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"Passaporti" romani - di Gianfranco Purpura

Sommario

  1. L'apostolos
  2. Il divieto di accesso dei senatori in Egitto.

Il divieto di accesso dei senatori in Egitto.

Dopo aver tentato di individuare i luoghi, le modalità del controllo ed i soggetti che cercavano di partire dall'Egitto romano, è opportuno prendere in considerazione anche i soggetti in entrata in una provincia che Tacito (fig. 16) dichiarava essere:

Tac., Hist. I, 11:

"...aditu difficilem, annonae fecundam, superstitione ac lascivia discordem et mobilem, insciam legum, ignaram magistratuum..."

Tale questione si collega al dibattito sul divieto di accesso dei senatori in Egitto ed all'originario assetto dato alla provincia da Augusto, con l'affidarla ai cavalieri (fig. 17).

Tac., Ann. II, 59:

"Tiberius...acerrime increpuit, quod contra instituta Augusti non sponte principis Alexandriam introisset. Nam Augustus, inter alia dominationis arcana, vetitis nisi permissu ingredi senatoribus aut equitibus Romanis inlustribus, seposuit Aegyptum ne fame urgeret Italiam quisquis eam provinciam claustraque terrae ac maris quamvis levi praesidio adversum ingentis exercitus insedisset."

"Tiberio...si scagliò violentemente (contro Germanico), perché, trasgredendo le disposizioni di Augusto, era entrato in Alessandria senza l'autorizzazione del principe. Infatti Augusto, fra le altre segrete norme dell'assolutismo, aveva a sè serbato l'Egitto, vietando ai senatori e ai cavalieri romani illustri di entrarvi senza permesso, perché chiunque tenesse nelle sue mani quella provincia e gli stretti passi della terra e del mare, anche con un piccolo presidio contro grandi eserciti, non potesse affamare l'Italia".

Le due interdizioni per gli esponenti dell'ordine senatorio – dal governo supremo dall'Egitto e dall'accesso nel territorio – sono state considerate collegate o addirittura confuse in dottrina, ed è merito, a mio avviso, di Manfredini[51] aver tentato di distinguerle, anche se le conclusioni alle quali sembra essere pervenuto sulle circostanze contingenti delle scelte augustee, condizionate da un oracolo che avrebbe impedito la penetrazione dei fasces in Alessandria, non sembrano essere del tutto condivisibili. Pare che sussistesse una prescrizione religiosa romana (fig. 18) in base alla quale i fasci non potevano entrare in Alessandria e tale divieto veniva ribadito anche in una colonna aurea a Menfi ed esteso alla toga pretesta e all'intero Egitto[52]. La questione non sembra direttamente connessa all'accesso dei senatori ed un episodio (fig. 19) riferito da Manfredini e relativo allo sbarco ad Alessandria, nel 48 a.C., di Cesare, con fasces, che provocò l'indignazione e la rivolta dei Gabiniani milites ormai integrati con i locali, non si collega ad un oracolo ma all'ostentazione dell'imperium in un territorio ancora retto da un legittimo sovrano[53].

Fino a quando Geraci[54] non ha utilmente proposto il superamento delle consolidate opinioni sullo statuto dell'Egitto romano[55] - né monarchia, né possesso personale, ma conferimento di un imperium proconsulare ad Ottaviano con possibilità di delegarlo ad un praefectus, pur a mio avviso da accogliere nel rispetto della deliberata ambiguità augustea tra continuità e rottura, di matrice stoica[56] - non era facile separare l'interdizione per i senatori dal governo, dal divieto di accesso nel territorio, poiché si finiva per ammettere che la peculiarità del rapporto tra il principe e l'Egitto, che determinava l'esclusione dal governo, si riverberava anche in maniera assoluta sul divieto di mettere piede in tale territorio senza autorizzazione del principe.

Ma, non solo ad una lettura esclusivamente senatocentrica del testo di Tacito - che pur è stata autorevolmente sostenuta[57] - si oppone il riferimento testuale anche "ai cavalieri romani illustri", ma anche il clima di distensione tra principe e senato dopo la conquista dell'Egitto è apparso nettamente in contrasto con il divieto, che - se riservato ai soli senatori - non poteva che finire per apparire intollerabile[58].

Vero è che sembra che Ottaviano ancora nel 29 a.C. diffidasse dei senatori, al punto da temerne una rivolta, tanto da far divulgare la falsa notizia della distruzione di tutti gli atti di Antonio e che al momento della lectio senatus del 29-28 a.C., sembra che si aggirasse armato e disponesse la perquisizione dei senatori apparsi al suo conspetto[59], ma è pure vero che la singolarità del divieto per i soli senatori ha spinto gli studiosi reiteratamente a ricercarne i motivi[60], poichè la presunta foga antisenatoria di Augusto resta non facilmente spiegabile in un momento di generale pacificazione[61], né giustificata dal "terrore dell'Egitto", il tema propagandistico augusteo nella lotta contro Antonio, che avrebbe determinato la riserva del governo.

Sembra da scartare la giustificazione di Levi[62], basata sulla salvaguardia di esigenze di protocollo, sulla necessità, cioè, di preservare l'autorità del prefetto, che in quanto cavaliere avrebbe dovuto rendere omaggio agli eventuali senatori giunti in Egitto, poiché il divieto augusteo non era tassativo e più di un senatore è epigraficamente attestato in Egitto[63]. Dunque le eccezioni avrebbero determinato gli inconvenienti che per Levi sarebbero stati causa della restrizione[64] ed inoltre è incontestabile che nel testo di Tacito il divieto si riferiva non solo a senatori, ma anche a cavalieri illustri e non è affatto certo che questi ultimi fossero solo i figli di senatori, per nascita e temporaneamente di rango equestre.

Anche la notizia fornita in proposito da Cassio Dione (fig. 20) è apparsa alquanto ambigua:

Cassio Dione 51, 17, 1:
Dopo questi fatti impose un tributo all'Egitto e ne affidò il governo a Cornelio Gallo. Poiché era un paese molto popoloso, sia nelle città che nelle campagne, abitato da gente volubile e frivola, capace di fornire grano e altre ricchezze, non volle affidarne il governo ad un senatore, anzi vietò di dimorare colà, eccettuato a colui al quale egli avesse dato uno speciale permesso. Non volle neppure che a Roma ci fossero senatori egiziani.

Dopo aver indicato i motivi per i quali Ottaviano non avrebbe osato affidare il governo dell'Egitto ai senatori, si dichiara che egli non diede la possibilità ad alcuno di dimorare colà, se non l'avesse permesso nominativamente. Si è osservato che: "tini; potrebbe sottintendere ton bouleuton ed in tal caso il divieto risulterebbe circoscritto ai soli senatori. Ma potrebbe anche non sottintendere niente e in questo caso prenderebbe corpo l'idea di un provvedimento ben diverso, il quale disponeva in generale che nessuno poteva recarsi in Egitto se non con un permesso nominativo: formalmente, non solo i senatori o i cavalieri, ma anche i proletari"[65].

Sembra che al ritorno dall'Egitto a Roma Ottaviano abbia proibito a tutti i membri del senato di uscire dall'Italia senza permesso[66], se non per andare in Sicilia[67] e, da Claudio in poi, nella Gallia Narbonense, non per politica antisenatoria, ma per ribadire l'antico obbligo per i senatori di risiedere nella capitale e limitare l'assenteismo nel senato. Infatti i senatori per uscire dall'Italia già in età repubblicana ottenevano, sotto forma di libera legatio, un permesso dal senato e Cesare aveva esteso ai figli dei senatori il divieto in questione. Sembra che l'imperatore Claudio abbia espressamente sollecitato l'emanazione di un SC che attribuisse la facolta della concessione dei permessi di espatrio per i senatori riservandoli alla competenza esclusiva imperiale, autorizzazione fino ad allora condivisa col senato[68]. Agli inizi del III sec. d.C. i senatori che ottenevano il libero commeatus, mantenevano tuttavia il domicilio nella città di Roma[69] e nel tardo impero incombeva l'obbligo della residenza urbana sui votanti in senato, tanto di Roma che di Costantinopoli[70].

Non è dunque affatto da escludere che Ottaviano, nel quadro del ripristino della funzionalità del senato che si delineava con l'imminente lectio, abbia impedito ai senatori di uscire dall'Italia. Nello stesso tempo è probabile che abbia mantenuto la disposizione tolemaica sul controllo generalizzato del transito in Egitto, non solo in uscita, ma anche in entrata, imponendo a tutti visti di ingresso che Strabone dichiara di aver di persona sperimentato nel lungo soggiorno alessandrino, anche se rispetto alla rigidezza tolemaica, sotto i romani il controllo del transito sembrava ormai a lui divenuto meno severo. Per Manfredini dunque vi sarebbe stato uno specifico divieto per i senatori di uscire dall'Italia senza permesso, un generale divieto di entrare senza autorizzazione in Egitto o di uscirne ed una esclusione dei senatori dal governo di tale importante territorio, quest'ultima determinata, come generalmente si ammette, da motivi politici.

Il testo di Tacito (II, 59) (fig. 21) con l'esplicita, ma unica, dichiarazione della necessità di un permesso per senatori e cavalieri illustri è, come è noto, collegato all'incidente del viaggio egiziano di Germanico senatore[71] e potrebbe il suo tenore essere stato determinato proprio da tale evento: in quanto lo storico si riferiva a Germanico senatore che era entrato in Egitto senza permesso, il divieto generale egiziano nella sua applicazione a Germanico, finiva con l'apparire un provvedimento espressamente emanato per i senatori ed i potenti in genere[72] e diverso dal divieto generale per tutti di entrare in Egitto. Ma Cassio Dione[73] testualmente indicava la necessità di un generale permesso di soggiorno in Egitto e Svetonio[74] nel riferire la lamentela di Tiberio nei confronti di Germanico, non accennava ad alcun divieto per i senatori soltanto, ma all'ingresso non autorizzato in Alessandria per una grave ed improvvisa carestia.

Geraci[75] giudica l'interpretazione fornita da Manfredini[76] del testo di Dione Cassio (LI, 17, 1) assolutamente inammissibile, rilevando giustamente la sostanziale diversità tra la norma che interdiceva ai senatori di lasciare l'Italia senza permesso e la disposizione che vietava a chiunque di entrare in Egitto. "A parte la sostanziale diversità delle due disposizioni, che regolavano rispettivamente il diritto di uscita da una regione e quello di entrata in un'altra, si dovrà obiettare che tale differenza è riscontrabile anche in Tacito, Ann. II, 59, in cui Germanico contravviene alla proibizione di introdursi in Egitto senza preventiva autorizzazione, pur avendo evidentemente ottenuto il consenso di abbandonare l'Italia".

Ma sostenere l'esistenza di uno specifico divieto per i senatori di entrare in Egitto solo sulla base del testo di Tacito, dichiarando inammissibile la pur possibile interpretazione del passo di Dione, è cosa diversa. D'altro canto la conoscenza e l'utilizzazione di Tacito da parte di Cassio Dione è nota[77] ed avvertibile la concordanza tra i due autori nella descrizione delle caratteristiche dell'Egitto[78].

La questione del governo dell'Egitto, che utilmente Geraci ha sollevato, lo poneva a mio avviso in condizione di poter distinguere il divieto di governo per i senatori, dal divieto d'ingresso per tutti[79]. E' possibile in conclusione che ai senatori fosse stato vietato di lasciare l'Italia, a tutti di entrare ed uscire dall'Egitto, riservando ai cavalieri il governo di tale territorio, senza necessità di postulare un divieto specifico d'accesso in Egitto soltanto per i membri del senato.

Pur disponendo di una documentazione straordinaria[80], numerosi e assai dibattuti sono i punti oscuri della vicenda di Germanico in Egitto. Non mi sembra tuttavia che alcuno si sia soffermato particolarmente su di un aspetto che finirebbe per attribuire all'episodio un significato preciso: la sorprendente latitanza del prefetto d'Egitto. Solo pochi studiosi dichiarano che la sua posizione nell'intera faccenda non si lascia affatto decifrare[81] e Balconi, occupandosi della prefettura di C. Galerio, nota che il prefetto non compare mai nel corso della visita, ma prudentemente sottolinea la delicatezza della situazione e ne giustifica l'atteggiamento riservato, che avrebbe finito per determinare la permanenza in carica[82].

Non solo in rapporto alla vicenda di Germanico il prefetto non viene mai menzionato, ma l'identificazione con C. Galerio, generalmente accolta, riposa su basi non solide. Torna alla mente il P. Col. 123, ove il richiamo non nominativo del governatore è stato ritenuto indizio di vacanza nella carica in seguito a cattiva amministrazione, che avrebbe addirittura indotto l'imperatore a visitare l'Egitto tra il 199 ed il 200 d.C. [83].

Come poteva Germanico, nello straordinario discorso a lui attribuito nel P.Oxy. XXV, 2435 (fig. 22), non rivolgere neppure un cenno al prefetto, se presente? Ed emanare editti per l'Egitto con un governatore in carica, mai ricordato? Come poteva Tacito dichiarare che Germanico pretendeva la cura della provincia[84], nonostante essa spettasse al legittimo prefetto e giustificare poi l'apertura dei granai, di qualsiasi tipo essi siano stati e relativi a qualsivoglia raccolto, senza una partecipazione del governo provinciale, che non viene mai esplicitata?

L'identificazione del prefetto con C. Galerio è ipotesi di Cantarelli che in base ad un passo di Seneca[85] (fig. 23) - che ricorda lo zio che per sedecim annos…Aegyptum…optinuit - ritiene che l'unico ad aver potuto occupare la prefettura per un tempo tanto lungo – per lui da Emilio Retto a Vitrasio Pollione, dal 16 al 31 d.C. (?) - sia appunto Galerio, menzionato però con certezza in realtà solo in due documenti, dal 2 marzo al 27 agosto dell'anno 23 d.C.[86].

Non solo è l'unico tra tutti i prefetti che si ipotizza abbia occupato la carica così a lungo, rispetto ad una durata media da uno a quattro anni[87], ma v'è anche chi ha proposto identificazioni diverse dello zio del filosofo (Emilio Retto, Vitrasio Pollione, uno dei prefetti degli ultimi anni di Augusto)[88], morto in mare nella nave disalberata durante una tempesta al ritorno dall'Egitto[89] o chi legittimamente ha supposto che i sedici anni possano anche non essere stati continui [90], come affermato da Cantarelli, o essere riducibili a tredici in seguito ad un errore degli amanuensi o addirittura non tutti trascorsi proprio al vertice dell'Egitto: Seneca infatti voleva consolare la madre per l'esilio in Corsica, non informare con precisione burocratica in merito al governo supremo del territorio egiziano.

Chiunque sia stato in realtà lo zio di Seneca - vi sono troppe incognite che restano aperte a soluzioni diverse - non v'è dubbio che il periodo dagli inizi del regno di Tiberio fino al 32 d.C.[91] presenta due sole date certe per la prefettura d'Egitto, quelle indicate per Galerio e l'anno 23[92]. Tale clima d'incertezza ha ora indotto a confermare in base a nuovi dati Magio Massimo tra il 14 ed il 15 ed a radicalmente espungere ben tre prefetti[93] [Seio Strabone, Emilio Retto del 15 (?) e Vitrasio Pollione del 32], per lasciare a Galerio intatta la sua lunga prefettura. Ma la notizia di Cassio Dione[94] (fig. 24) riferita all'allontanamento dall'Egitto di Emilio Retto[95] da parte di Tiberio con la dichiarazione sarcastica che si collegava all'antica metafora del sovrano "pastore del suo popolo" ("Voglio che le mie greggi vengano tosate, non scorticate") potrebbe essere stata connessa alla vicenda di Germanico ed alla notizia della fame in Egitto: basterebbe collocare l'episodio, non datato con certezza ma certo attribuibile ad un prefetto[96], ad un momento prossimo al viaggio di Germanico in Egitto.

Si è notato infatti che la presunta carestia della quale parla Svetonio[97] (fig.25) per giustificare l'intervento di Germanico in Egitto non sembra trovare riscontro nella documentazione del livello dell'inondazione, in un evento naturale cioè di cui non sembra esservi traccia[98], ma se si ammette un errore burocratico nella determinazione dell'ammontare delle imposte connesso all'inondazione, non solo la frase di Tiberio e la conseguente rimozione del prefetto appaiono giustificate, ma anche plausibile la sollecitudine di Germanico ad intervenire, vantando l'incarico affidatogli e la cura della provincia[99] (fig. 26). A questo punto è chiaro che né lui, né altri del suo consilium, avrebbero potuto prevedere la piega che avrebbe preso la vicenda. Si è infatti sollevata la questione della inconsapevolezza della colpa di Germanico[100] (fig. 27). Se si fosse trattato di un divieto generale d'ingresso in Egitto, valido per tutti e superabile normalmente con l'avallo del prefetto o dell'imperatore, il viaggio in un momento di crisi della prefettura avrebbe potuto apparire legittimo, anzi auspicabile, per un personaggio come Germanico, ma intollerabile agli occhi di Tiberio, se associato agli onori che gli furono tributati all'arrivo. Senza un prefetto in carica, sbandierare nei vessilli il cartiglio faraonico con il nome di Germanico e della sua augusta consorte [101] sarebbe stata scorrettezza ben più percepibile dell'ingresso senza lasciapassare, soprattutto dopo il precedente di Cornelio Gallo[102]. Ed infatti le acclamazioni locali, se associate alla concezione egiziana di un re come "incrementatore, accrescitore"[103] - augusto appunto - preoccuparono immediatamente Germanico, che reagì con uno dei due editti riferiti in SB 3924 (fig. 28). In tale situazione l'unico pretesto che Tiberio poteva lamentare era soltanto la banale violazione della prescrizione augustea sull'ingresso[104] (fig. 29), soprattutto se rafforzata per Germanico dal "terrore dell'Egitto" il motivo propagandistico che aveva determinato l'esclusione dal governo dei senatori ed in genere di personaggi potenti ed inaffidabili. Occorreva immediatamente coprire il vuoto di potere determinatosi ed infatti Plinio (fig. 30) narra che C. Galerio fu uno dei più celeri prefetti che in soli sette giorni partendo dalla Sicilia riuscì ad insediarsi ad Alessandria[105]. Tanta urgenza si giustifica pienamente alla luce della necessità per Tiberio di riprendere immediatamente il controllo di un territorio, "loquax et in contumelias praefectorum ingeniosa prouincia, in qua", come dice Seneca[106] "etiam qui vitaverunt culpam, non effugerunt infamiam".

A differenza del prefetto Emilio Retto, Cornelio Gallo e Germanico erano senza colpa, ma non riuscirono a sfuggire all'infamia!

Gianfranco Purpura
Dipartimento di Storia del Diritto
Università di Palermo

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Note

[51] Manfredini, Ottaviano, l'Egitto, i senatori e l'oracolo, Labeo, 38, 1986, pp. 7- 26.

[52] Scriptores Historia Augusta 22, 9-14: Tacendum esse non credo, quod, cum de Aegypto loquor, vetus suggessit historia, simul etiam Gallieni factum. qui cum Theodoto vellet imperium proconsulare decernere, a sacerdotibus est prohibitus, qui dixerunt fasces consulares ingredi Alexandriam non licere; cuius rei etiam Ciceronem, cum contra Gabinium loquitur, meminisse satis novimus. Denique nunc extat memoria rei frequentatae. quare scire oportet Herennium Celsum, vestrum parentem, consulatum cupit, hoc quod desiderat non licere. Fertur enim apud Memfim in aurea columna Aegyptiis esse litteris scriptum tunc demum Aegyptum liberam fore, cum in eam venissent Romani fasces et praetexta Romanorum. quod apud Proculum grammaticum, doctissimum sui temporis virum, cum de peregrinis regionibus loquitur, invenitur.

[53] Cesare, Bellum civile III, 106, 4: Alexandriae de Pompei morte cognoscit atque ibi primum e navi egrediens clamorem militum audit, quos rex in oppido praesidii causa reliquerat, et concursum ad se fieri videt, quod fasces anteferrentur. In hoc omnis multitudo maiestatem regiam minui praedicabat. Hoc sedato tumultu crebrae continuis diebus ex concursu multitudinis concitationes fiebant conpluresque milites in viis urbis omnibus partibus interficiebantur.

[54] Geraci, Genesi della provincia romana d'Egitto, Bologna, 1983.

[56] Lo stoico Atenodoro fu il maestro di Ottaviano ed, a prescindere dai frequenti riferimenti a temi stoici (ad es. le api e l'alveare. Pugliese Carratelli, Il regno delle api e la 'domus Augusta', La Parola del passato, 212, 1983, pp. 327 ss.), significativo è l'episodio della morte narrato da Svetonio (Aug. 99). Grimal, Auguste et Athénodore, in Grimal, Rome. La littérature et l'histoire, II, pp. 1147 ss.

[57] Dessau, Geschichte der römischen Kaiserzeit, Berlin, 1924, pp. 137 ss.; Draeger, Heraeus, Die Annalen des Tacitus, I, 1, Leipzig – Berlin, 1917, p. 130 nt.10 ("cavalieri che potevano essere senatori"); van Groningen, L'Égypte et l'empire. Étude de droit public romain, Aegyptus, 7, 1926, pp. 197 ss.; Levi, L'esclusione dei senatori romani dall'Egitto augusteo, Aegyptus, V, 1924, pp. 231 ss. ("cavalieri di rango senatorio"); Id., Cleopatra e l'aspide, La parola del passato, 9, 1954, pp. 295 ss. ("senatori"); Mommsen, Storia di Roma antica, 3, Firenze, 19652, p. 693 ("persone dell'ordine senatorio e senatori"); Borneque, cit in Nicolet, L'orde équestre à l'époque républicaine, I, Paris, 1966, p. 228 nt. 3 ("cavalieri di stirpe senatoria"); Koestermann, Tacitus, I, Heidelberg, 1963, p. 366 e Wuilleumier, Tacite, Annales, I-III, Paris, 1978, p. 120 nt. 7 ("cavalieri di censo senatorio"). Cfr. Manfredini, op. cit., pp. 10 nt. 22 e p. 12 nt. 29.

[58] Manfredini, op. cit., p. 10.

[59] Geraci, jEparciva de nu§n ejsti;. La concezione augustea del governo d'Egitto, ANRW, II, 10, 1, Berlin – New York, 1088, p. 406.

[60] Così Levi, l.c. e De Martino, Storia della costituzione romana, IV, 2, Napoli, 1975, p. 857.

[61] Così Manfredini, l.c.

[62] Levi, L'esclusione, cit., p. 231; cfr. anche Huzar, Augustus, heir of the Ptolemies, ANRW, II, 10, 1, Berlin – New York, 1988, p. 353 nt. 36; contra De Martino, op. cit., pp. 857 ss.; Manfredini, op. cit., p. 11.

[63] CIL III, 74 = ILS 8738 = Inscr. Philae II, 143 (C. Numosius Vala, il legato di Varo. Cfr. Hohlwein, CE, 15, 1940, p. 263 e Raschke, op. cit., p. 901 nt. 991); CIL III, 52 = Bernard, Inscr. du Colosse de Memnon 6 (M. Herennius Faustus); almeno un altro caso in Raschke, op. cit., p. 901 nt. 991. Cfr. anche Walton, Oriental senators in the service of Roma: a study of imperial policy down to the death of Marcus Aurelius, JRS, 19, 1929, pp. 38 ss.; Reynolds, Senators originating in the provinces of Egypt and of Crete and Cyrene, Epigrafia ed ordine senatorio, II, Roma, 1982, pp. 672 ss.

[64] Geraci, op. cit., p. 139.

[65] Manfredini, op. cit., p. 14 e s.

[66] Cassio Dione 52, 42, 6-7.

[67] L'esenzione siciliana sarebbe stata prevista, secondo Manfredini (op. cit., p. 17 nt. 44), o da Ottaviano o da Caligola (Svet., Calig. 29, che indica la persistenza dell'obbligo per la Grecia).

[68] Tac., Ann. 12, 23; Svet, Claud. 23; Cassio Dione 60, 25, 6-7; Suidas, sv. Claudios.

[69] D. 50, 1, 22, 6 (Paolo): Senatores, qui liberum commeatum, id est ubi uelint morandi arbitrium impetrauerunt, domicilium in urbe retinent.

[70] C.Th. VI,2, 4, 11; C. XII, 1, 15; XII, 1, 18.

[71] Hohl, Ein röm. Priz in Aegypten Preuss. Jbb., 182, 1920, pp. 350 ss. ; De Visscher, Un incident de secour de Germanique en Egypte, Museon, 59, 1946, pp. 261 ss.; van Ooteghem, Germanicus en Egypte, Et. Class., 27, 1959, pp. 246 ss. (non vidi).

[72] Così si esprime Manfredini, op. cit., p. 16 nel riferirsi però al generale divieto per i senatori di uscire dall'Italia. Indubbiamente Germanico era stato però autorizzato ad uscire dall'Italia.

[73] Cassio Dione 51, 17, 1.

[74] Svet. Tib. 52: Quod vero Alexandream propter immensam et repentinam famem inconsulto se adisset, questus est in senatu.

[75] Geraci, jEparciva de nu§n ejsti;, cit., p.407 nt. 110.

[76] Manfredini, op. cit., pp. 13-14.

[77] Norcio, Introduzione a Cassio Dione, Storia romana, Milano, 2000, p. 35 e s.

[78] Tac., Hist. I, 11 e Cassio Dione LI, 17, 1.

[79] Si attiene invece all'opinione tradizionale in La provincia romana d'Egitto, cit., p. 195, che mantiene, anche dopo la pubblicazione del lavoro di Manfredini, radicalmente rifiutandolo in La concezione augustea, cit. pp. 404 ss.

[80] Wilcken, Chrest. 413 = P.Lond. III, 1159 contiene un testo relativo alle requisizioni di grano per il viaggio di Germanico in Egitto; SB 3924 del 19 d.C. riferisce due editti di Germanico per proibire arbitrarie requisizioni e rifiutare onori divini durante la sua visita; P.Oxy. XXV, 2435 riporta il resoconto delle accoglienze; CIL III, 12047 = XII, 406 = ILS I, 175, add. III, p. CLXX è un'iscrizione conservata ad Avignone, ma proveniente probabilmente dall'Egitto e contenente una dedica a Germanico di tre magistri Larum Augusti. Cfr. Wilcken, Zur Germanicus Papyrus, Hermes, 63, 1927; Id., APF, VI, 1920, pp. 286 ss.; Lehmann-Haupt, Germanicus Getreideverteilung in Aegypten, Klio, 23, 1930, pp. 140 ss.; Wilamowitz-Moellendorff, Zucker, Zwei Edikte des Germanicus auf einem Papyrus des Berliner Museums, Sitzungber. der Preuss. Akad. der Wiss., 1911, pp. 818 ss.

[81] Koestermann, Die Mission des Germanicus im Orient, Historia, 7, 1958, p. 350 nt. 46; Henning, Zur Ägyptenreise des Germanicus, Chiron, II, 1972, p. 362.

[82] Balconi, La prefettura d'Egitto di C. Galerius, Atti del XVII Congr. Intern. di Papirologia, III, Napoli, 1984, p. 1102 e s.

[83] Westermann, Schiller, Apokrimata. Decisions of Septimius Severus on legal matters, New York, 1954, pp. 13 e 82 ss.

[84] Tacito, Ann. II, 59.

[85] Seneca, Dialog. XII, 19 (Ad Helviam matrem de consolatione), 6: Post hoc nemo miretur quod per sedecim annos quibus Aegyptum maritus eius optinuit numquam in publico conspecta est, neminem prouincialem domum suam admisit, nihil a uiro petit, nihil a se peti passa est. Itaque loquax et in contumelias praefectorum ingeniosa prouincia, in qua etiam qui uitauerunt culpam non effugerunt infamiam, uelut unicum sanctitatis exemplum suspexit et, quod illi difficillimum est cui etiam periculosi sales placent, omnem uerborum licentiam continuit et hodie similem illi, quamuis numquam speret, semper optat. Multum erat, si per sedecim annos illam prouincia probasset: plus est quod ignorauit. Haec non ideo refero ut laudes eius exequar, quas circumscribere est tam parce transcurrere, sed ut intellegas magni animi esse feminam quam non ambitio, non auaritia, comites omnis potentiae et pestes, uicerunt, non metus mortis iam exarmata naue naufragium suum spectantem deterruit quominus exanimi uiro haerens non quaereret quemadmodum inde exiret sed quemadmodum efferret. Huic parem uirtutem exhibeas oportet et animum a luctu recipias et id agas ne quis te putet partus tui paenitere.

[86] IGR I, 1150, 2 = SB 8317; SB 7256, 3; Bastianini, Liste dei prefetti d'Egitto dal 30 al 299, ZPE, 17, 1975, p. 270.

[87] A. Stein, Die Prefekten von Ägypten in der römischen Kaiserzeit, Berna, 1950, p. 25 e p. 186 e s.; Montevecchi, L'amministrazione dell'Egitto, cit., p. 431.

[88] Borghesi con Emilio Retto; Lipsius e Letronne con Vitrasio Pollione; Lesquier con uno dei prefetti degli ultimi anni di Augusto. Cfr. Cantarelli, Per l'amministrazione e la storia dell'Egitto romano. II. Il viaggio di Seneca in Egitto, Aegyptus, 8, 1927, p. 91 nt. 5 e Id., La serie dei prefetti d'Egitto, cit., pp. 18 e 20.

[89] Cantarelli, Per l'amministrazione e la storia dell'Egitto romano. II. Il viaggio di Seneca in Egitto, cit., pp. 89-96. Su Seneca ed i suoi possedimenti in Egitto Stein, Untersuchungen zur Geschichte und Verwaltung Aegyptens unter röm. Herrschaft, Stuttgart, 1915, p. 110 nt. 1 e 2; p. 113; Faider, Sénèque en Egypte, BIFAO, 30, 1931, pp. 83-87; Parassoglou, Imperial Estates in Röm. Egypt, Amsterdam, 1978, pp.17 ss.; Martin, P.Yale inv. 443. Une pièce du dossier de L. Annaeus Seneca, grand propriétaire terrier d'Egypte, Chr. d'Ég., 55, 1980, pp. 271-283.

[90] Come finisce per ammettere Stein, Die Prefekten, cit., p. 196 nt. 33, sostenendo però che la circostanza sarebbe comunque ininfluente. Ma le lacune nella nostra documentazione sono tali da poter considerare alquanto incauta tale affermazione.

[91] Rogers, The prefects of Egypt under Tiberius, TAPhA, 73, 1941, pp. 368 ss.

[92] Balconi, La prefettura d'Egitto di C. Galerius, cit., pp. 1099-1105.

[93] Schwartz, Préfets d'Egypte sous Tibère et Caligula, ZPE, 48, 1982, 189-192 ; Bureth, Le préfet d'Egypte (30 av. J.C. – 297 ap. J.C .), ANRW, II, 10, 1, Berlin – New York, 1988, p. 498; Bastianini, Il prefetto d'Egitto (30 a.C. – 297 d.C.), pp. 504 e 516.

[94] Cassio Dione LVII, 10, 5:["Per esempio, quando Emilio Retto, il quale aveva mandato dall'Egitto (la regione in cui costui era prefetto) una somma superiore a quella stabilita. (Tiberio) di ritorno gli inviò questo messaggio:"Voglio che le mie greggi vengano tosate, non scorticate"].

[95] Da non confondere con il prefetto del tempo di Claudio.

[96] Svet. Tib. 32, 2: ...praesidibus onerandas tributo prouincias suadentibus rescripsit boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere; Oros. VII, 4; Joann. Antioch. fr. 79,2; Suida v. Tiberios 552, 5.

[97] Svet. Tib. 52.

[98] Henning, op. cit., pp. 360 ss. e la lett. ivi cit.

[99] Si è a lungo discusso se l'Oriente comprenda o meno l'Egitto. Henning, op. cit., pp. 354 ss. e la lett. ivi cit.

[100] Tacito, Annali II, 60: ...sed Germanicus, nondum comperto profectionem eam incusari Nilo subvehebatur...

[101] Questa, Il viaggio di Germanico in Oriente e Tacito, Maia, IX, 1957, p. 328.

[102] Costabile, Le Res Gestae di C. Cornelius Gallus nella trilingue di Philae. Nuove letture ed interpretazioni, MEP, IV, 2001, 6, pp. 297-330.

[103] Donadoni, Il re d'Egitto, La Parola del Passato, IV, 1949, pp. 46 ss.

[104] Tacito, Annali II, 59: Tiberius...acerrime increpuit quod contra instituta Augusti non sponte principis Alexandriam introisset.

[105] Plinio, Nat. Hist. XIX, 3: ...ut Galerius a freto Siciliae Alexandriam septimo die pervenerit...

[106] Seneca, Dialog. XII, 19 (Ad Helviam matrem de consolatione), 6.






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"Passaporti" romani, Figura 1
"Passaporti" romani, Figura 1

Figura 2
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Figura 3
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Figura 4
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Figura 5
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Figura 6
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Figura 7
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Figura 8
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Figura 9
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Figura 10
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Figura 12
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Figura 13
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Figura 14
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Figura 30
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