| Storia delle collezioni di tessuti egiziani: 4. Il tessile e l'organizzazione interna - di Franca Angonoa GilardiRedazione Archaeogate, 20-10-2008 Pag. 2 di 2  Parte seconda[1]Il «doppio» sistema fiscale è applicato in Egitto a partire dal governatorato di Amr si basava su antecedenti esperienze e sebbene accettato dalla popolazione nell'auspicio di veder implementata un'amministrazione saggia ed equilibrata , già dai suoi esordi presenta reiterati e « distonici» problemi d'adattamento (vedere scheda storica allegata). Problemi di prevalente natura economica che, almeno stando a quanto riportato da Eutychius , ben poco hanno a condividere con le diverse fedi ivi professate . Problemi sui quali nel corso dei secoli si sono versati «fiumi d'inchiostro», sfiorando solo limitatamente il «vero » nocciolo della sostanza. A mio modesto avviso, non si tratta tanto nel distinguere tra i diversi soggetti fiscali, cosa del resto non esclusiva né dell'area né dell'epoca storica, quanto sul « valore » ascritto dagli opposti poli, stato e cittadino contribuente, all'imposizione fiscale. Un argomento sul quale sembra non transigere il pamphlet redato da al-Djāhiz , su raccomandazione di al-Fath b. Khāqān , contro i «cristiani» attivi, ricchi, ingeniosi, poco scrupolosi nei confronti dei loro dominanti e dello statuto loro accordato. Indubbiamente l'opera è a buon diritto inseribile nel clima «cristianofobico» ispirato dal califfo al-Mutawakkil ma, l'accento posto sull'attitudine «ardita» dei vinti (all'epoca ancora numericamente maggioritari), costituisce una critica, molto poco velata, alle qualità «morali » dei sottoposti. Un richiamo non tanto al rispetto della dhimma quanto, più semplicemente, al rispetto delle regole . Un richiamo che, a soli due secoli dall'occupazione, destituisce d'ogni credibilità la « riconoscenza » che sembra sottendere la ricostruzione in seguito fornita dal patriarca giacobita Michele di Siria . Naturalmente tutto cio' non intende mettere in discussione quanto « generalmente » giudicato attendibile dagli studiosi, ovvero che l'occupazione islamica sia stata agevolata dall'antagonismo religioso opponente le sedi episcopali d'Alessandria e Bisanzio , ma indicare una maggior cautela nella valutazione degli eventi. Indubbiamente il patriarca Beniamino d'Alessandria è deposto dai Bizantini e ripristinato nelle sue funzioni dal generale 'Amr, ma è difficile non vedere nell'atto una doppia convenienza. Quella del patriarca interessato alla difesa della sua comunità (il patriarca parla esclusivamente in nome e per conto dei copti) e quella di Amr' preoccupato di gestire al meglio una parte « consistente » (1/3 circa) della popolazione. Dall'esame delle fonti appaiono quindi evidenti tutti i rischi insiti nella lettura che puo' essere inconsapevolmente « indotta » (causa/effetto) e « monodirezionale » (insistenza sull'aspetto religioso), pur in una realtà variegata e multiforme quale ben traspare nella scheda storica allegata a questo testo. Senza mettere in discussione le persecuzioni patite dalle comunità cristiana/copta « (...) Amr opprima l'Égypte et le patriarche Kyros éprouvait une profonde douleur à cause des calamités du pays car Amr, qui était d'origine barbare, traitait les Égyptiens sans pitié et n'exécutait pas les accords qui avaient été conclus avec lui. La situation d'Amr devenait de jour en jour plus forte. Il levait l'impôt qui avait été convenu mais il ne toucha point aux biens des églises, les préserva de tout pillage et les protégea pendant toute la durée de son gouvernement... Mais il est impossible de raconter la situation lamentable des habitants d'Alexandrie, qui en arrivèrent à offrir leurs enfants en échange des sommes énormes qu'ils avaient à payer chaque mois, ne trouvant personne pour les secourir, car Dieu les avait abandonnés et avait livré les chrétiens entre les mains de leurs ennemis... » greca ed ebraica, è pur sempre ovvio che, indipendentemente dagli eventi nel loro concatenarsi, la comunità islamica occupante è non solo numericamente ridotta e moralmente ben disposta nei confronti delle nuove popolazioni, ma culturalmente impreparata alla gestione di uno stato burocraticamente organizzato e profondamente disomogeo (si pensi ad esempio al frazionamento della comunità copta in Melchiti e giacobiti [Teodosiani ]) . Questa, per ovvie ragioni, è nell'obbligo d'avvalersi delle conocenze e delle competenze della popolazione residente (stando ai documenti d'età posteriore senza alcuna discriminazione d'ordine religioso) cui sovrappone una « cortissima » gerarchia islamica : l'amir (governatore, rappresentante del Califfo), avente alle sue dipendenze un capo militare, un kadi per la giustizia ed un tesoriere per la finanza. Il tributo era e resterà a lungo il punto di relazione cardine fra conquistatori e soggetti. Inizialmente questo non doveva essere molto pesante, indubbiamente inferiore a quanto percepito dal dominio bizantino e con più esenzioni . Con un'unica eccezione, non particolarmente favorevole alla gestione effettiva dello stato, gran parte dei proventi dovevano confluire obbligatoriamente nelle casse califfali e quindi destinati a contingenze estranee alla terra d'Egitto. Con la progressiva islamizzazione aumenta lo stato di crisi e si da vita a una lunghissima serie di reazioni e contro-reazioni d'estrema contingenza « terrena »: la contribuzione fiscale e l'organizzazione amministrativa. Aspetti, ancora oggi, strettamente interconnessi -stato ed economia- sui quali è utile insistere delineando i punti di convergenza, attraverso una semplice « enucleazione » dei dati desumibili dalla documentazione diretta. Primo per importanza, ovviamente, il «patto» suggellante i rapporti tra i due opposti fronti. Da quello redatto su ordine del califfo Omar per gli abitanti d'Aelia Capitolina (Gerusalemme) « Au nom d'Allah Le Tout Miséricordieux Le Très Miséricordieux" Ceci est l'Assurance de la sûreté (aman) que le serviteur d'Allah, Umar Ibn al-Khattab, commandant des fidèles, a accordée aux personnes d'Aelia [Capitoline]". "Il leur a accordé la sûreté pour leurs vies et leurs biens; leurs églises et leurs croix; le malade et le sain de la ville; et pour le reste de leur communauté religieuse. Leurs églises ne seront ni habitées ni détruites [par les musulmans]. Ni eux, ni la terre sur laquelle ils se tiennent, ni leur croix, ni leurs biens ne seront confisqués. Ils ne seront pas forcés à se convertir, personne d'entre eux ne sera lésé. Aucun juif ne vivra avec eux en Aelia". "Le peuple d'Aelia doit payer l'impôt local comme les personnes [des villes d'autre], et il doit expulser les Byzantins et les voleurs". "Quant à ceux qui quitteront [la ville], leurs vies et leurs biens seront sauvegardés jusqu'à ce qu'ils atteignent l'endroit de la sûreté; et quant à ceux qui restent, ils seront sûrs. Ils devront payer l'impôt local comme les habitants d'Aelia. Ceux parmi le peuple d'Aelia qui voudraient partir avec les Byzantins, prendre leurs biens, et abandonner leurs églises et leurs croix, seront sûrs jusqu'à ce qu'ils atteignent l'endroit de la sûreté. Ces villageois (ahlal-Ard) qui étaient en Aelia avant que la tuerie de quiconque peuvent rester dans la ville s'ils souhaitent, mais ils doivent payer l'impôt local comme le peuple d'Aelia. Ceux qui souhaitent partir avec les Byzantins, et ceux qui souhaitent retourner à leurs familles, rien ne sera saisi d'eux jusqu'à ce que leur moisson ait été récoltée". "Les contenus de cette Assurance sont sous l'engagement d'Allah et la responsabilité de Son prophète, du Calife et des fidèles, si [le peuple d'Aelia] paye l'impôt selon leurs engagements. » alle diverse versioni di questo nei secoli tramandate dagli storici arabi: 'Abd al-Rahman ib Ghanam , Al-Turtushi e Ibn Qayyim Al-Jawziyya . Versioni diverse per forma e sostanza. Nella prima ('Abd al-Rahman ib Ghanam) e terza versione (Ibn Qayyim Al-Jawziyya) il patto si configura come oggetto di una lettera indirizzata dai rappresentanti di diverse comunità occupate al califfo Umar Ibn al-Khattab: (...) Quand vous est venue contre nous, nous vous avons demandé de sauf-conduit (aman) pour nous-mêmes, nos descendants, notre propriété, et les gens de notre communauté, et nous a procédé à des obligations envers vous (...) [primo capoverso prima versione]. Logorroica e « cristianofobica » la prima più fideistica la terza. La seconda è invece interessantissima dal punto di vista giuridico (distinzione tra causa ed effetto con indicazione delle pene conseguenti).Vertendo l'interesse sul tessile, non è questa naturalmente la sede né per disquisire sulla validità delle diverse intrepretazioni e traduzioni né, tanto meno, sulle loro reali attribuzioni ma, più specificatamente, rilevare l'importanza conferità all'abito nel patto d'Omar [vedere scheda allegata : versioni]. Non tanto, come si è usi pensare nell'eccezione moderna, un oggetto dalle forme variabili e di qualità non sempre eccelsa ma, uno dei punti cardini di una relazione, giuridicamente articolata, sottoscritta di fronte a testimoni (nel caso dell'Aelia Capitolina alcuni tra i padri fondatori del nascente impero islamico : Khalid Ibn al-Walid , Amro Ibn al-'Asi, Abdal-Rahman Ibn Awf , Mu'awiyah Ibn Abi Sufyan ). Nella sostanza dei fatti un indubbio « rilevatore » socio-economico : « .(...) Nous nous habillerons toujours de la même façon où que nous puissions être et nous attacherons le zunar (écharpe) autour de nos tailles..(...) ». Al riguardo va subito precisato che per quanto la versione più « cristianofobica » del patto d'Omar ('Abd al-Rahman ib Ghanam) sia sorprendentemente coeva al periodo d'invasione, la « necessità » di disistinguere il popolo residente dai nuovi rappresentati politici non è né immediata né tanto meno progressiva. Anzi dal I° secolo d'occupazione, essa appare rispondere più a « capricci individuali » che a vere e proprie forma di discriminazione. E, quando queste eccezionalmente si producono, a differenza di quanto altrove ampiamente certificato (mondo occidentale ), la preclusione dall'attività intercomunitaria è cosi' « ostentatamente » ribadita da rendere dubbia ogni sua possibile credibilità (sheda storica allegata al testo). Ogni altra possibile interpretazione è del resto smentita non tanto dall'elevato tasso percentuale di funzionari « di fede non islamica », presenti nei diversi « ganglii » dell'attività politica e sociale degli stati islamici di nuova formazione, quanto per la particolarità di alcuni servizi da questi prestati . Si ha quindi ragione di supporre, con un basso margine d'errore, che l'interdipendenza tra i due livelli sia stata, nonostante l'indubbia ed umana resistenza al pagamento del « rateo » fiscale, non solo continua , ma insostituibile. La fiscalità non è comunque che uno degli aspetti concorrenti all'attività economica di uno stato che distingue tra beni e servizi prodotti e beni e servizi consumati. Quando Alessandro arriva in Egitto l'elemento greco, dati i precedenti contatti, non rappresenta di per sè stesso una novità, ma è indubbio che da questo momento, grazie al suo attivismo, esso finisce per giocare un ruolo determinante. Indubbiamente superiore alla sua reale consistenza numerica. I presupposti della mutazione s'evidenziano nella bassa epoca quando, a causa delle necessità instaurate dalla nascente attività metallurgica (ferro), l'economia egiziana si rivela molto meno autartica di quanto non fosse stata nelle epoche antecedenti. Una negatività che la dinastia Lagide evolve positivamente grazie all'introduzione di un'accorta politica doganale, bancaria e monetaria. Molto semplicemente, e con un certo anticipo sulla successiva economia mondiale, si fa largo all'idea che un bene, sia esso di produzione locale o in transito (importazione o esportazione), ha un « valore » intrinseco tanto più elevato quanto meno rispondente alle « effettive » necessità locali. In tale ottica, Alessandria si trasforma in un vero e proprio « centro » di stoccaggio, rielaborazione e scambio a largo raggio (oriente, continente africano, bacino mediterraneo). Con una definizione tipica della moderna economia mondiale essa finisce per costituire la prima vera piattaforma commerciale «ante litteram» del mondo antico. Sulla città convergono, via mare, attraverso l'isola di Cipro, le merci medio-orientali e sull'asse fluviale nilotico, tutto quanto in provenienza dal golfo Persico e dal continente africano. In questa rinvigorita attività di scambio, l'Egitto partecipa a doppio livello: esportando l'eccedenza dei prodotti tipici (cereali, lino) e dei semilavorati (papiro) ed importando quanto utile ad incentivare i consumi e, di conseguenza, l'economia. Ovvero tutto quanto « ragionevolmente » utile a migliorare la qualità dell'attività manufatturiera a beneficio interno ed internazionale . Una politica assolutamente impensabile in uno stato non adeguatamente organizzato e, soprattutto, dal punto di vista sociale, non « capillarmente » consapevole. Condizioni che si sanno permanere inalterate presso le diverse e successive dominazioni. Nella sopravvenuta divisione dell'impero romano, l'Egitto è favorito come regione dell'impero orientale e le navi alessandrine ancora varcavano indisturbate le « colonne d'Ercole » in cerca dello stagno inglese . Non vi è quindi alcuna ragione per ritenere gli Arabi padroni di un impero vasto ed unitario (dal golfo di Guascogna al delta dell'Indo, dell'Africa e l'Europa baltica), poco interessati al mantenimento di una tale « intraprendenza » commerciale. Per una volta la sopravvissuta documentazione tessile, nella sua totalità (intendendo con cio' le collezioni private e pubbliche), collima con il quadro delineato. Come già anticipato, all'interno dei precedenti capitoli esiste tra tutte le diverse collezioni una straordinaria convergenza tra espansionismo politico e rilevanza documentale. Questa varia dalla « rarefazione » tipica del periodo compreso tra il I° ed il VI° secolo d.C. all'abbondanza delle epoche successive. Non solo. Questa registra un'andamento in crescita lenta sino al VI° secolo, stabile dal VII° all'VIII°, accellerato dal IX all'XI° secolo, per poi decrescere nelle epoche antecendenti l'occupazione ottomana. Un andamento che il Museo del Louvre, il più importante museo al mondo per il tessile antico di sicura provenienza egizia, certifica senza alcuna ombra di dubbio . In base a cio' è quindi possibile ipotizzare che, indipendentemente dalle vicessitudini di natura bellica (non certo insussistenti nei periodi in esame), esiste tra attività produttiva e gestione politica una convergenza continuativa che nella sua « extratemporalità » assolve alle « fondamentali » necessità di mutuo e vicendevole supporto. Lo stato fornisce le garanzie utili alla libera circolazione dei beni e all'implementazione dell'attività produttiva, mentre al popolo è dato il compito d'attivarsi nei settori operativi e specialistici. Per quanto in alcuni casi insofferente alla sottile ironia di R.S.Lopez, ritenengo la sua capacità di sintesi pressoché ineguagliata, ragione per la quale spero mi si perdoni la riproduzione, ma meglio non saprei introdurre l'ultimo argomento del presente articolo: la qualità. (...) Nella storia che scrivevano i nostri nonni e che tuttora resta in alcuni manuali, il X secolo rappresenta il fondo dell'abisso in cui l'Europa era sprofondata dopo il trionfo dei barbari e le Crociate rappresentano il punto disvolta del medioevo, la forza prestigiosa e inaspettata che ha scatenato lo sviluppo economico, politico e intellettuale dell'Occidente. Come Sganarello, abbiamo rovesciato tutto ciò; oggi si sottolinea piuttosto la forza anonima, egualitaria e graduale della grande spinta demografica che iniziò ben prima dell'anno Mille e raggiunse il suo culmine verso la fine del XIII secolo, per affievolirsi ed estinguersi del tutto nel corso del Trecento. È vero che la popolazione non aumentò solo in Europa, bensì, per quanto se ne sa, in tutto il mondo. Nondimeno, l'Europa registrò i risultati più importanti poiché partiva da un livello più basso e aveva ancor più bisogno di uomini per potersi innalzare. I nostri nipoti reagiranno contro questa storiografia senza eroi che ci appaga? Non sembra probabile che si ritorni a dimenticare il ruolo così fondamentale di uomini oscuri come avveniva sino a poco tempo fa. Occorre tuttavia guardarsi fin d'ora da una concezione strettamente statistica della storia. Il numero non è nulla senza la qualità.(...) . Qualità ovviamente intesa a 360° gradi: nell'agire comunitario, nel lavoro svolto, e nelle attività quotidiane che da questi sono garantite e preservate. Argomento non eludibile, ma di fatto non agevole in quanto la storia economica e sociale di questo periodo è ancora pressoché misconosciuta e la base documentale, su cui la ricerca poggia, varia dall'incompleto (sulla qualità delle fonti archeologiche si è già parlato e si parlerà ancora in seguito) al sibillino (fonti documentali) rendendo non solo difficile il procedere ma, di fatto, arduo l'interpretare. Come insegna la moderna storia economica il prodotto interno lordo di uno stato (PIL) è l'insieme di più voci. Volendo generalizzare al massimo: spesa dello stato (differenza tra imposte e servizi prestati al pubblico), saldo commerciale (differenza tra importazioni, esportazioni, scorte), consumo (quota di reddito procapite disponibile una volta dedotte le spese fiscali). Indipendentemente da tutte le condisiderazioni d'ordine sociale, morale ed etico, queste sono le condizioni di base. Tanto è più alto il tenore di vita quanto è più basso l'esborso fiscale e questo è naturalmente possibile solo a fronte di un saldo commerciale positivo (esportazioni superiori alle importazioni). Una relazione che sembra trovare eco in due dettagliate testimonianze islamiche. La descrizione fatta da al-Idrisi (1100-1165) della città di Miçr « Elle est, de nos jours, très considérable, soit sous le rapport de son étendue et de sa population, soit sous celui de l'abondance de toutes les commodités de la vie et de tout ce qui est beau et bon. Les rues en sont larges, les édifices solides, les marchés bien fournis et bien achalandés, les champs cultivés contigus et renommés par leur fertilité. Quant aux habitants, ils sont éminents par l'élévation de leurs sentiments et de leurs aspirations aussi bien que par leur piété ; ils possèdent de grandes richesses toujours accroissantes et les plus belles marchandises ; ils ne sont ni travaillés par les sollicitudes, ni dévorés par le chagrin, car ils jouissent d'une grande sécurité et d'un calme parfait, l'autorité publique les protégeant et la justice régnant parmi eux (...) Miçr est généralement bien peuplée et ses bazars sont bien fournis de toutes sortes de comestibles, de boissons et de beaux habits. Les habitants jouissent d'une grande prospérité et se distinguent par l'élégance et la douceur de leurs manières. La ville est de tous côtés entourés de vergers, de jardins, de plantations de dattiers et de cannes à sucre, arrosés par les eaux du Nil qui fertilisent le pays depuis Syène jusqu'à Alexandrie. » e quella di Ibn Djubayr per la città d'Alessandria : (...) Les habitants de cette ville [Alessandria] sont au comble du bien-être et de l'aisance en leurs affaires, car ils ne sont chargés d'aucun impôt; le sultan ne tire d'eux aucun profit, hors les waqfs qui sont biens de mainmorte constitués par lui pour ses fondations, la taxe de capitation des Juifs et des Chrétiens et la part qui lui revient sur la zakâ des métaux précieux et qui est des trois huitièmes, les cinq autres étant affectés aux fondations. Le sultan qui a créé ces louables institutions et qui a instauré ces règles généreuses, méconnues depuis bien longtemps, c'est Salah ad-dîn Abou-l-Mozaffar Yousouf b. Ayyoub -Dieu veuille joindre en sa faveur la paix et l'approbation ! [...] . Visione deviata, spirito di corpo? probabilmente si, anche se va riconosciuto, che la «qualità di vita» di cui sembrano godere tutti i «residenti egiziani» (senza distinzione d'appertenenza etnica e religiosa) nel XII/XIII° secolo, ed ancor prima, trova solo «eccezionali» e «sporadici» raffronti nella coeva documentazione internazionale. Se come sopra precisato, condizione base per un alto tenore di vita è il saldo positivo della bilancia commerciale, corre quindi l'obbligo di valutare come cio' si sia potuto articolare nello spazio storico e quali siano le categorie sociali da questo maggiormente beneficiate. Se, come ebbe a suo tempo modo di constatare R.S.Lopez , l'impiego di vocaboli mutuati dall'arabo e dal persiano quali avaria , azzardo , calibro , cheque ciffra , dogana , fardello , fondaco , magazzino , rischio , tara , tariffa , traffico , la dice lunga sul predominio esercitato dagli arabi nel settore, il quadro storico presenta variabili e fluttuazioni di non secondaria importanza. Ragione per la quale è utile procedere progressivamente affidandoci prevalentemente sulle fonti. Nella relazione in merito al trafugamento delle ossa di S. Marco , il cronista informa che i mercanti veneziani visitano la città d'Alessandria in seguito ad una tempesta nonostante il divieto dell'imperatore bizantino . Una testimonianza che sembra trovare strette assonanze nell'ignoranza pressochè totale certificata dagli autori arabi (IX° e del X° secolo) in merito alla geografia dell'Europa occidentale , cio' nonostante le ambasciate inviate da Carlo Magno al califfo di Bagdad Haroun ar-Rachid e la conoscenza che Ibn Hawqal dimostra d'avere in merito alle manifatture di lino di Napoli . E' quindi del tutto evidente che la storia del tessile è un ottimo veicolo per sondare la condizione economica e sociale di una popolazione che, come riportato da Ibn Khurdadhbeh beneficia in questi anni di un'attività commerciale « allargata » e di una circolazione monetaria senza precedenti : (...) le développement de la richesse et des transactions commerciales est si grand qu'on peut voir des pièces de numéraire circuler dans les plus petites bourgades, là où jusqu'alors le simple troc était seul pratiqué (...). Un'attività commerciale ed un effluvio monetario che doveva, per forza di cose, coinvolgere le opposte coste mediterranee vertendo, come più sopra accennato (documentazione tessile oggi conservata presso il Museo del Louvre), prevalentemente sulle materie di prima necessità quindi, per forza di cose, sul tessile. Dall'VIII° secolo i mercanti occidentali offrono agli Stati musulmani legname [da impiegare nell'armamento delle flotte (da guerra e mercantili)] e ferro ottenendo, in contropartita, prodotti all'epoca misconosciuti in occidente : i tessuti preziosi . Alla metà del X° secolo il commercio fra le repubbliche marinare e i paesi musulmani raggiunge livelli ragguardevoli che, sebbene ancora d'ampia soddisfazione per ambo le parti , fanno presagire i « problemi » all'origine, due secoli dopo, della completa inversione nell'equilibrio della bilancia economica. Infatti se sino all' XI° secolo la qualità tecnica degli artigiani europei non è ancora tale da far ipotizzare un'incremento nell'attività d'esportazione, le migliorate condizioni economiche degli stati del continentale europeo, determinano un improvviso incremento della richiesta. A questa la produzione tessile levantina (greca, siriana ed egizia) risponde accentuando i tempi di produttività con evidente discapito della qualità e della varietà dei tessuti proposti. L'abbassamento qualitativo di per sé stesso congiunturale nel XII° secolo, a fronte del sorprendente sviluppo dell'industria tessile nelle Fiandre, in Francia, Inghilterra ed Italia, finisce per ingenerare la stagnazione dalla quale, in poco più di mezzo seccolo ed in modo del tutto indipendente dalle alterne fortune d'ordine bellico , si tracima nella recessione. Nel XIII° secolo la bilancia commerciale consacra l'assoluto predominio dell'Occidente sull'Oriente. Corretto è, a questo punto, interrogarsi su chi, perchè e con quale tornaconto, personale e statale, si sia fatto carico di mantenere la relazione. L'argomento permette ricollegarci a quanto già in prcedenza anticipato, distinguendo tra maestranze, tutti i tecnici impiegati nel processo produttivo (argomento sul quale s'avrà modo di ritornare in seguito) , ed i responsabili commerciali ovvero tutti coloro i quali s'occupano del prodotto: dallo stoccaggio sino all'effettiva commercializzazione. Se, come già sopra espresso, è difficile ritenere attiva una sperequazione di natura religiosa, non trascurabile è al contrario la discriminazione economica che appare distinguere i due settori. Particolarissima è al riguardo la posizione assunta degli hāikas che, dall'antichità classica medio orientale sino alla piena età islamica, continuano a rappresentare il settore più infimo della gerarchia produttiva. Un settore che gode, in generale, di scarsa considerazione , sfruttato, mal pagato, obbligato a lavorare in condizioni miserevoli ed esecrabili. Un settore per tali ragioni costituzionalmente « turbolento », facilmente influenzabile, incline a far proprie discipline e tendenze politiche eterodosse . Di poco più fortunata, almeno stando al mitico racconto sulle difficoltà incontrate dalla Madonna nel rintracciare il piccolo Gesù, la posizione assunta dai Khayyâts (sarti). Diverso il caso di chi s'occupava « attivamente » della gestione del manufatto prodotto: controllori, ispettori, responsabili dei magazzini, funzionari doganali. Tutti appartenenti all'amministrazione e quindi anche se non sempre di specchiata onestà, per ovvie necessità, degni di stima e considerazione. Estranei i mercanti, sebbene parte integrante dell'attività produttiva e di stato. Dalle fonti ebraiche si è informati che i mercanti ebrei, fossero questi residenti nei paesi musulmani d'Oriente o nei paesi cristiani d'Occidente, investivano grandi somme di danaro nel commercio delle seterie . I numerosi responsa dei geonim della seconda metà del IX° e della prima metà del X° secolo congiuntamente alle testimonianze prestate da Ibn Khurdadhbeh , da un autore latino , da un passo del « Libro del Prefetto » non lasciano dubbi sull'egemonia esercitata dagli Ebrei negli scambi commerciali dal VII° all'IX° secolo. Un quadro diverso emerge a partire dalla seconda metà del X° secolo. Gli Ebrei vanno perdendo la loro supremazia nell'attività d'interscambio commerciale. Il processo è lento ed accompagna tutta la dinastia fatamide . Nella sostanza, andando al nocciolo del problema, confortati come si è dai documenti ritrovati nella gheniza del Cairo, si puo' tranquillamente affermare che questi, seppur « rispettosamente » inclini alla soddisfazione dell'autorità politica e favoriti dalla sua tolleranza «costituzionale », già nell'XI° secolo si confrontano con un declino che solo centanni dopo (XII° secolo) sancirà la loro « minima » partecipazione al « grande » traffico marittimo internazionale. Come si puo' spiegare il fenomeno? E' questo imputabile alle caratteristiche commerciali adottate? o, come da più storici suggerito, è imputabile all'ascesa delle repubbliche marinare (Amalfi , Pisa , Genova e Venezia ). Sebbene infinite siano le supposizioni e le interpretazioni ritengo che le motivazioni all'origine di tale declino siano diverse e sorprendentemente interagenti. In primo luogo il privilegio doganale (riduzione dei tassi) accordato dall'imperatore bizantino Basilios II ai Veneziani a condizione che le loro navi non prestino « servizio mercantile » ad Amalfitani, Ebrei e abitanti di Bari . In secondo luogo la contemporanea modificazione dei tassi doganali in area islamica volta a stimolare più la frequentazione dei mercanti europei che il traffico verso i paesi cristiani. In terza ultima istanza, non certo per importanza, l'intervento diretto di sovrani, capi delle amministrazioni, principi e principesse e altre persone appartenenti alle corti islamiche nelle attività commerciali. Le fonti arabe e persiane, tra le quali spicca la relazione fornita dal viaggiatore Nāsirī Khosrau , ed i documenti della gheniza lasciano pochi dubbi al riguardo. Sotto il governo di Mudjāhid (1014-1044) il principato di Denia è una potenza marittima tanto politica (la flotta di guerra partecipa alla spedizione in Sardegna), quanto mercantile. Lo stesso Mudjāhid arma navi mercantili che frequentano i porti della Tunisia, della Spagna e dell'Egitto . Mu'izz b. Bādīs, fondatore della dinastia zirida di Tunisia (1016-1062), ha navi mercantili, che trafficano con l'Egitto . In parecchie lettere della gheniza è fatta menzione della nave della «Signora», una principessa della dinastia tunisina. La sua nave è chiamata «la piccola» , essendo la «grande» di proprietà dello stesso sovrano . Gli stessi governatori delle provincie non trascuravano questa fonte di guadagno e non solo (su queste flottiglie viaggiavano anche i diplomatici) . Tra questi si distinguono: il cadi di Sfax , il governatore di Tripoli , Djabbāra b. Mukhtār emiro di Barka , Nās.ir ad-daula emiro d'Egitto . Anche governatori di città logisticamente lontane dalla costa possiedono navi: il prefetto fatamide di Damasco H.is.n ad-daula al-Mu'allā b. H.aidara (1068-1075) ; il cadi di Tripoli Amīn ad-daula Abū T. ālib al-H.asan Ibn 'Ammār, che si impadronisce della città (1070) fondando un piccolo Stato, è un ricco mercante le cui navi fanno scalo in Alessandria ed in altri porti . Stessa posizione è assunta dal cadi 'Ain ad-daula Ibn Abī 'Ak.īl di Tiro le cui navi, menzionate da Nās.irī Khosrau e dalle lettere della gheniza , ancorano a Sfax e in altri porti della Tunisia . E' quindi fuor di dubbio che, sebbene importante sotto taluni aspetti (primo fra tutti la reticenza di alcuni stati cristiani a commercializzare direttamente con i rappresentati dei califfati islamici), il servizio svolto dalla comunità ebraica, almeno a partire dal X° secolo, soffre prevalentemente a causa della concorrenza interna riproponendo, ancora una volta e qualora vi fosse la necessità di un'ulteriore conferma, lo stretto rapporto esistente tra lo stato e i residenti intesi, spesso a rischio della loro stessa vita , come produttori e procacciatori di servizi. Uno rapporto, riallacciandomi al sottile « fil rouge » che accompagna il presente articolo, basato sulla fiducia e sul rispetto delle regole che consento al suddito fedele di raggiungere i più alti vertici della gerarchia politica, impegnando lo stato alla preservazione dei suoi interessi economici. E' questa la condizione « minima di base» per il mantenimento del « quieto » vivere. Essa non solo garantisce le strepitose carriere del copto Teodosio a governatore della città d'Alessandria e del visir ebraico Yaqub ibn Khillis , ma ne preserva il favore presso il sovrano come testimonierà, alcuni secoli dopo, la triste vicenda del «povero» governatore copto della città di Misr « minacciato » dall'invidia dei funzionari islamici . Cio' nonostante, essendo un rapporto di sudditanza esposto alle vicende umorali individuali, non mancano le incompresioni come ben testimonia il « Kitab tadjrīd saĩf al-himma li' stikhrādj mā fĩ dhimmat al-dhimma » di 'Uthmān b.Ibrāhīm an-Nābulusī che, come denunciato nel titolo, si fa compito di divulgare le «malefatte» dei non musulmani (in generale e dei copti in particolare), occupanti incarichi ragguardevoli nell'amministrazione califfale alla fine della dinastia ayyūbide d'Egitto . Un testo nel quale si fa ampio ricorso alle tradizioni antecedenti non introducendo nulla di « particolarmente » originale cosa che, come rilevato da C.Cahen, puo' apparire di « stucchevole » inutilità se si priva la « riproposizione » delle suo indubbio apporto educativo. 'Uthmān b.Ibrāhīm an-Nābulusī è un funzionario in disgrazia che cerca di « riabilitarsi » all'interno di un'amministrazione statale complessa, variegata ma non certo inefficente. Un'amministrazione che proprio in quegli stessi anni dimostra non solo di saper fare fronte agli attacchi crociati ma di poter preservare, nel miglior modo possibile, la sua efficenza produttiva ricostruendo la città di Damietta in luogo più adeguato e salubre : (...) Je me dirigeai à travers un terrain sablonneux, vers la ville de Damiette, place spacieuse, abondante en fruits de diverses espèces, merveilleusement distribuée, et participant à toutes sortes d'avantages. (...) La ville de Damiette est située sur la rive du Nil. Les habitants des maisons voisines de ce fleuve y puisent de l'eau avec des seaux. Beaucoup d'habitations ont des escaliers, au moyen desquels on descend jusqu'au Nil. Le bananier croît en abondance à Damiette, et son fruit se transporte au Caire dans des bateaux. Les brebis des habitants paissent librement et sans gardiens, la nuit comme le jour ; c'est pour cette raison que l'on a dit de Damiette : « Ses murs consistent en sucreries, et ses chiens, ce sont ses brebis. » Lorsque quelqu'un est entré dans Damiette, il ne peut plus en sortir, sinon muni du sceau du gouverneur. Les individus qui jouissent de quelque considération reçoivent ce cachet imprimé sur un morceau de papier, afin qu'ils puissent le faire voir aux gardiens de la porte. Quant aux autres, on imprime le sceau sur leur bras, qu'ils montrent [aux surveillants](...)
Note[1] Si avvisano i lettori che l'ampio apparato di note al testo è disponibile nella versione .pdf dell'articolo, qui allegata allegati (pdf, doc, ...) Leggi la versione completa dell'articolo in formato .pdf
Tabella cronologica degli eventi della storia egiziana in epoca islamica
Le versioni del testo del Patto di Omar
Cliccare sull'immagine per l'ingrandimento 
|