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Autodifesa di un eretico - di Pierpaolo Zamorani

Primo paragrafo

Certo potrà apparire strano che io abbia atteso più di dieci anni dall'uscita del mio corso sulla plebe[1] per rispondere ai miei critici. Ma ho qualche motivo di giustificazione.

In un primo tempo sono stato trattenuto dal farlo sùbito soprattutto per evitare che la mia risposta potesse assumere toni risentiti o polemici, cosa che sarebbe facilmente potuta avvenire se si tiene conto che una delle due recensioni che il libro ha ricevuto sembra appartenere più alla letteratura pamphlettistica che a quella scientifica. Poi l'attesa si è prolungata non tanto per meglio meditare contenuti e toni delle risposte da dare, quanto per la speranza, rivelatasi quasi del tutto vana, che alle due recensioni si aggiungesse, negli anni successivi, qualche ulteriore presa di posizione relativa al mio lavoro, presa di posizione da mettere a profitto o da discutere: insomma, mi attendevo (perché negarlo?) che la mia ricerca sulla plebe ottenesse maggiore risonanza ed attenzione da parte dei Colleghi (e non parlo certo di consenso, giacché di questo avevo poche aspettative).

Del resto, attacchi anche violenti mi erano stati predetti da un romanista tanto insigne quanto esperto quale Gian Gualberto Archi che, riconsegnandomi il dattiloscritto che Egli aveva accettato in lettura, aveva pronosticato critiche feroci dalle quali avrei faticato a difendermi. Ed invece, una volta tanto, il professore Archi si sbagliava. Pochi critici, pochi giudizi, ma piuttosto quello che si usa ironicamente definire un "fragoroso silenzio".

Ora, quando un lavoro, del quale tutto si potrà dire tranne che non sia innovativo, provoca reazioni così contenute (e l'aggettivo è senza dubbio eufemistico), la cosa non può essere casuale. Io ho fatto al riguardo qualche ipotesi, alcune delle quali sono talmente malevole da non potere nemmeno essere scritte; infine ne ho scelta una che non è necessariamente la più credibile, ma che almeno mi consente di sopravvivere alla sua formulazione (e di fare sopravvivere il mio lavoro) e di "rilanciare". Citerò, per spiegarmi forse poco rapidamente ma in maniera (spero) efficace, il brano di un libro che tutti conosciamo per averlo letto o nella nostra infanzia o (come è il mio caso) in età giovanile: Il Piccolo Principe.

Il Piccolo Principe vive su un minuscolo corpo celeste del quale Antoine de Saint-Exupéry scrive: «Ho una serie di ragioni per credere che il pianeta da dove veniva il piccolo principe è l'asteroide B 612. Questo asteroide è stato visto una sola volta al telescopio da un astronomo turco. Aveva fatto allora una grande dimostrazione della sua scoperta a un Congresso Internazionale d'Astrologia. Ma in costume com'era, nessuno lo aveva preso sul serio»[2].

Bene. Io ho il sospetto che il mio lavoro sia stato nella sostanza ignorato dai più semplicemente perché preso poco sul serio. Forse sono stato immaginato calcare in testa il fez (o altro folcloristico copricapo) durante la sua stesura per celare la mia vistosa calvizie; forse, uscendo di metafora, il tono piano, lo stile scevro di neologismi, talune consapevoli semplificazioni (e certo altre inconsapevoli), i testi riportati in (sola)[3] lingua italiana, l'assenza di riferimenti bibliografici (tutte cose rese consigliabili dalla sua destinazione ad un pubblico di studenti della fine degli anni 80) sono state interpretate (insieme all'indubbia arditezza delle idee avanzate) come manifestazioni di disimpegno intellettuale.

Se così, affannarsi ad assicurare che le cose scritte sono state pensate (forse male, certo in modo non sufficientemente approfondito e comunque adeguato all'importanza del tema, ma pensate) non ha molto senso. La sola cosa che posso per ora fare è rispondere a chi del mio lavoro si è interessato, sperando che questo "rilancio" possa, in un futuro non troppo remoto, suscitare qualche risposta.

È quanto passo immediatamente a fare.

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Note

[1] Alludo a Plebe Genti Esercito. Una ipotesi sulla storia di Roma (509-339 a.C.) Lezioni, Milano, 1987 (d'ora in avanti citato PGE).

[2] Qui si arresta, purtroppo per me, la possibilità di richiamare Saint-Exupéry, giacché il brano così prosegue: "Fortunatamente per la reputazione dell'asteroide B 612, un dittatore turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all'europea. L'astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui". Con riferimento ai contenuti e alle conclusioni della mia ricerca, infatti, "il mondo non è con me".

[3] Antonio Guarino, nella brevissima segnalazione data del mio volume nel Tagliacarte di Labeo 34 (1988) p. 104 s., scriveva che, da questa circostanza, la lettura del libro veniva facilitata «anche troppo». Pure se questa annotazione costituiva per il Maestro napoletano un neppure troppo velato rimprovero, io non me ne sono sentito colpito. A Guarino ho risposto ne Il plebiscitum ne quis eundem magistratum. intra decem annos caperet e il divieto di reficere consulem, in AUFE N.S. Sezione V, Scienze Giuridiche, 4 (1990) p. 1 nt.2.