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"La scoperta del tempio faraonico di Ighespep a Siwa e gli scavi archeologici d'urgenza dell'Università di Torino in Egitto"

Egitto - 18 febbraio

La Missione Archeologica Italiana dell'Università di Torino in Egitto ha scoperto i resti di un tempio faraonico finora ignoto agli studiosi, le cui pareti erano coperte di bellissimi rilievi della l'ultima dinastia indigena egiziana. Il tempio, ormai parzialmente distrutto, era ricoperto dalla sabbia e si trova in pieno deserto, a 140 km dall'oasi di Siwa, sulle sponde di un'antica oasi abbandonata. Oggi è un lago salato ed è attualmente chiamata "Bahrein". Si tratta di una scoperta eccezionale tanto dal punto di vista scientifico quanto da quello artistico. Le numerose iscrizioni geroglifiche hanno rivelato che l'antico nome geroglifico di quest'oasi era Imespep o Igespep. Il tempio è lungo una ventina di metri ed ha una sala ipostila con sei colonne dalla quale si accede al sancta-sanctorum. Il santuario era dedicato ad un particolare culto locale del dio Ammone, " l'Ammone che fortifica", ma sui blocchi decorati e colorati, alcuni dei quali bellissimi, sono rappresentati praticamente tutti gli altri dei del pantheon egiziano. La parte più antica dell'edificio sacro fu costruita e decorata dal faraone Nectanebo I (380-360 a.C.) con finissimi rilievi che lo ritraggono in atto di fare offerte alle divinità locali. L'ipostila fu aggiunta dopo, probabilmente in epoca tolemaica. Si cerca ora di salvare i blocchi più belli, che non resisterebbero ai forti venti da cui la zona è costantemente flagellata; le operazioni di recupero e di trasporto in un luogo in cui effettuare il restauro sono in corso.

L'impresa è laboriosa e costosa, considerato che soltanto veicoli fuoristrada possono raggiungere la zona. Nell'antichità Bahrein era una piccola oasi la cui importanza era legata al traffico carovaniero che collegava l'oasi di Siwa con quella di Bahareya. Qui i convogli facevano tappa, i viaggiatori e le bestie si ristoravano. Un pozzo d'acqua dolce è, del resto, ancora in funzione e viene utilizzato dalla Missione. L'importanza storica del ritrovamento è dunque notevole: infatti nessun monumento di del faraone Nectanebo I era finora noto nella zona di Siwa, e la scoperta italiana rivela la volontà politica del sovrano
di mettere in valore le oasi occidentali dell'Egitto e di migliorare i collegamenti carovanieri tra di esse e la valle del Nilo.

Il sito archeologico di Bahrein era noto fin dagli anni '30, ma l'esistenza di questo edificio faraonico è rimasta completamente ignota agli studiosi fino alla settimana scorsa, quando i lavori della Missione di Torino sono cominciati sotto la guida di Paolo Gallo, ricercatore di Egittologia dell'ateneo piemontese. Il lago salato di Bahrein si trova proprio sul limite settentrionale del cosiddetto "Grande Mare di Sabbia" le cui dune gigantesche, che formano una delle più grandi e suggestive distese del Sahara, celerebbero, secondo la testimonianza dello storico greco Erodoto, i resti dell'armata di Cambise annientata e sepolta da una tempesta di sabbia.

Il sito di Bahrein sembra esser stato abbandonato in epoca bizantina a causa della decadenza del traffico carovaniero in questa zona. Non fu mai più riabitato, probabilmente a causa delle condizioni di vita estreme che questo avamposto, situato in una delle zone più inospitali del Sahara, impone all'uomo. Anche la Missione Italiana ha le sue difficoltà nel gestire un campo di lavoro di 30 persone in pieno deserto. La zona abitata più vicina è a 130 km di distanza e ci vogliono 3 ore di pista per raggiungerla. Ciò fa lievitare i costi della Missione e costringe i suoi membri a condizioni di lavoro particolarmente disagiate.

Il Centro della Missione Archeologica Italiana ad Alessandria d'Egitto (CMAIA) è stato fondato da Paolo Gallo nel 1997 ed ha una sua sede stabile ad Alessandria d'Egitto, dove i ricercatori e gli studenti possono studiare, ricercare ed elaborare i dati di scavo. Il CMAIA opera anche in altri siti, fra i quali quello dell'Isola di Nelson - di fronte ad Alessandria - dove nel novembre scorso sono stati riportati alla luce i resti di una fortezza militare macedone fondata dai coloni di Alessandro Magno. Il Centro, la cui finalità è quella di contribuire al salvataggio, alla documentazione ed allo studio del patrimonio archeologico a rischio dell'Egitto, si avvale di vari finanziamenti privati e pubblici.