| Storia delle collezioni di tessuti egiziani: 4. Il tessile e l'organizzazione interna - di Franca Angonoa GilardiRedazione Archaeogate, 20-10-2008 - Pag. 1 di 2  Parte prima[1]Per quanto stupefacente possa apparire la vicenda umana di A.Gayet , sulla cui esperienza professionale non è possibile aggiungere nulla di più di quanto già ampiamente prodotto da F.Calament , allo stato delle attuali informazioni è impensabile non interrogarsi sulle « incongruenze » che ancora oggi angustiano lo studio del tessile antico. Ragione per la quale è imprescindibile « contestualizzare » l'argomento distinguendo tra prodotto ed industria di riferimento. Come ribadito all'interno d'innumerevoli studi di settore, punto nodale nella «creazione» della moderna Egittologia è la campagna napoleonica in Egitto che, introducendo lo studio sistematico, fa evolvere il collezionismo in attività scientifica attraverso l'enucleazione di dati assoluti ed incontrovertibili. Un processo solo «apparentemente» accellerato dalle informazioni che un individuo, o più individui, esercitano su uno o più settori determinati. In realtà il rapporto è molto meno ovvio di quanto possa apparire in quanto se è noto il baratro che separa l'informazione dalla conoscenza altrettanto evidente è il limite intercorrente tra padronanza ed approfondimento. E' quindi del tutto evidente che la « famigliarità » esercitata su di un determinato argomento non è di per sé d'alcuna garanzia e anzi, più frequentemente di quanto si possa immaginare, finisce per agire in senso diametralmente opposto inibendo ogni serio processo d'analisi. Un atteggiamento che sembra caratterizzare i membri scientifici della spedizione napoleonica, visto lo spazio infinetisimale da questi riservato al tessile (qui inteso come prodotto ed industria di riferimento). Una spedizione, non va dimenticato, generata da più di cinquant'anni d'alterne fortune commerciali che, sebbene non di « pubblico » dominio, solo con scarso senso pratico possono essere giudicate « totalmente » ignote agli studiosi approdati con Napoleone in terra d'Egitto. Un'ipotesi del resto smentita dagli sviluppi politici e scientifici a questa conseguenti . Quindi per quanto affascinante siano il periodo e l'argomento, altri sono indubbiamente gli « antecendenti » sui quali è utile non transigere.Riassumendo al massimo il tessile è in primo luogo un bene di prima necessità a qualità materica difforme (fibre e sostanze coloranti). In secondo luogo, non essendo i suoi elementi uniformamente distribuiti sul globo terracqueo il tessile è, dalla notte dei tempi, al centro di un'intensa attività commerciale « condizionata » ma mai, di fatto, subalterna alla politica. Un'attività sino allo sviluppo dell'acclimatizzazione e dell'agricoltura stistematica, per ovvie ed imprescindibili ragioni, ad andamento regolare (est/ovest – sud/nord), con pochi, punti di snodo incontrovertibili: carovaniero, stradale e marittimo. Tra questi, forse primo fra tutti, l'Egitto. Ogni diversa interpretazione è ampiamente smentita dalle numerose testimonianze superstiti. Prime fra tutte quelle forniteci d'Anastasio il bibliotecario il quale si dilunga con dovizia di particolari sulla spettacolare ricchezza dei tessili, delle loro soluzioni tecniche (tessuti, veli, ricami, arazzi, etc etc), dei materiali (lino, lana, seta, oro), soggetti raffigurati, lasciando pochi dubbi in merito all'area di produzione e provenienza : Medio ed Estremo Oriente. Più precisamente l'Egitto e le regioni gravitanti nell'orbita imperiale bizantina . Quanto precisato suggerisce quindi di concentrare l'attenzione su alcuni aspetti di non secondaria importanza quali la natura dei prodotti, l'area geografica e produttiva di riferimento individuando infine come, se, ed in quale misura, tale attività abbia influenzato il rapporto tra le diverse comunità umane. Intendendo con cio' tutti gli stanziali operanti, a diverso titolo, in terra d'Egitto. Per quanto concerne la natura dei prodotti è utile partire dall'esame di tre testimonianze che sebbene « temporalmente » distanti tra loro sono, nella bibliografia di settore, spesso utilizzate a certificare l'assoluto predominio del lino nella produzione tessile egizia. Queste sono la testimonianza fornitaci dallo storico latino Plinio il Vecchio (« il y en a quatre espèces : le baltique, le pelusiaque, le butique et le tentyritique; ce sont les noms des cantons où viennent ces espèces ») , le parole attribuite all'imperatore Galliano in merito ai probabili contraccolpi conseguenti una rivolta egizia ( « Che cosa potremmo mai fare senza il lino d'Egitto? » ) e le parole dello storico islamico Al-Jahiz ( « Tutto il mondo conosce il cotone di Hurāsān e il lino d'Egitto » ). Testimonianze di certo suffraganti una continuità, materica e d'utilizzo, tra l'epoca faraonica ed il regno di Mohammad Ali , ma non per questo tali da escludere l'attualità di un impiego diversificato con altre fibre tessili. Già attraverso la lettura di quanto « effettivamente » riportato nell'Historia Naturalis , la situazione appare più complessa di quanto, in generale, ipotizzato. E' infatti ovvio che, a parte alcune incongruenze (si veda quanto riportato in merito alla corazza del faraone Amasis) e le evidenti confusioni (commistione tra il lino e cannabis), già all'inizio della dominazione romana la produzione del lino non è, nella regione d'interesse specifico, né unica né tanto meno esclusiva: (...) Le lin d'Égypte est le moins fort de tous, et apporte le plus; il y en a quatre espèces (...). La partie supérieure de l'Égypte, du côté de l'Arabie, produit un arbrisseau nommé par quelques-uns gossipion (XII, 21) (cotonnier), par la plupart xylon (bois) ; d'où l'on appelle xylines les étoffes qui en proviennent; il est petit, et il porte un fruit semblable à une noix barbue; l'intérieur contient un duvet que l'on file (...) . Senza grandi sforzi di fantasia, si deve quindi concludere che in epoca antecedente la dinastia tolemaica altre fibre vegetali siano state introdotte, per motivi non meglio specificati sebbene facilmente immaginabili, e che queste affiancassero in modo più o meno regolare la tradizionale cultura del lino. Piante non autoctone (provenienti dal Medio ed Estremo Oriente) quali la cannabis sativa (dal greco χάνναβις, arabo qanab e dal persiano šadanağ = seme reale) ed il cotone (Gossypium), in egual misura facilmente « adattabili » alle condizioni idriche ed orografiche del territorio. Il Gossypium comporta in origine 30/50 speci diverse di cui solo quattro (G. arboreum, G. herbaceum, G. barbadense, G. hirsutum) sfruttate a fini produttivi. Tra queste il gossypium hirsutum, oggigiorno per il suo alto tasso di prodittività è la più coltivata al mondo, ed il gossypium barbadense il migliore dal punto di vista qualitativo . Va comunque precisato che, nonostante uno o più tentativi d'implementazione antica , nulla avvalora l'ipotesi che questi abbiano superato lo stadio sperimentale, dando vita ad una produzione se non economicamente interessante almeno localmente soddisfacente . Un'ipotesi del resto ampiamente confermata dalle fonti documentali le quali fanno del cotone, nell'epoca d'interesse specifico, un prodotto di costo elevato a causa della sua importazione . Un problema, nonostante le sperimentazioni d'età mamelucca , ufficialmente risolto solo nella metà del XIX° secolo con l'introduzione della cultura « massiva » conseguente alla guerra di secessione americana. Per motivi analoghi altrettanto misconosciuta nei testi antichi di sicura provenienza egizia è la seta. Una fibra che solo in epoca musulmana , grazie alle sue qualità intrinseche (morbidezza, lucentezza, resistenza), giungerà a soppiantare in modo pressochè uniforme l'impiego della lana (tipica d'epoca bizantina) nelle produzioni miste e di abbinamento decorativo. Diverso il caso della canapa sul cui impiego antico, pressochè ignorato dal punto di vista documentale, certificano le regole amministrative (anabolicum) condivise con il lino e l'ampio spettro applicativo : dal tessile all'ambito medico . In epoca islamica il botanista Ibn al-'Awwām distingue due speci di canapa, maschio e femmina , con o senza semi, mentre Idrisi ne localizza i maggiori centri di produzione nella zona orientale del Delta: Sārašt, a sud d'Antūlū, e Damietta. Alla fine del medioevo la coltivazione della canapa si diffonde in tutte le zone umide del nord Africa. Molto diverso, salvo rare eccezioni , il caso della lana . Più precisamente del vello utile alla tessitura che come noi tutti ben sappiamo puo' essere ottenuto da diversi generi animali: pecore , capre e cammelli . Non è questa naturalmente la sede nè per interrogarsi sull'utilizzazione dei diversi generi animali né tanto meno sulla percezione che di questi si sono fatti i membri della spedizione napoleonica ed i loro diretti successori , quanto piuttosto investigare sul genere d'informazioni desumibili dalle fonti antiche. Un argomento ovviamente coinvolgente tutte le fibre tessili sino ad ora analizzate. In primo luogo, è interessante rilevare che nei testi antichi di sicura provenienza egizia si distingue, solo ed esclusivamente, tra « filato » (lino, canapa, lana) e « prodotto » (abiti e tappeti ) senza mai avvertire, salvo casi eccezionali, la necessità di scendere nel dettaglio. Non solo. La pianta e l'animale sono trattati solo ed esclusivamente in quanto tali. Non distinguendo, come sarebbe logico attendersi, sui diversi tempi di raccolta (lino) o in base al genere dell'animale (lana). L'indicazione di provenienza interviene solo a giustificare l'attribuzione di un particolare diritto impositivo, mentre le forme d'allevamento sembrano di genere promiscuo. Inoltre, l'indicazione di qualità del prodotto è l'eccezione, non certo la regola. Le « fibre » sono indicate per genere, vegetale (lino, canapa) ed animale (lana) e provviste di qualificazioni generiche : lavate, cardate o tinte di buona o grossolana qualità. I « prodotti » sono distinti in base alla funzione , alla foggia , alla varietà cromatica. Nulla di comparabile alla dovizia di particolari in merito ai tecnici (coltivatori, allevatori, tintori, tessitori e tessitori di tappeti , sarti e mercanti etc etc) ai tipi di produzione, alle forme di trasporto , di commercializzazione , supporto economico , credito, ed imposizione fiscale . Ne consegue quindi che, al di fuori della redazione letteraria, le materie prime e le attività produttive a queste conseguenti hanno nei documenti antichi oggi a disposizione degli studiosi (sulla cui qualità e finalità si avrà modo di parlare in seguito) un preminente significato economico e, come tali, sono dai redattori trattate e registrate. Dopo questo breve escursus è utile interrogarsi sull'area geografica e produttiva di riferimento. Tra il VII° e l'XI° secolo, grossomodo l'intero arco di tempo cui fanno riferimento le maggiori collezioni tessili internazionali, tre sono i principali centri tessili attivi nel mondo musulmano: il Delta del Nilo (una ventina d'agglomerazioni), il Fārs (una trentina) e l'Huzistān (una decina) . Focalizzando l'attenzione sul Delta va in primo luogo precisato che sebbene questo appaia dall'ingresso nelle periodo storico orograficamente inalterato, è stato profondamente trasformato da insabbiamenti, deviazioni e successive bonifiche. Cio' detto esso era ed è, grazie ai rami nilotici e agl'innumerevoli canali, un grande ventaglio agricolo, delimitato dalle due piattaforme desertiche (sahariana ed araba), che dalla fortezza di Babylon (in seguito Fustat e il Cairo) si chiude sulla costa mediterranea in una serie apparentemente ininterrotta di laghi e lagune. Una zona particolarmente adatta all'attività tessile e quindi, naturalmente, ad alta densità urbana. Area sulla quale gli autori islamici e copti, Ya'qūbī , Nāşir-i-Husraw , Al-Idrisi , Michele di Siria , forniscono tutti gli elementi utili per un'adeguata ricostruzione. Al-Istahri (metà del X secolo) cosi' lo descrive: « Vi sono delle città simili a isole che il lago circonda e nelle quali non si puo' andare se non per mezzo di barche; tra le più conosciute si trovano Tinnis e Damietta, città senza coltivazioni ne allevamenti ma, dove si trovano i vestiti più ricchi d'Egitto ». Nella stessa epoca Ibn Hawqal aggiunge « (...) Le isole più importanti sono Tinnīs, Damietta, Damīra, Dabīq, Šatā e Tunā (...) » e Nāsir-i-Husraw dettaglia in merito alla città di Tinnīs « (...) le acque salate della laguna sono addolcite per sei mesi dalla crescita del Nilo ed essa comunica con la terra ferma solo per mezzo delle mille navi ancorate nei suoi dintorni mentre nel suo porto trovavano spazio le grosse navi provenienti dalla Siria, Cipro, Creta e dal Magreb per il commercio dei preziosi tessuti che si fabbricano nell'isola e per il trasporto delle derrate alimentari necessarie alla sua popolazione (...) » . Nell'area orientale del Delta due sono i capoluoghi, Tinnis e Damietta attorno i quali gravitano località satelliti Dabīq, Mahallā, Samannū, Busīr, Sunbāt e Hānūt, e microvillaggi quali: Tunā, Šatā, al-Abwāniya, Būrā, Damīra, Širinqās, Samannūd e al-Qaīs. Tutti famosi per la qualità impareggiabile del lino coltivato e prodotto. All'ovest del Delta l'agglomerazione industriale più importante è rappresentata dalla città d'Alessandria, anche se l'attività produttiva è già in epoca romana da ritenersi inferiore, per volume economico, a quella commerciale . Cio' detto il Delta non è l'unico centro tessile dell'Egitto antico né il più vivace dal punto di vista produttivo e di commercializzazione dei tessili, stando alla documentazione antica. Attività nelle quali eccellono, dalla prima età tolemaica sino all'occupazione islamica, numerose località site nella grande oasi del Fayyum, Karanis , Philadelphia , Boubastos Talei Tebtunis Kerkesoucha Orous e, nell'alto Egitto, la città di al-Bahnasâ . In epoca islamica il quadro muta nella sostanza e nei dati di fatto. Forse per ragioni di natura economica (un atteggiamento con strette e ripetute assonanze storiche, locali e internazionali) la produzione tessile si concentra privilegiando le aree « agglomerate » o, come precisato da Al-Idrisi, ad alta qualificazione : (...) C'est à al-Bahnasâ qu'on fabrique depuis longtemps et aujourd'hui encore les tissus précieux qui tirent leur nom de celui de cette ville : des rideaux, des pièces d'étoffe (macâti') d'une splendeur royale, de grandes couvertures de tente (madhârib) et des vêtements exquis. Il y a des fabriques de particuliers et d'autres qui appartiennent à la commune. La valeur de ces tissus sert aux marchands de base pour établir le prix des étoffes précieuses. La longueur d'un rideau est de 30 aunes, plus ou moins, et le prix s'en élève à environ 200 mitscâl [d'or] la paire. On ne fabrique aucun de ces tissus, soit en laine, soit en coton, sans y inscrire le nom de la fabrique d'où il sort ; tel est l'usage dans les fabriques de particuliers aussi bien que dans celles de la commune : il est ancien et il subsiste encore de nos jours. Du reste, ces étoffes sont partout très estimées, soit pour vêtements, soit pour meubles (...) puis, au-dessous d'al-Achmounî, Takhâ, ville célèbre, où l'on fabrique des rideaux et des kisâ's de laine, qui portent le nom de la ville (...) L'evoluzione permette di prendere in considerazione un aspetto non certo secondario nella concentrazione dell'attività produttiva: la consistenza demografica. Al riguardo è utile precisare che lo studio della « demografia antica» è relativamente recente (utimi due decenni dello scorso secolo) e non certo tale da preservare « l'esame ricostruttivo » dalle possibili contaminazioni d'età moderna. Di qui la necessità d'attenersi al mero « rilevamento », tenendo bene a mente che, se in epoca moderna le società basate su di una economia di scambio s'articolano sull'opposizione di due poli sociali , altri sono i dati che possono emergere dallo studio statistico paleodemografico e prosopografico antico. Anzi, in generale, grazie all'analisi sistematica della documentazione diretta (atti di nascita, matrimoni e decessi) ed indiretta (migrazioni , ricambio nei flussi produttivi e nella capacità contributiva) è più probabile si verifichi non solo il caso opposto ma che, attraverso gl'impercettibili processi quotidiani, s'evidenzino più elementi d'equilibrio che d'ipotetica rottura. Un equilibrio che come è logico attendersi in un'epoca « protoindustriale » è indice degli assetti funzionali, delle tipologie e delle dimensioni produttive. Le testimonianze in merito alla consistenza demografica attiva nelle città d'Alessandria e Tinnīs avvalorano quanto ora, brevemente, enunciato. Quando il 17 settembre 642 la popolazione d'Alessandria s'inclina alle truppe del califfo Omar comandate dal generale Amr Ibn el Ass , la città conserva ancora vive le tracce della sua antica magnificenza. Nel celebre messaggio che il generale indirizza al califfo, si legge : « (...) J'ai conquis la ville de l'occident. Elle est d'une immense étendue. Je ne puis te dire combien elle renferme de merveilles (...) Il s'y trouve 4 000 palais autant de bains publics, 400 théâtres" et 4 000 juifs payant l'impôt, 1.200 jardins (...) » . Della lettera d''Amr's esistono infinite versioni (Ibn 'Abd al Hakam , Eutychius , Makrîzî e Abû Kabîl) che sebbene non collimanti in termini numerici ci trasmettono lo stupore per la magnificenza ivi assemblata e sorprendentemente preservata. Sei secoli dopo, nel XII° secolo la popolazione residente nella città d'Alessandria varia tra le 8.000/10.000 unità: (...) C'est la cité de Dieu où il y a le plus grand nombre de mosquées Si bien que le compte que les gens en font est flottant : l'un dit plus et l'autre moins; les plus généreux vont jusqu'à dix mille, les autres restent en dessous de ce nombre, mais sans préciser; les uns disent huit mille, d'autres un autre chiffre (...) . Due secoli dopo, almeno stando a quanto riportato nel « Traité d'Emmanuel Piloti sur l'Égypte et les moyens de conquérir la Terre sainte » redato per Filippo il Buono duca di Borgogna , il quadro s'è profondamente trasformato : (...) Par la information que je eulx de personnes pratiques, eulx que ancienement laboroyent en Alexandrie .lxxx. mille teliers de soye et de lin. Mais à le présent, pource que la terre est déshabitée, se labeure à petite quantité. Ilz y font draps de soye, desquelx bosoigne qu'ilz fornissent la court du Cayre ; et le demorant le mandent par mer en Barbarie, en Tune, en Surie et en Turquie, nonobstant que à Damasque se labeure draps de soye à grant quantité (...) . Il caso di Tinnīs è « apparentemente » più stupefacente. Una città, va sottolineato, mai politicamente determinante, ma importantissima dal punto di vista produttivo. Nell'832, stando alla testimonianza prodotta dal patriarca Dionisio di Tell-Mahré , a due secoli dall'occupazione islamica, denuncia una popolazione residente di 30.000 anime. Due secoli dopo in base a quanto riportato da Nāsir-i-Husraw la cittadinanza è pressochè raddoppiata (50.000 uomini, quasi tutti tessitori) su di una superficie urbana ricca e variegata: numerosi bazar, due grandi moschee, 10.000 negozi, di cui 100 occupati da profumieri. Quattro secoli dopo, quando ormai Tinnis è in piena decadenza, Muhammad ibn Ayas (XV° secolo), facendo allusione al periodo di massima prosperità, enumera: una grande moschea, 100 piccole, 72 chiese, 36 bagni, 36 oleifici, 166 mulini e forni, 5.000 telai. Risulta quindi evidente che nel mondo antico la consistenza demografica è una « variabile » d'estrema flessibilità. I centri evolvono, s'incrementano, decrescono in base a esigenze produttive ed a interessi economici in un fattivo e positivo interscambio tra forza lavoro ed attività imprenditoriale. Le testimonianze sin qui prodotte, facendo esplicito riferimento a diversi luoghi di culto e alla fede professata dai soggetti fiscali e dai prestatori d'opera, indirettamente informano sulla persistente multi religiosità, già del resto confermata da Beniamino di Tudela , senza per altro specificare se, come ed in quale misura, la religione professata potesse avere influenza sull'articolazione sociale. Cio' va precisato perchè sebbene Muqaddasi attribuisca l'esercizio dell'attività tessile ai copti « Le tasse sono particolarmente pesanti a Tinnis e a Damietta. Alcun copto puo' tessere una pezza di stoffa senza che un sigillo dello stato vi sia immediatamente opposto; e esse non possono essere messe in vendita che da commercianti riconosciuti dallo Stato, il cui agente ne prende apposita nota sul registro delle pezze vendute (...). All'uscita si deve pagare un'altra tassa. Tutte le tasse sono verificate dall'ispettore a bordo delle navi in partenza (...) » nulla si sa in merito alla fede professata dai commercianti riconosciuti dallo stato e dei loro agenti mentre la pratica di registrazione del materiale prodotto rieccheggia quanto già più sopra riportato in merito ai laboratori tessili di al-Bahnasâ (Al-Idrisi) . Le uniche cose apparentemente certe sono : una distinzione operativa tra opifici pubblici e privati ed una commercializzazione verticistica, minuziosamente controllata dallo stato tramite i suoi rappresentanti. Individui apparentemente più preoccupati di distribuire la materia prima e di collettare il manufatto prodotto (pratica in seguito diffusasi in tutto il mondo occidentale) che d'interessarsi delle «miserevoli» condizioni di vita di filatori e tessitori: « per quanto essa sia fornita di popolazione e chiese, noi non abbiamo mai visto una povertà paragonabile a quella della sua popolazione. Quando noi domandammo di donde provenisse essi risposero (...) noi non possiamo avere degli allevamenti. L'acqua che noi beviamo viene da lontano e l'acquistiamo quattro zouze la brocca; il nostro lavoro consiste nel lino che le nostre donne filano e che noi tessiamo. Il pagamento che noi riceviamo giornalmente dai mercanti è di mezzo zouze al giorno. E per quanto il nostro lavoro non sia sufficiente per il pane, noi siamo tassati per il tributo cinque dinari procapite; (...) siamo picchiati e gettati in prigione e ci obbligano a dare i nostri figli e il nostro filato in pegno, per lavorare come schiavi, due anni per dinaro (...) » . Del resto, dato l'indubbio interesse economico, sarebbe impensabile ipotizzare soluzioni di natura diversa e/o alternativa. Non va infatti dimenticato che se, su richiesta del patriarcha Dionisio di Tell-Mahré , l'emiro Abdallah b.Tahir da ordine di ridurre l'imposta sul reddito -48 zouze per i benestanti, 24 per la classe media, 12 per gli indigenti- nell'anno 974 (363 a.H.) lo stato introita dalle sole manifatture di Tinnīs, Damietta e Ašmūnain 20.000 dinari. La ripartizione in classi di reddito ben introduce l'esame dell'ordinamento fiscale attraverso le sue principali fonti di reddito : la zakat per i musulmani, la kharadj e l' jizya per i dhimmi (soggetti fiscali di fede non islamica). Il termine zakat ha, nella lingua araba, diversi significati : crescita (aumento) purezza , correttezza . La zakat è con la chahada , la salat il saoum , l'hajj il terzo dei cinque pilastri dell'islam. Essa è, nei versetti coranici, messa in stretta relazione con la preghiera ed, includendo tutti i beni appartenenti ad un determinato individuo [l'oro e l'argento (ivi comprese le monete), i cereali e i frutti, i prodotti commerciali, i prodotti della terra (pietre, metalli etc etc)], è di fatto da intendersi come una tassa « patrimoniale » nel senso stretto del termine. Il pagamento della Zakât è regolato annualmente (Al-hawl) e prevede una soglia minima al di sotto della quale l'obbligo fiscale decade (Nissab) . Altrettanto chiari sono i suoi usuffruttuari (otto) e il fine ultimo dell'imposta : « (...) le opere di carità sono per i bisognosi, per i poveri, per i lavoratori, per gli afflitti, per chi si deve affrancare (simpatizzanti e schiavi), per quelli che sono pesantemente indebitati, per la causa di Dio (proselitismo e guerre), per il viaggiatori in difficoltà ...(...) ». Prescrizioni di una chiarezza tale da non lasciare spazio né ai dubbi né all'interpretazione personale. Chiaramente l'introduzione della zakat ha avuto tempi e modi diversi. In primo luogo si è proceduto all'introduzione del concetto e alla sua giustificazione (Profeta Muhammad), successivamente si è curato l'aspetto applicativo (califfi Abou Bakr, Omar, Othman e Ali). Un processo di cui si sono quindi occupati il corano prima e la sunna poi. Gli studiosi hanno l'abitudine di dividere i tempi della rivelazione in due periodi: il meccano (Mecca) ed il medinese (Medina). Il primo introduce la zakat a titolo filantropico stigmatizzandone i criteri generali (adesione volontaria ) il secondo, con estremo realismo, l'istituzionalizza curandone gli aspetti applicativi (minaccia, punizione e coercizione) . Dal punto di vista dei cittadini di fede non islamica il quadro è apparentemente più complesso in quando prevede l'applicazione di due diverse forme di tassazione: la kharadj fondiaria (sul lavoro agricolo) e la jizya «ad personam» . Tasse « variabili » nella sostanza e nel tempo, esercitate dallo stato sulle popolazioni di fede non islamica, fossero queste sottomesse o temporalmente residenti. Il pagamento garantiva i servizi di stato, la libertà di culto, l'esenzione dal servizio militare .
Note[1] Si avvisano i lettori che l'ampio apparato di note al testo è disponibile nella versione .pdf dell'articolo, qui allegata Articoli recentemente pubblicati in Egittologia [archivio]:- Mersa/Wadi Gawasis 2010-2011 Report - by Kathryn A. Bard (Boston University, Boston, MA, USA), Rodolfo Fattovich (University of Naples "L'Orientale," Naples, Italy) - Cheryl Ward (Coastal Carolina University, Conway, SC, USA)
- Report on the Pisa University Archaeological Missions in Fayum,in November and December 2011
- Dra Abu el-Naga 2011. Rapporto preliminare della XI campagna di scavo dell'Università di Pisa - M. Betrò / Preliminary Report of the University of Pisa 11th Field Season, by M. Betrò
allegati (pdf, doc, ...) Leggi la versione completa dell'articolo in formato .pdf
Tabella cronologica degli eventi della storia egiziana in epoca islamica
Le versioni del testo del Patto di Omar
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