Archaeogate, Il Portale Italiano di Archeologia - Ritorna alla home pageArchaeogate - EGITTOLOGIAhome EGITTOLOGIA



Cerca in ArchaeogateCerca nel sito:     

Egitto copto o Egitto cristiano? Cenni per una corretta definizione dell'età tardo-antica della storia egiziana - di Paola Buzi

In base ad una convinzione tanto imprecisa quanto diffusa, almeno in ambito italiano, il termine copto viene spesso riferito alla comunità cristiana dell'Etiopia. Se da una parte è assolutamente innegabile che la Chiesa Etiopica Ortodossa sia figlia della Chiesa egiziana, tanto da essere stata ad essa gerarchicamente subordinata fino al 1955, anno in cui venne eletto il primo metropolita etiope, dall'altra, soprattutto dal momento della conquista araba, il cristianesimo etiopico ha maturato tratti assolutamente peculiari, che poco o nulla hanno a che vedere con quello egiziano.

Il termine qubt / qibt (da cui il nostro copto) deriva semplicemente dalla deformazione del greco aigyptios (egiziano), essendo stato assunto dai nuovi dominatori arabi (639-641) per distinguere gli abitanti autoctoni dalla componente etnica greco-romana. Solo molto più tardi il termine ha acquistato un'accezione religiosa. Fino ad allora, i membri della comunità cristiana egiziana si sono autodesignati con vari appellativi, tra cui quello di teodosiani o, meno frequentemente, di giacobiti, dal nome del patriarca Teodosio o da quello del suo collaboratore Giacomo Baradeo, vescovo di Edessa, che li avevano riorganizzati dopo la crisi del concilio di Calcedonia (451 d.C.), in seguito al quale la Chiesa egiziana, insieme a quella siriana, aveva preso le distanze dalla maggioranza delle altre Chiese. Per tale ragione essa suole anche essere definita come anti-calcedonense, in contrapposizione a quella calcedonense o melchita (dal termine melk, "re"), ossia fedele alla posizione del patriarcato costantinopolitano, rispettoso delle scelte del concilio del 451.

Pur con queste premesse, il trascorrere dei secoli ha tuttavia lentamente smussato tali iniziali valenze terminologiche e, in un momento non facilmente determinabile, il termine copto è infine entrato nell'uso comune, sia in Egitto sia in Occidente, per designare la minoranza cristiana egiziana, contrapposta alla maggioranza dei nuovi dominatori islamici.

La diffusione del cristianesimo in Egitto deve essere stata estremamente precoce, tanto da spingere la Chiesa egiziana a rivendicare con orgoglio la sua fondazione ad opera di Marco Evangelista. La penuria di notizie certe circa i primi due secoli rende però inattendibile tale affermazione, tanto che lo stesso Eusebio di Cesarea, nella sua Historia Ecclesiastica, non può fornirne che pochi ragguagli, limitandosi essenzialmente a riportare la lista dei patriarchi che si succedettero in quel torno di tempo.

Certamente Alessandria, con la sua folta e culturalmente vivace comunità giudaica (si pensi alla figura di Filone e alla traduzione della Septuaginta), dovette svolgere, già dal I secolo, un ruolo essenziale nella diffusione della nuova religione. La metropoli, infatti, continuava a ricoprire un ruolo di primo piano nel panorama culturale dell'intero mondo antico, forte di un recente passato che aveva avuto nella Biblioteca e nel Museo le sue massime espressioni.

A partire dal III secolo, la capitale egiziana ebbe un nuovo fulcro culturale cristiano: il Didaskaleion o Scuola Catechetica, che Origine[1] ereditò da Panteno e da Clemente Alessandrino e che ebbe un successo tale da attirare anche numerosi pagani.

Aderendo sulle prime piuttosto compattamente alla dottrina origenista, la Chiesa alessandrina delineò in breve una propria fisionomia, arrivando a differenziarsi dalle posizioni di Antiochia e Costantinopoli. Tale quasi compatta adesione alla teologia origenista da parte del patriarcato alessandrino, tuttavia, si sfaldò sul finire del IV secolo, quando il patriarca Teofilo (385-412) ne prese nettamente le distanze.

L'unità della Chiesa egiziana venne inoltre messa a dura prova, all'inizio del IV secolo, dallo scisma meliziano, nato dall'opposizione di Melizio, vescovo di Assiut (Lycopolis), al potere assoluto dell'allora patriarca Pietro I (300-311). La posizione di Melizio trovò ampi consensi soprattutto nella Tebaide, tanto che in quell'area i monasteri meliziani sopravvissero fino all'epoca della conquista araba.

Già prima del concilio di Calcedonia, comunque, la Chiesa egiziana aveva acquisito alcuni tratti caratteristici, tra cui una forte rigidità della gerarchia ecclesiastica, il cui controllo era interamente concentrato nella figura dell'arcivescovo di Alessandria, il patriarca, a cui spettava, in modo esclusivo, la scelta dei vescovi da distribuire su tutto il territorio egiziano.

Contemporaneamente essa andava maturando un altro elemento peculiare: quello della nascita del movimento monastico organizzato, che, seppure destinato a non essere esclusivo dell'Egitto, in esso ebbe però la sua origine ed elaborò i suoi tratti distintivi, esercitando nel tempo un ruolo sempre maggiore nelle vicende del patriarcato alessandrino, al punto che dal VII secolo non vi fu patriarca che non fosse anche monaco.

Parallelamente allo svolgersi di questi eventi, e forse già dalla metà del II secolo d.C., l'Egitto cristiano cominciò a sentire l'esigenza di un nuovo strumento linguistico che si affiancasse al greco, che era da tempo la lingua dominante, e al demotico, ormai fortemente depauperato. Nacque così il copto, che combinando l'alfabeto greco (con l'aggiunta di almeno sei ulteriori segni atti ad esprimere suoni che il greco non prevedeva), con la grammatica egiziana e una sintassi tratta in parti quasi uguali dall'egiziano e dal greco, forniva all'Egitto una lingua in grado di sintetizzare la cultura ellenistica e quella autoctona.

Il copto si presentava, dunque, come una lingua pianificata, elaborata scientemente e con un preciso intento, perfettamente chiara, fin da subito, nelle sue regole grammaticali e sintattiche, sebbene ci si debba per il momento rassegnare all'impossibilità di dedurre quale ambiente sia stato responsabile della sua creazione[2].

Il primo uso che venne fatto del nuovo strumento linguistico fu quello di tradurre dal greco le opere bibliche, ma già poco tempo dopo (IV secolo) il copto era pronto ad un salto decisivo: quello della creazione di una letteratura originale, partorita dal vitale ambiente monastico[3].

Frattanto Alessandria aveva dimostrato di avere un ruolo di primo piano nelle dispute teologiche che avevano portato alla convocazione dei primi due concili ecumenici.

Il concilio di Nicea (325), come è noto, venne essenzialmente dedicato alla condanna della dottrina di Ario, che proprio in Egitto aveva trovato un fertile terreno. Ario teorizzava la subordinazione del Figlio rispetto al Padre, sostenendo che egli non esistesse ab æterno. Contro tale posizione Nicea ribadì l'uguaglianza di Padre e Figlio, essendo quest'ultimo "generato, non creato" e "della stessa sostanza del Padre".

Superate le crisi dogmatiche del Concilio di Nicea, la Chiesa egiziana era al massimo splendore, rafforzata nella sua gerarchia e solida nelle sue posizioni. Il successivo concilio di Efeso fu un nuovo successo per Alessandria, ma si profilava all'orizzonte una nuova crisi, che avrebbe coinvolto l'intera cristianità: cominciò a farsi strada la dottrina monofisita di Eutiche, che sosteneva la natura divina di Cristo, negando quella umana. Alessandria non volle allinearsi con l'orientamento generale del concilio e il patriarca Dioscoro venne conseguentemente deposto ed esiliato a Cizico.

Ciò costò alla metropoli alessandrina la perdita del suo ruolo di guida dell'Oriente cristiano: il canone XXVIII sanciva infatti il nuovo primato del patriarcato di Costantinopoli e la sua equiparazione a quello di Roma, a svantaggio delle "ribelli" Alessandria ed Antiochia.

Va precisato che gli Egiziani, come del resto gli Etiopi, non si identificavano affatto con le posizioni di Eutiche, riconoscendo essi nella persona di Cristo una natura nella quale la divinità e l'umanità erano unite, pur conservando ciascuna la propria individualità, senza mescolanza e confusione. In questo modo veniva data maggiore enfasi alla divinità di Cristo-Logos, senza però negarne la natura umana. Per tale ragione è inopportuno definire monofisita la Chiesa egiziana, essendo per essa assai più appropriato l'appellativo anti-caldedonense.

Inizialmente, in vero, sia Alessandria che Costantinopoli dovettero pensare di poter facilmente ricucire la frattura dogmatica che si era creata, ma i successivi eventi dimostrarono il contrario.

Iniziò per Alessandria un doloroso periodo in cui il seggio patriarcale venne conteso tra vescovi appartenenti ai due diversi "partiti". Nel 457 si arrivò all'elezione del dotto Timoteo II Eluro, di chiara posizione anti-calcedonense, che per la sua fede venne esiliato a Gangra e poi a Cherson, in Crimea, e sostituito da un vescovo di parte avversa, Timoteo Salofaciolo.

Alla morte dell'imperatore Leone I, la situazione però mutò radicalmente: dopo una serie di rapidi cambi di potere, salì al trono il generale Basilisco, che nel 475 condannò le scelte di Calcedonia, riabilitando Timoteo II Eluro. Il partito anti-calcedonense seppe approfittare di questo breve periodo in cui il potere imperiale si dimostrò ad esso favorevole, per rafforzarsi e consolidare una nuova gerarchia.

Alla morte di Timoteo, venne eletto Pietro Mongo (477, 482-489), il cui patriarcato venne interrotto da una breve riapparizione di Timoteo Salofaciolo. Alla morte di quest'ultimo, tuttavia, nel 482, fu lo stesso patriarca di Costantinopoli, Acacio, a convalidare la rielezione di Pietro Mongo, benché questi appartenesse al partito anti-calcedonense.

L'imperatore Zenone cercò di approfittare degli eventi per riuscire a sanare la frattura tra Costantinopoli e Alessandria, emettendo, su consiglio di Acacio, uno speciale editto, l'Henotikon (o "Strumento di Unione"), in cui si enfatizzavano gli aspetti che ancora legavano le due Chiese. In particolare l'Henotikon, dichiarando validi i principi dei primi tre concili (Nicea, Costantinopoli ed Efeso) e ignorando volutamente di menzionare quello di Calcedonia, e con esso il problema delle due nature di Cristo, tentava di ricostruire lo stato di unità della cristianità precedente al fatidico 451.

Pietro Mongo sottoscrisse il documento, guadagnando così la fiducia dell'imperatore, ma perdendo il favore degli anti-calcedonensi più convinti, che non apprezzarono l'ambiguo comportamento del patriarca alessandrino. E sebbene questi si fosse in ultimo risolto a condannare apertamente il concilio di Calcedonia, la sua credibilità era ormai compromessa e un buon numero di Egiziani si rifiutò di riconoscerne l'autorità, determinando la formazione del partito degli akephaloi, ossia di coloro che non riconoscevano l'autorità di alcun vescovo.

Del resto neppure Roma mostrò di apprezzare questo documento che, nato da un'iniziativa imperiale, non rispettava le scelte episcopali. E quando papa Felice III scomunicò Acacio, accusandolo di comportarsi, senza averne il titolo, come il capo di tutta la cristianità, si verificò una grossa frattura tra Roma e Costantinopoli, nota come scisma acaciano.

Con la salita al trono di Giustino (518-527), Costantinopoli cercò di recuperare il rapporto con Roma, riattribuendole il primato ecclesiastico e teologico e rinnegando le scelte del patriarca Acacio, che subì una sorta di damnatio memoriae. Tale politica provocò in Oriente un accanimento, quando non una vera e propria persecuzione, nei confronti dei vescovi anti-calcedonensi. In Egitto, tuttavia, la componente anti-calcedonense doveva essere così corposa da far desistere Giustino dal tentativo di imporre un patriarca "ortodosso". Fu questa sorta di immunità che permise alla Valle del Nilo di sviluppare definitivamente una solida gerarchia ecclesiastica. Essa divenne, al contempo, il luogo in cui si rifugiarono molti "monofisiti" perseguitati, tra cui i vescovi Severo di Antiochia e Giuliano di Alicarnasso, che presto divennero protagonisti di un'aspra crisi teologica interna agli anti-calcedonensi: il primo sosteneva infatti la corruttibilità e l'umanità del corpo di Cristo, mentre il secondo asseriva che tale corruttibilità sarebbe stata solo apparente. La posizione di Giuliano di Alicarnasso trovò in Egitto molti sostenitori, determinando la formazione della setta degli aftartodoceti o fantasiasti o giulianiti, destinata ad attecchire soprattutto in Etiopia.

Il lungo regno di Giustiniano (527-565) sancì la definitiva frattura tra Chiese calcedonensi ed anti-calcedonensi. Sebbene l'imperatore avesse rinunciato ad applicare nei confronti degli Egiziani non allineati la politica repressiva riservata agli eretici, tentò tuttavia ancora una volta di imporre ad Alessandria un patriarca "ortodosso". Ma alla morte di Timoteo III (517-535), l'imperatrice Teodora, notoriamente filo-monofisita, dette il suo aiuto per far eleggere Teodosio I (535-567), che fu però deposto da alcuni vescovi giulianisti, che a loro volta elessero l'arcidiacono Gaiano. Circa tre mesi più tardi il generale Narsete fece reinsediare Teodosio I, sostenitore della teologia di Severo di Antiochia, reprimendo la rivolta dei gaianiti, con buona pace di Giustiniano, che vide nella scelta di Narsete, almeno per il momento, il male minore.

Più tardi tuttavia Giustiniano riprovò a convincere Teodosio I ad abbracciare i dogmi di Calcedonia e, visti i ripetuti rifiuti del patriarca, lo fece deporre, esiliandolo sul Bosforo[4]. Da allora Giustiniano, che continuava a considerarsi il vero capo della Chiesa, oltre che arbitro delle crisi dogmatiche, iniziò una politica di sistematiche sostituzioni di vescovi "eretici" con vescovi "ortodossi" e calcedonensi.

Teodosio, intanto, pur nel suo esilio costantinopolitano, continuò a rappresentare il punto di riferimento della Chiesa egiziana, a dispetto della serie di effimeri patriarchi melchiti che si succedettero sul seggio di Alessandria. Fu proprio Teodosio ad organizzare in quegli anni quella che credeva essere la prima missione di evangelizzazione della Nubia[5]. Egli inoltre, benché gli fosse stato vietato, continuò, con il beneplacito di Teodora, ad ordinare nuovi vescovi. Fu lui infatti a consacrare vescovo di Edessa il monaco Giacomo Baradeo (500 circa - 578), che rappresentò la "lunga mano" del patriarca nella riorganizzazione delle comunità anti-calcedonensi di tutto l'Oriente, che da lui presero appunto il nome di giacobite.

Due anni dopo la morte di Giustiniano (565), Teodosio I rientrò dal suo lungo esilio (durato circa trent'anni), trovando una Chiesa egiziana fiaccata dalla politica ostile dell'imperatore e sopravvissuta solo grazie all'opera del Baradeo, il quale era riuscito, almeno in parte, a far fronte alla grave penuria di vescovi.

È soprattutto a partire da questo momento che il ruolo del monachesimo divenne determinante per le vicende della Chiesa Copta. Buona parte delle istituzioni monastiche sposò la posizione anti-calcedonense, ad eccezione dei monaci legati alla figura di Pacomio, che invece ne presero le distanze. In seno agli stessi Pacomiani, tuttavia, si verificarono alcune defezioni: coloro che erano contrari al concilio di Calcedonia si staccarono dal loro ordine per fondare dei monasteri indipendenti (è il caso di Apollo, Abraham e Manasse).

Ma fu solo con il patriarcato di Damiano (578-605) che l'Egitto copto, ormai solido nella sua gerarchia e nelle sue posizioni teologiche, raggiunse il suo periodo aureo.

Il periodo di Damiano fu infatti caratterizzato dal fiorire di una sorta di "circolo culturale" che ebbe nelle figure di Costantino di Siout, Giovanni di Shmun, Rufo di Shotep e Pisenzio di Keft i suoi autori più rappresentativi, la cui produzione letteraria mirava alla conservazione dei testi della patristica greca che non erano in contrasto con la scelta anti-calcedonense, ma anche alla produzione di nuove opere che servissero agli scopi liturgici di una chiesa ormai completamente indipendente.

La serenità dell'Egitto copto stava però per essere turbata da nuovi, rivoluzionari eventi. Dopo la breve parentesi dell'invasione persiana (619-629), guidata dal sasanide Cosroe II il Vittorioso (591-628) e destinata a lasciare poche tracce nella memoria dei Copti, tra il 639 e il 641, l'Egitto venne definitivamente conquistato dagli Arabi, guidati da 'Amr ibn el-As (575-664), senza che il patriarca Beniamino, che si trovava allora in esilio, potesse opporre alcuna resistenza.

I nuovi dominatori, inizialmente tolleranti, erano lungi dal comprendere le problematiche interne alla Chiesa egiziana, e non di rado, come racconta Giovanni di Nikius, designarono come funzionari membri del "partito" calcedonense, provocando così, a più riprese, le rimostranze dei Copti, i quali ottennero, dopo ripetute insistenze, che la propria comunità fosse riconosciuta come nazione (millah) e che il patriarca fosse considerato come il loro capo civile.

Nonostante la generale tolleranza iniziale, non mancarono tuttavia, già nei primi secoli di dominazione araba, iniziative di limitazione della fede cristiana, come quella di sottoporre la nomina del patriarca all'autorità dell'emiro. Di lì a poco tale atteggiamento si sarebbe tramutato in una vera e propria repressione, causando un lungo torpore da cui l'Egitto copto saprà risvegliarsi solo nel XIX secolo.

La complessa natura degli avvenimenti che caratterizzano la fase tardo-antica della storia egiziana spinge ad attribuirle con estrema cautela la designazione di copta. Tale appellativo, infatti, è senz'altro usato a proposito se riferito alla storia della Chiesa egiziana successivamente agli eventi del concilio di Calcedonia (451), quando essa matura scelte teologiche indipendenti da quelle delle altre Chiese, ma la fase che precede questa fatidica frattura deve essere semplicemente intesa come propria dell'Egitto cristiano.

Allo stesso modo il termine copto ben si addice alla nuova lingua e alla letteratura che essa produce, ma molto meno ad espressioni artistiche che, a meno di essere state prodotte in seno all'ambiente monastico, è più opportuno definire semplicemente come tardo-antiche[6].

Paola Buzi


Note

[1] La dottrina origenista destinata ad avere maggiore presa sul territorio egiziano fu tuttavia quella relativa all'interpretazione allegorica delle Scritture, che si opponeva ad un'esegesi letterale e ad un materialismo spinto fino all'antropomorfismo, proprio di altre "scuole", tra cui quella di Antiochia. La formazione platonica di Origine lo portò infatti ad elaborare la teoria dell'assoluta incorporeità di Dio, ampiamente condivisa in un primo tempo dal patriarcato. Cf. ORIGENE, I Principi. Introduzione, traduzione e note di Manlio Simonetti, I Classici UTET, Torino 2001.

[2] Le varie ipotesi fino ad ora avanzate hanno visto prevalere, a momenti alterni, l'ambiente gnostico, quello monastico e quello più genuinamente cristiano. Cf. T. ORLANDI, Egyptian Monasticism and the Beginnings of the Coptic Literature, in P. Nagel (ed.), Carl-Schmidt-Kolloquium an der Martin-Luther-Universitat 1988, , Halle 1990, pp. 129-142; ID., Le traduzioni dal greco e lo sviluppo della letteratura copta, in P. Nagel (ed.), Graeco-Coptica, (Wiss. Beitrage 48), Martin-Luther-Universitat, Halle 1984, pp. 181-203.

[3] Per le figure di Pacomio e Shenute e il loro ruolo in seno alla produzione letteraria copta cf. T.ORLANDI, Letteratura copta e cristianesimo nazionale egiziano, in A. Camplani (a cura di), L'Egitto cristiano. Aspetti e problemi in età tardo-antica, "Studia Ephemeridis Augustinianum" 56, Institutum Patristicum Augustianianum, Roma 1997, pp. 39-120.

[4] Più tardi Teodosio venne richiamato a Costantinopoli per intercessione dell'imperatrice Teodora.

[5] La conversione della Nubia ad opera degli anti-calcedonensi vine sostenuta soprattutto da Giovanni di Efeso, il quale precisa che, parallelamente alla missione organizzata da Teodosio, partì da Costantinopoli una seconda missione, fortemente voluta dall'imperatore Giustiniano, che, diversamente da sua moglie, era fedele ai dettami del Concilio di Calcedonia. Questa seconda missione, calcedonense, avrebbe però raggiunto Silko, re dei Nobades, troppo tardi, quando questi era già stato convertito dalla missione anti-calcedonense. L'enfasi che viene riservata all'aneddoto ha tutta l'aria di nascondere una tradizione appositamente imbastita dall'ambiente alessandrino per screditare i rivali melchiti, che assai probabilmente devono essere stati invece i primi a raggiungere la Nubia.

[6] Sull'argomento cf. M. RASSART-DEBERGH M., Arte e archeologia copte: principali testimonianze, in A. Camplani (a cura di), L'Egitto cristiano. Aspetti e problemi in età tardo-antica, "Studia Ephemeridis Augustinianum" 56, Institutum Patristicum Augustianianum, Roma 1997, pp. 293-312.







Cliccare sull'immagine per l'ingrandimento

Il refettorio del monastero di Apa Geremia a Saqqara (J.E. Quibell, Excavations at Saqqara (1908-9, 1909-10), The monastery of Apa Jeremias, IFAO, Le Caire, 1912).
Il refettorio del monastero di Apa Geremia a Saqqara (J.E. Quibell, Excavations at Saqqara (1908-9, 1909-10), The monastery of Apa Jeremias, IFAO, Le Caire, 1912).

Un affresco trovato nel monastero di Apa Geremia a Saqqara e ora conservato al Museo Copto del Cairo.
Un affresco trovato nel monastero di Apa Geremia a Saqqara e ora conservato al Museo Copto del Cairo.