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Colori insoliti - di Franco Magnarini

Tra le molte attrattive degli scarabei-sigillo, il colore non occupa certamente l'ultimo posto. Chi si interessa di questi piccoli oggetti sa bene che, da questo punto di vista, il colore che si presenta più comunemente negli esemplari realizzati in steatite invetriata è una banale tonalità che varia dal bianco sporco all'ocra, più o meno scuro, in alcuni casi facilmente scambiabile con l'avorio (fig. 1).
Ma è anche consapevole che non si tratta del loro colore originario, bensì di quanto resta sul corpo di questo simulacro d'insetto. Infatti, lo strato di copertura colorata, di spessore infinitesimale, per effetto delle variazioni di temperatura e umidità succedutesi nel tempo, si è polverizzato scomparendo oppure si è trasformato, virando verso tonalità diverse da quelle originali. E' stato ipotizzato che i verdi originari, per la loro componente ferrosa, virassero al marrone e i blu virassero al bianco [1].
Poco si conosce, in realtà, della tecnica di invetriatura (ammesso che il termine sia appropriato) che era utilizzata dagli antichi egizi. Gli studiosi del primo trentennio del secolo scorso ne fanno solo brevi accenni, qualche volta contrastanti tra loro [2], dando maggior risalto agli aspetti morfologici, simbolici, magico-religiosi, storici o semantici. Gli autori più recenti semplicemente ignorano l'argomento. L'unica cosa certa sembra essere l'indurimento della steatite per effetto del calore e la sua trasformazione in enstatite [3], passando da durezza 1 (Mohs) del talco a durezza 5-6.
Da altra fonte sappiamo che l'elemento siliceo (sabbia) veniva finemente polverizzato e mescolato
con sostanze alcaline come la calce, il natron (in pratica, soda), cenere di legna (contenente potassio per abbassare il punto di fusione) e gli elementi coloranti. Il composto era ridotto allo stato di poltiglia con aggiunta di acqua. Nulla però si sa sulla temperatura che potevano raggiungere i forni egizi (la sabbia fonde intorno ai 2000°, ma con l'aggiunta di soda o potassio il punto di fusione si abbassa intorno ai 1000°), tantomeno quello che interessa in questa sede, cioè gli elementi coloranti aggiunti. Essendo le tonalità del verde e del blu i colori che, nell'ordine, compaiono più frequentemente negli esemplari rimasti intatti o pressoché tali, si può ipotizzare che fossero aggiunti consciamente ossido di rame per il verde e carbonato di rame per il blu, entrambi cotti in atmosfera ossidante [4]. In questi casi, la probabile consapevolezza dei risultati derivava da precedenti osservazioni empiriche del tutto casuali.
Poco si accenna, invece, agli altri colori del repertorio, alcuni di grande attrattiva ed effetto, quasi certamente ottenuti inconsapevolmente dagli antichi artigiani. Infatti, la componente silicea
utilizzata per la copertura poteva contenere elementi chimici (generalmente ossidi o sali metallici) che in cottura consentivano di ottenere (a seconda se cotti in atmosfera riducente od ossidante) colorazioni diverse da quelle volute.
In questa sede si vuole fare una breve panoramica di queste tinte insolite per dar loro il giusto
risalto, prescindendo, ovviamente, dagli esemplari in pietre dure o semi-preziose che offrivano una
tavolozza ben più varia, e citando solo scarabei il cui colore visibile è ancora quello originario.
Inoltre si cerca di ipotizzare gli elementi che potevano aver dato luogo a questi risultati, basandoci sulle conoscenze della moderna tecnologia del vetro.

Fig. 2: Iniziamo da un esemplare rarissimo caratterizzato da un colore altrettanto raro (tinta originale, non virata, cui la fotografia non rende giustizia): il bianco [5], segno di purezza, santità e gioia. Il nome inciso è quello del faraone Smenkhara, (1335-1332 a.C.).
Probabilmente il colore bianco è ottenuto con l'ossido di stagno.

Fig. 3: Questo delicato ceruleo tendente al lilla appartiene ad un esemplare databile al periodo tra la fine della XII e la XIII dinastia. Il carbonato di manganese consente di ottenere il color violetto, più o meno scuro, sia in atmosfera riducente che ossidante.

Fig. 4: Piuttosto inusuale il celeste chiaro tendente al grigio di questo esemplare datato tra la XII dinastia e l'inizio del Secondo Periodo Intermedio. Probabilmente ottenuto con il componente carbonato di rame cotto in atmosfera riducente.

Fig. 5: Il giallo, richiamando il colore del sole e dell'oro, simboleggiava l'immarcescibile carne degli dei e tutto ciò che è prezioso e perfetto. L'esemplare appartiene alla regina Tij, moglie principale del re Amenhotep III. Forse non a caso è stato scelto questo colore per un personaggio regale.

Fig. 6: Marrone cioccolato con una bella patina lucente per questo esemplare appartenente alla XV dinastia Hyksos (1630-1522 a.C.). Con una piccola dose di ossido di manganese si ottiene
un caldo color marrone.

Fig. 7: Questo è l'unico esempio che conosciamo che sfoggi questa strana, ma piacevole, livrea marezzata di verde con riflessi metallizzati color rubino. Probabilmente è un risultato non
voluto per un componente di ossido di rame cotto in un alternarsi di atmosfera riducente (si ottiene il rosso rubino) e ossidante (si ottiene il verde).

Fig. 8: Il color tortora di questo esemplare è piuttosto insolito. Non è certo se si tratti di una tinta originale o che abbia subito un viraggio totale o parziale.

Fig. 9: Resta insoluta la natura di questo color porpora scuro rimasto nelle cavità dei segni, ma anche in parte sulle superfici piane. Anche in questo caso è dubbio se si tratti di una copertura originale oppure un viraggio da altra tonalità. Lo stesso colore si riscontra anche in altri esemplari dello stesso periodo: XIII-XV dinastia. Il rame metallico consente di ottenere un rosso scuro opaco come questo.

Fig. 10: Verderame potrebbe essere definito il colore di questo esemplare appartenente alla XVIII dinastia. Molto probabilmente ottenuto con l'aggiunta di componenti del rame.

Fig. 11: Stupendo il color turchese iridescente, purtroppo in parte scomparso, che caratterizza questo esemplare risalente alla seconda metà della XII dinastia. Probabilmente ottenuto con l'aggiunta di ossido di rame per simulare il colore della pietra omonima.

Fig. 12: Insolito questo azzurro oltremare dell'esemplare che porta inciso il nome del re Hyksos Sheshi della XV dinastia (c.1630-1620 a.C.). Forse ottenuto con l'aggiunta di sali di
cobalto.

Fig. 13: Questa tonalità dovrebbe essere il verde mela citato da Hall tra le tinte caratteristiche della fine della XVIII dinastia [5]. In effetti appartiene al faraone Amenhotep IV-Akhenaton.

Si può concludere questa breve visitazione di colori insoliti ribadendo il convincimento che, nella maggioranza dei casi, queste tonalità fossero ottenute casualmente dagli antichi artigiani a causa dell'impossibilità da parte loro, per inadeguatezza di conoscenze, di discernere tra i molteplici componenti che sicuramente erano presenti nelle varie qualità di sabbia da loro utilizzate per la copertura. Risultati casuali che, costellando la storia delle scoperte dell'uomo, hanno comunque lasciato ai posteri oggetti affascinanti.


Leggi anche l'introduzione generale allo studio degli scarabei-sigillo di Franco Magnarini


Note

[1] Newberry P.E., "Scarabs" London 1906, 85

[2] Non si capisce se la copertura liquida dell'invetriatura era applicata a caldo immergendovi il soggetto (f-) o se veniva applicata a freddo (a pennello? per immersione?) prima della cottura (b-) a- Ben-Tor D., "The scarab..." Jerusalem 1989, 41: ...this relatively soft stone is easily worked, but hardens after being glazed at high temperature... b- Hall H.R., "Catalogue of the Egyptian Scarabs..." London 1913, XXV: ...the firing necessary for the fixing of the glaze also had a hardening effect upon the steatite ... c- Hayes W.C., "The sceptre of Egypt" New York, USA 1990, vol. I, 201: ...the favorite material is steatite...enhanced by the application of a vitreous glaze, usually bluish green in color... d- Newberry P.E., "Scarabs" London 1906, 84: ...the steatite scarabs were nearly always glaced... e- Petrie Flinders W.M., "Scarabs and Cylinders with Names" London 1917, 8: ...have the valuable property of being superficially hardened by the fusion of a glaze over the surface... f- Ward W.A. Biblical Archaeologist, vol.57, n.4, "Beetles in stone" 190: ...once the scarab was fashioned, it was plunged into a hot liquid glaze. This accomplished two things: the glaze coating gave a smooth shiny surface to the object and the intense heat of the glaze altered the chemical composition of the stone...so that it became very hard...

[3] Colinart S.-Menu M., (a cura di) "La couleur dans la peinture et l'émaillage de l'Egypte ancienne" Bari 1998, 112: Steatite is a soft stone of fine textured talc [Mg3Si4O10(OH)2]...the steatite object was then glazed using either the cementation or direct application method, efflorescence glazing being inappropriate with the solid steatite body. Whichever glazing method was used, when fired to form the glaze, the talc is converted to enstatite (MgSiO3) and the body becomes very much harder.

[4] Quando nel forno si crea un'atmosfera ricca di ossigeno si ha una cottura ossidante. Al contrario, quando l'atmosfera è povera o priva di ossigeno, si ha una cottura riducente.

[5] Hall H.R., "Catalogue" London, 1913, 174, nota del n. 1728: "...unusual colours such as white, bright yellow, violet, purple, applegreen and chocolate brown are characteristic of the glazes of the end of the XVIII dynasty..." .







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Fig. 1
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Fig. 2
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Fig. 3
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Fig. 4
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Fig. 5
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Fig. 6
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Fig. 7
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Fig. 8
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Fig. 9
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Fig. 10
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Fig. 11
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Fig. 12
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Fig. 13
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