai vista, presenta un testo già agli inizi del Novecento in molti punti di difficilissimo riscontro. Tuttavia tale riproduzione fotografica era indubbiamente migliore di quanto ormai si osservava in occasione del sopralluogo effettuato nel 1989/90.
Non è forse inutile per renderci insieme conto della situazione effettuare un riscontro tra l'apografo di Studemund e la riproduzione fotografica di Hiersermann. Ho scelto il IV libro, §§. 131-133, relativi al foglio 122 recto, mostrando anche il verso, non perché si tratta di una pagina particolarmente danneggiata, contrariamente alle apparenze, ma perché qui risalta l'interferenza della corrosione di un inchiostro sulla pagina successiva del palinsesto, che reca su ogni foglio più scritture, ma potrebbe talvolta anche trattarsi di trasparenza, complicandosi così enormemente la situazione. Leggiamo dunque nell'apografo di Studemund del 1874: Item si verbi gratia ex empto agamus, ut nobis fundus mancipio detur, debemus hoc modo praescribere EA RES AGATUR DE FUNDO MANCIPANDO: ut postea, si velīmus vacuam possessionem nobis tradi, contra debitorem eādem actione uti possimus. Alioquin si minus diligentes in ea re sumus... (integrazione di Krüger). Dalle erre ed e finali di praescribere sino al veliniziale di velīmus si riesce ad effettuare un riscontro nella riproduzione fotografica del 1909: praescribere EA RES AGATUR DE FUNDO MANCIPANDO: ut postea, si velīmus..., ma per tutto il resto dobbiamo prestar fede e render merito a Studemund, anche se l'integrazione di Krüger: ...eādem actione uti possīmus. Alioquin si minus diligentes in ea..., se pur plausibile si rivela del tutto ad sensum [2]. L'ulteriore prosecuzione del testo (...re sumus...) fu registrata da Studemund ed è ancora visibile, ma con grande difficoltà nelle immagini del 1909 .
Stando così le cose, ecco perchè l'apografo ha rappresentato in definitiva l'ultima risorsa per gli studiosi moderni.
Uno spiraglio però si è inaspettatamente aperto con il trattamento digitale delle immagini, come ho avuto modo di segnalare in un articolo sulle nuove tecnologie informatiche applicate allo studio e alla ricerca [3]. Infatti con l'utilizzazione degli strumenti informatici e l'impiego di immagini digitali, le difficoltà di leggibilità e di decifrazione degli antichi manoscritti appaiono in alcuni casi superabili con un metodo diverso dalla tradizionale evidenziazione della natura degli inchiostri, un tempo utilizzando la luce di Wood. Si pensi alle tecniche già sperimentate con successo dall'Istituto Nazionale di Ottica (INOA) (http://www.ino.it/) in collaborazione con l'Istituto Papirologico "G. Vitelli" di Firenze per papiri scuri o carbonizzati ( http://www.ino.it/~beniculturali/papiri/pap_it.html), ove lo scritto si presentava quasi indistinguibile dallo sfondo completamente nero. Allo scopo di facilitare il compito degli studiosi è stato possibile mettere a punto tecniche che consentono di ottenere immagini ad alta definizione in cui il testo viene evidenziato il più possibile, anche dove di questo non rimangono che lievi tracce. L'uso di telecamere CCD ha permesso in quel caso di superare i problemi citati utilizzando, a seconda delle circostanze, la loro sensibilità spettrale nella banda del visibile oppure in quella del vicino infrarosso.
I miei estemporanei esperimenti nel 2001 sulla riproduzione fotografica del Gaio Veronese del 1909 e non sull'originale, per l'oggettiva difficoltà di recarmi continuamente da Palermo a Verona, non sono stati ovviamente incoraggianti, poiché occorreva lavorare direttamente sul palinsesto, con i nuovi strumenti adesso disponibili.
Quando dunque sono stato invitato a partecipare ad un progetto PRIN 2006 avente per oggetto nuove prospettive d'indagine sul codice veronese di Gaio ho accettato con entusiasmo, totalmente ignorando l'attività in corso di Briguglio, riferita a Ferrara in un Seminario, al quale non ho partecipato. Nel lontano 1983 su invito di Diego Manfredini, anch'io in un Seminario a Ferrara avevo presentato due documenti dell'Archivio dei Sulpicii, ma il progetto della pubblicazione dell'intero archivio non stato da me portato a termine.
Auguro pertanto a Briguglio migliore fortuna ed il felice completamento del suo arduo proposito.
A Firenze, in occasione dell'inaugurazione dell'Istituto di Scienze Umane a Palazzo Strozzi, F. Costabile mi comunicava l'avanzato stato della ricerca di Briguglio e mi invitava a presentare quanto era stato fino ad allora realizzato.
Mi è sembrato opportuno accettare, nonostante l'evidente concomitanza dei due progetti, rendendo testimonianza della precedenza e dell'interesse dell'iniziativa di Briguglio, che si esplica esclusivamente nell'ambito del trattamento delle immagini digitali. Credo che progetti di questo tipo debbano unire, piuttosto che dividere, e certamente godere del supporto concorde dell'intera comunità scientifica dei Romanisti.
Oggi la "magia" del computer può esporre gli inesperti ad un'accettazione acritica, tanto pericolosa e fastidiosa quanto i sospetti di manipolazioni che solo gli esperti sono in grado di verificare. Generazioni di Romanisti si sono logorati, come sapete, nella caccia alle interpolazioni, e adesso il computer nel ricampionamento delle immagini, nell'aumento cioè o diminuzione in pixel delle dimensioni di una immagine, può "interpolare", aggiungendo o sottraendo nuovi pixel in base ai valori cromatici dei pixel esistenti, o, usando filtri, può modificare i valori cromatici dei medesimi pixel. In questo ambito, ma rigorosamente controllato, credo si esplichi l'intervento di Briguglio, poiché pare che adesso l' "occhio elettronico" sia in grado di percepire sfumature lievissime ed il ricercatore, agendo sull'immagine della superficie del foglio del manoscritto, riesce a recuperare quanto esiste della scriptura prior, senza alcuna "interpolazione" o alterazione arbitraria dei valori esistenti.
Incombe dunque su Briguglio il gravoso onere di fornire la spiegazione della procedura seguita (che al momento non conosco nei dettagli), rendendola anche comprensibile agli inesperti, ma soprattutto di offrire la possibilità, a chiunque, di poterla verificare e ripercorrere.
E' evidente che si tratta dell'applicazione al codice di Verona di una raffinata tecnologia, che riguarda l'immagine, dunque la superficie della scrittura, come dicevo, e che confida nell'acquisita sensibilità dell'"occhio elettronico". Essa non è certo l'unica possibile, potendosi forse immaginare un'indagine, non solo "superficiale", ma anche "stratigrafica" della scrittura, che potrebbe offrire un ulteriore riscontro.
Alla fine, comunque, non credo che potrà mai essere eliminata l'alea di una lettura e di una interpretazione di un testo in alcuni punti tanto danneggiato ed incerto, come il codice di Verona. I pochi frustuli di papiro o pergamena con altre versioni delle Institutiones, come il P.Oxy. 2103 della metà del III, o il PSI 1182 della metà del IV, se pur assai significativi per le integrazioni, i riscontri, la storia del testo e le indagini su l' "Urgaius" , il testo originario indubbiamente rivelato dal PSI 1182 e alla base della copia pervenutaci, sono purtroppo frammenti assai limitati.
In conclusione credo che, tra il fidarci ciecamente, di pur eccezionali lettori e grandi Maestri dell'Ottocento, ed il tentare di sondare direttamente con un "occhio elettronico" o con altre risorse tecnologiche non distruttive una realtà allo stato attuale apparentemente irrecuperabile, a noi, sedotti da questi sviluppi sempre più incalzanti, non resta alcuna possibilità di scelta.
Se siamo "nani sulle spalle di giganti", come ha detto Bernardo di Chartres, siamo però dotati di telescopi e visori per vedere di notte, nel buio più fitto!

Palermo, 18 giugno 2006

Gianfranco Purpura
Dipartimento di Storia del Diritto
Università di Palermo


Note

[1] B. SANTALUCIA, in Illecito e pena privata in età repubblicana, Napoli 1992, p. 297 s.

[2] Così anche POLENAAR e KÜBLER, cfr. G. FALCONE, Appunti sul IV commentario delle Istituzioni di Gaio, Torino, 2003, p. 85 nt. 175.

[3] G. Purpura, Le nuove tecnologie informatiche applicate allo studio ed alla ricerca del Diritto Romano e dei diritti dell'Antichità, Rivista di Diritto Romano, rivista on line, I, 2001, pp. 9-14






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Palinsesto veronese delle Istituzioni di Gaio, foglio 122, relativo al IV libro, §§. 131-133
Palinsesto veronese delle Istituzioni di Gaio, foglio 122, relativo al IV libro, §§. 131-133