| Scritture sull'acqua. Testimonianze storiche ed archeologiche di traffici marittimi di libri e documenti - di Gianfranco PurpuraRedazione Archaeogate, 03-12-2002 - Pag. 1 di 3  IntroduzioneIn: Annali Univ. Palermo (AUPA), XLIV, 1996, pp. 361 - 382. Nel Satyricon di Petronio viene descritto un naufragio: "...la tempesta, fedele esecutrice di ciò che il destino comanda, porta via tutto quel che resta alla nave; non vi sono più alberi, né timoni, né cordami, né remi: massa informe e desolata, il naviglio se ne va in balia delle onde. Subito accorsero dei pescatori su scafi leggeri in cerca di preda. Ma, quando videro che v'erano ancora persone vive e pronte a difendere i propri beni, la loro crudele avidità cedette a offerte di aiuto. Ed ecco udiamo uno strano mugolio, quasi un lamento di belva prigioniera, che usciva dalla diaeta, la cabina del magister. Ci lasciamo guidare da quel suono, e troviamo Eumolpo, seduto dinanzi a una pergamena immensa su cui andava accumulando versi su versi. Sì, pur con la morte alla gola quel pazzo aveva trovato il tempo di stendere un poema, e che razza di poema, dèi benigni! ". (Addirittura sulla distruzione di Troia). "Lo strappiamo di là che urla e protesta, gli gridiamo di non far follie. `No', strepita lui, furioso di essere stato interrotto, ` lasciatemi terminare la frase: sto facendo l'ultimo sforzo per finire![1]" Se vele, sandali (relitto di Comacchio), panieri di vimini (Gelydonia, Ulu Burun, Marsala), mandorle (Kyrenia), grambiuli di cuoio (Comacchio), foglie d'olivo, canapa indiana (Marsala), nocciole [Albenga, Punta Crapazza (Lipari)], ramoscelli (Giens), paglia (Giannutri) ed altri materiali organici assai deperibili provengono da numerosi scavi archeologici sottomarini, non solo il forsennato poeta, ma anche l'epica pergamena stavano correndo il rischio di essere sepolti con lo scafo e magari di avere la possibilità di essere ritrovati dopo millenni. Sebbene possa apparire un obiettivo assai limitante per la palese incompatibilità tra acqua salmastra, inchiostri e scritture, ritengo non privo d'interesse guardare alle testimonianze di materiali scrittori o di scritti trasportati a bordo delle navi o che quotidianamente ivi venivano redatti; testi di solito brevi, relativi più al mondo del commercio e del diritto, che, ovviamente, alla letteratura epica. È tuttavia certo che anche opere letterarie furono concepite in mare, come nel caso sopra menzionato nel Satyricon. Cicerone in persona ad esempio ci informa che l'opera Topica fu iniziata a bordo di una nave in navigazione dopo Velia e che nel percorso marittimo verso la Cilicia dopo Samo, il medesimo, divenuto governatore, modificò il testo dell'editto provinciale, che avrebbe dovuto pubblicare al momento del suo ingresso in provincia[2]. Le relative testimonianze archeologiche subacquee appaiono finora assai rare e tali sembrano essere destinate a restare, sino all'improbabile rinvenimento di una nave carica di libri, simile al relitto degli anni sessanta ubicato intorno ai cinquanta metri di profondità al largo della Tonnara di S. Vito Lo Capo, nei pressi di Palermo (fig. 1). Esso contiene numerose copie del Corano, che nel buio e nel fango della stiva hanno già superato diversi decenni di immersione nell'acqua salmastra (fig. 2). In attesa di un evento di tal genere attingeremo alle testimonianze delle fonti antiche, che occasionalmente ci parlano di un commercio librario transmarino, come quello sollecitato da Platone che diede incarico di acquistare in Sicilia, per diecimila denari versati da Dione, le opere filosofiche di Filolao, introvabili in Grecia o quello attestato dalla presenza di libri a bordo delle navi che nel I1I sec. a.C. approdavano ad Alessandria. L'esistenza infatti nella Biblioteca di Alessandria del fondo detto "delle navi" pare risalga a Tolomeo Filadelfo (285 246 a.C.), il quale aveva ordinato che venissero ricopiati da scrivani degli uffici doganali tutti i libri in transito e che gli originali fossero trattenuti per la Biblioteca ed ai viaggiatori venissero restituite soltanto le copie[3]. Ad esigenze di computo e documentazione si ricollega invece il più antico materiale scrittorio rinvenuto in scavi subacquei. Risale al XIV sec. a.C. e dimostra la possibilità della conservazione sul fondo marino di reperti organici assai deperibili. Si tratta di una tavoletta cerata lignea con cerniere in avorio (fig. 3), che costituisce in assoluto una delle più antiche testimonianze dell'utilizzazione di questo tipo di supporto scrittorio[4]. Purtroppo la cera della superficie scrittoria risulta quasi del tutto abrasa, evidenziando le lineole incrociate incise per favorire l'adesione della gumma al legno. La composizione del carico dello straordinario relitto di Ulu Burun non solo trova riscontro nelle lettere di Tell Amarna, ma anche in raffigurazioni tombali egiziane coeve, che rappresentano l'arrivo di navi levantine in Egitto e dimostrano l'usuale impiego del dittico in questione a fini di registrazione dei prodotti imbarcati. Oltre che per la trasmissione della corrispondenza, questo dovette essere uno dei giù antichi usi della scrittura, soprattutto nel mondo palaziale. E di grande interesse valutare l'indubbio e rilevante ruolo esercitato dal commercio marittimo nella diffusione della scrittura, ma l'esame dei molteplici aspetti del problema, indurrebbe a superare ampiamente i limiti di tempo in questa sede definiti. Mi limiterò quindi a qualche cenno, maggiormente attinente all'angolazione prescelta: l'archeologia sottomarina e la situazione siciliana. La sorprendente assenza di volumina papiracei micenei è stata già notata ed appare pressocché impossibile che segni in lineare B, oltre che su tavolette, non siano stati tracciati su papiro[5]. La capacità del fango o della sabbia del fondo di conservare reperti organici potrebbe offrire la prova mancante. Ancor più suggestivo è rilevare che la migrazione coloniaria tra il IX e 1'VIII sec. a.C. pare abbia richiesto la stesura scritta dei poemi omerici ed il trasporto per mare dei testi, utilizzati dagli esploratori che localizzavano, via via nei siti estremi raggiunti, le imprese in essi descritte[6]. A distanza di molti anni dalla prima presentazione, torno a richiamare l'attenzione su di un reperto rinvenuto a Terrasini, che ritengo di un certo interesse e rimasto pressocché ignoto agli specialisti[7]. Si tratta di una tavoletta di terracotta (fig. 4) ritrovata ad un centinaio di metri dalla spiaggia tra Cinisi e Terrasini, a circa due metri di profondità in una zona pertinente ad un antico ancoraggio. I segni di una scrittura sconosciuta procedono con andamento circolare dall'esterno verso l'interno in senso antiorario, separati a gruppi da linee verticali, che evidentemente staccano singoli termini del testo. Le numerose lineole verticali al centro potrebbero essere relative ad un computo. Pur essendo alcuni segni molto caratteristici, simili a minuscoli oggetti simbolici, non ho trovato per essi alcun riscontro. Il reperto di Terrasini, consegnato nel 1974 al Museo di Palermo, risulta fotografato (arch. fotografico, negativo n. 22451), ma da allora non ne ho più notizia. Una delle più accreditate ipotesi sull'origine e prima utilizzazione della scrittura nel mondo egeo collega la medesima alle cretule impresse con simboli o nomi di consegnatari, di generi e quantità di prodotti forniti. Tali cretule sarebbero state realizzate per render conto di derrate palaziali consegnate o affidate ad esibitori di validi contrassegni o addirittura di modelli miniaturistici, corrispondenti in numero e genere ai prodotti forniti da chi li custodiva per conto dell'autorità, che poteva così trasmettere i suoi simboli anche in absentia, senza il continuo ricorso alla parola parlata[8]. È suggestivo notare che di recente è stata rinvenuta in Sicilia, in un contesto assai antico, una cretula sigillo con segni di " cordami che dovevano legare un contenitore di ignote caratteristiche" nel fossato neolitico di Stretto Partanna (Trapani)[9]. Oggetti miniaturistici o calculi in terracotta per il computo (tokens)[10], che precorrerebbero i segni impressi e i simboli successivamente tracciati sulla tavoletta d'argilla, furono nel mondo orientale talvolta contenuti in bolle sferiche d'argilla (bullae), che venivano spezzate per verifica del contenuto in caso di contestazione in merito ai segni tracciati o impressi sulla superficie esterna. A queste origini si ricollega con ogni probabilità la forma a cuscinetto della tavoletta d'argilla, che talvolta conteneva un duplicato del tutto nascosto all'interno, e, adeguandosi al medesimo principio, nonostante la grande distanza nel tempo e nello spazio, la doppia scritturazione sigillata su tavolette lignee dei documenti dell'età greco romana. Se per un verso, come si è osservato, alcuni segni della tavoletta di Terrasini hanno l'aspetto di piccoli oggetti, anche enigmatici corni fittili della preistoria siciliana sembrano ritrovarsi assai simili tra i tokens[11], lasciando intravedere usi e pratiche di computo e di registrazione per qualche aspetto analoghe in due ambienti per noi così lontani, ma che in realtà già con la rivoluzione neolitica avrebbero potuto essere diffusi in ambiente mediterraneo. Ma come tra percettori di imposte e mercanti per millenni sopravvisse la prassi della doppia scrittura, nonostante caratteri e materiali assai diversi, così da un mondo di analfabeti o semianalfabeti potevano giungere almeno sino all'età arcaica pratiche di computo mediante calculi, tacche, incisioni in corrispondenza biunivoca, o di trasmissione di rudimentali messaggi mediante oggetti miniaturistici. Reperti di questo tipo possono facilmente sfuggire negli scavi subacquei o essere non correttamente interpretati ed è realmente sorprendente che nessun relitto, nonostante la frequente presenza di pesi e bilance (Yassi Ada, Camarina, Giardini, Palud), abbia finora restituito una tavola per contare o abaco, che pur doveva essere un oggetto di frequente impiego nella pratica del commercio. Un oggetto miniaturistico, un cinghialetto, è presente nella nave della fine del VI sec. a.C. di Gela, ma, con alcune arule, è collegabile ai culti praticati a bordo[12]. Pesi o tessere plumbee, probabilmente calculi, si riscontrano nel carico della fine del VI, inizi del V sec. a.C. di Pointe Lequine[13] insieme ad una pisside calamaio, ma è obiettivamente assai difficile essere certi del tipo d'impiego di reperti del genere in una società mercantile semianalfabeta, che tuttavia cominciava già ad utilizzare la scrittura, come indicano le lamine plumbee del VI V sec. a.C. di Corfù o di Pech Maho (fig. 5), lo stilo dalla nave di Gela o la tavoletta lignea del relitto del Giglio (fig. 6)[14]. Quest'ultimo reperto, purtroppo non inscritto, faceva parte del corredo della fine del VI di un nobile mercante greco orientale che adoperava le armi, la scrittura, attrezzi tecnici e musicali per mantenere un potere sapienzale affidato alla memoria ed alle capacità tecniche. Tra il carico del IV sec. a.C. del relitto di Porticello appaiono già sette contenitori globulari, che sono stati interpretati come calamai (fig. 7). E, se modesti reperti dall'impiego così particolare facevano ormai parte di un carico commerciale, ciò non può che denotare una diffusione della scrittura in strati sociali sempre più vasti, anche se siamo ben lontani dall'ammettere quel fenomeno di ampia alfabetizzazione del mondo greco e magno greco, che sino a poco tempo fa si era più propensi ad accettare[15].
Note[1] PETRONIO, Satyricon 114 115 (trad. Dèttore, Milano, 1953). [2] CICERONE, Ad Familiares 7, 19 (luglio, 44 a.C.); Ad Att. VI, 1, 15 (51 a.C.) e Ad Fam. 3, 8, 4: Romae composui edictum: nibil addidi nisi quod publicani me rogarunt quum Samum ad me venissent. [3] GELLIO 3, 17; cfr. DIOGENE LAERTIO 4, 5. GALENO, vol. 17, 1, p. 601 Kühn. [4] BASS, PuLak, COLLON, WiensTEiN, A bronze age shipwreck at Ulu Burun. 1986 Campaign, AJA, 93, 1989, pp. 10 e s.; SIRAT, Les tablettes à écrire dans le monde juif de 1'Antiquité à 1'époque moderne, Paris, 1990, Bibliologia, 12, Brepols Turnohout, 1992, p. 53 e fig. 1. [5] GODART, L'invenzione della scrittura. Dal Nilo alla Grecia, Torino, 1992, p. 176; Id., Il disco di Festos, Torino, 1994, pp. 43ss., rileva la morbidezza dei segni del lineare B e la frequente presenza di cretule, che avrebbero potuto sigillare rotoli papiracei. [6] Secondo MANFREDI, Mare greco, Milano, 1992, p. 214ss., sarebbero stati imbarcati i testi dei poemi, piuttosto che i cantori. La coppa di Nestore da Pitecusa rappresenta una straordinaria testimonianza della diffusione di Omero tra i coloni. [7] PURPURA, Il relitto di Terrasini, Sicilia Archeologica, 24 25, 1974, p. 56, fig. 19. [8] GODART, L'invenzione della scrittura, cit., pp. 91ss.; 103ss.; 241ss.; CARDONA, Storia universale della scrittura, Milano, 1986, p. 53; PURPURA, Diritto, papiri e scrittura, Torino, 1995, pp. 40ss. [9] TUSA, Sicilia preistorica, Palermo, 1994, pp. 67 e s., fig. 28. [10] SCHMANDT BESSERAT, Before writing, I, From counting to cuneiform, Austin, 1992. [11] BERNABò BREA, La Sicilia prima dei Greci, Milano, 1958, p. 108; SCHMANDT-BESSERAT, Before writing, 1, cit., pp. 36 e 106, figg. 24.1; 24.2; 24.3 e 52. Anche oggetti ritenuti gettoni, pedine, contrappesi, vaghi di collane avrebbero potuto essere utilizzati nel definire complessi predeterminati nel genere e nella quantità. [12] Panvini, La nave greca di Gela, Archeologia Viva, 37, 1993, p. 61. Etichette lignee intagliate per la distribuzione di derrate alimentari tra l'equipaggio, bastoni con tacche per il computo tra analfabeti, secchi da mensa con segni convenzionali sono frequenti in relitti del '600 e '700. THROCKMORTON, Atlante di Archeol sub., Novara, 1988, pp. 199 e s. [13] LONG, MIRÒ, VOLPE, Sui fondali di Pointe Lequin, Archeologia Viva, 41, sett.ott. 1993, pp. 28 29. [14] VÉLISSAROPOULOS, Les symbola d'affaires. Remarques sur les tablettes archaiques de l'ile de Corfou, Symposion, 1977, Kóln Wien, 1982, pp. 71 83; SOLIER, Les tablettes de plomb languedociennes, Atti del Colloquio del CNRS "Les tablettes à écrire", cit., p. 107 125; CRISTOFANI, Il testo di Pech Maho, Aleria e i traffici del V sec., MEFRA, 105, 2, 1993, pp. 833 845; Panvini, La nave greca arcaica di Gela, Conferenze STAS, Roma, 18 nov. 1993; BOUND, Una nave mercantile di età arcaica all'Isola del Giglio, Il commercio etrusco arcaico, Quaderni del centro di studio per 1'archeol. etrusco italica, 9, 1985, pp. 65 70; Id., Archeol. Viva, V, 1, 1986, p. 55; CRISTOFANI, Un mercante greco orientale nel Tirreno: analisi del relitto del Giglio, Atti VIII Rassegna di Archeol. subacquea, Giardini, 1993, in preparazione. [15] HARRIS, Lettura ed istruzione nel mondo antico, Bari, 1991, pp. 75ss. Cliccare sull'immagine per l'ingrandimento  Trapani, S. Vito Lo Capo. Il relitto del Kent, la nave dei Corani.
 Uno dei Corani dalle stive del Kent.
 La tavoletta scrittoria dal relitto di Ulu Burun del XIV sec. a.C.
 La tavoletta di terracotta di Terrasini.
 Lamina mercantile plumbea di età arcaica di Pech Maho.
 Tavoletta lignea senza tracce di scrittura dal relitto del Giglio (VII-VI sec. a.C.).
 Calamai dal relitto di Porticello in Calabria (IV sec. a.C.).
 Stilo e calamai da Pompei (I sec. d.C.).
 Patera e sandaracca (réalgar) dal relitto romano della Triscina, Selinunte del II-I sec. a.C.
 Tavoletta cerata, contenente una quietanza con fideiussione relativa ad un prestito marittimo dell'11 aprile del 38 d.C. (TP 13 = TPSulp. 78).
 Vasetto-campione a forma di modio del II sec. d.C., che veniva sigillato alla partenza della nave per garantire la qualità dei cereali trasportati ( Museo del Cairo).
 Vasetti-campione per orzo dall'antico porto di Marsiglia (II sec. d.C.).
 Il papiro di Vienna relativo ad un prestito marittimo per un viaggio di andata e ritorno effettuato in India nel II sec. d.C. (Pap. Vindob. G. 40822).
 I viaggi in India in età romana si effettuavano da Alessandria discendendo il grande fiume sino a Coptos, di là si attraversava il deserto orientale sino a Myos Hormos o Berenice e quindi ci s'imbarcava per le coste occidentali dell'India, verso Muziris o Barygaza.
 Il carico romano di anfore Dressel 2-5 e Lamboglia 1 del I sec. a.C.- inizi I sec. d.C., naufragato a Zabarghad sulla rotta per l'India.
 Anfora Dressel 2-5 del I sec. a.C.- inizi I sec. d.C.
 Gruppo di anfore Dressel 2-5 del I sec. a.C.- inizi I sec. d.C., ancora chiuse dagli opercoli di terracotta.
 I coralli e la vegetazione del Mar Rosso si è incrostata sulle anfore romane.
 Anfore Dressel 2-5, probabilmente adibite per l'esportazione del dolce vino campano assai apprezzato in India.
 Bassorilievo della gens Peticia nel Museo dell'Aquila (I sec.a.C.- I sec. d.C.).
 Iscrizione di Gaio Peticio nel deserto orientale egiziano.
 Statuetta in avorio di divinità indiana da Pompei (I sec. d.C.).
 Bassorilievo di Neumagen con codex ansatus.
 Bronzo dal relitto di Antikythera.
 Calcolatore astronomico dal relitto di Antikythera.
 Efebo di Mahdia.
 Parti di diverse catapulte dal relitto di Mahdia.
 Stele attiche del IV sec. a.C. dal relitto di Mahdia del I sec. a.C.
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