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La collezione di tessuti copti "Antonio Ratti" - a cura della Dott.ssa Franca Angonoa Gilardi

Collezione Ratti scheda tipo : analisi delle singole voci

Provincia e comune: questa voce, come la successiva, aveva la funzione d'indicare, agli studiosi, la località di conservazione.

Luogo di posizione: a quanto mi consta, dal 1995, i tessuti sono conservati presso la "Fondazione Antonio Ratti" (Lungo Lario 9) di Como a disposizione degli studiosi e di tutti coloro i quali perseguano indagini storico-scentifiche sul tessile (Catalogo Multimediale).

Oggetto: in generale l'attività di catalogazione ha duplice finalità. Individuare gli aspetti tecnico-decorativi "esclusivi" d'ogni singola testimonianza ed, in parallelo, suggerirne un'ipotesi d'applicazione utile a successive opere d'approfondimento. Nelle collezioni in esame, tali finalità, vertono "essenzialmente" sul dato decorativo a scapito della mera funzionalità. Indipendentemente dalle scelte all'origine dell'attività collezionista messa in opera dal cav. Ratti[18] il dato non è, di per sé, né eccezionale né inspiegabile. Non va, infatti, taciuto che nei secoli oggetto d'indagine, a parte le misure discriminanti già in precedenza ricordate[19] (di natura prevalentemente cromatica), l'uso del tessile rimane "strutturalmente e funzionalmente" immutato. Oggetti d'arredo (tende, coperte, tappeti) e d'abbigliamento (abiti, scialli, veli) sovranazionali la cui uniformità si riverbera, con analoga intensità, sulle diverse etnie senza alcuna distinzione di natura religiosa[20]. Putroppo, il più delle volte, i frammenti sono stati sezionati e smembrati al punto da essere pressoché irriconoscibili., prevalentemente a causa della vivacità del mercato antiquario.

Provenienza: area nella quale sono riportati tutti i dati di rinvenimento o d'acquisto. Al riguardo per quanto corra l'obbligo precisare che il Cav. Ratti, facendo proprio un atteggiamento diffuso nel collezionismo privato, non abbia mai dichiarato le sue fonti d'approvvigionamento, non è superfluo procedere ad alcuni chiarimenti. Il clima arido dell'Egitto e i tipi d'inumazione (Musei Vaticani "velo di mummia" inventario 17953 fotografia 1) ivi adottati (più l'uno che gli altri) hanno permesso la conservazione di una cospicua documentazione tessile la quale può, per quanto concerne il tessile istoriato, definirsi distintiva. E' infatti dato ormai accertato e consolidato che tale tipologia, sebbene particolarmente apprezzata nel mondo antico (fonti letterarie e pittoriche), è, salvo rare eccezioni[21], pressoché estranea alla documentazione archeologica delle altre aree geografiche. Un'assenza alla quale si sono collegate ipotesi ricostruttive diverse e, nella sostanza, erronee. Si è infatti ipotizzato che le stoffe istoriate, dato il luogo di rinvenimento, fossero tutte di produzione egizia o, in linea diametralmente opposta, importate in Egitto da centri manifatturieri esteri. Posizioni giustificate dalla qualità "altalenante" dei dati (archeologici, giuridici, artistici e letterari) di supporto analitico. L'unico dato certo era ed è che, in Egitto, l'uso del tessile istoriato, è non solo tardo (XVIII dinastia) ma, dal punto di vista tecnico ed iconografico[22], eccezionale.

Comunque ascriverla tecnicamente al vivace interscambio politico – diplomatico tipico della XVIII dinastia e riconoscere nelle sue caratteristiche tipologiche e decorative, i prodromi della koinè culturale, in seguito, caratterizzante l'intera area mediorientale, non aiuto' gli studiosi a risolvere i problemi in essa sottesi. Né quelli concernenti l'origine (molto probabilmente estremo-orientale) né, tanto meno, quelli concernenti la produzione e successiva commercializzazione. Ambiti sui quali, data la deperibilità dei manufatti impiegati[23], sono le fonti letterarie e giuridiche a fornire le indicazioni più utili, seppur non "organicamente" esaurienti, ad una corretta ricostruzione della storia della manifattura tessile: dal suo perfezionamento d'età greco-romana, all'ingresso nell'orbita islamica. Da queste traspare un percorso uniforme nel quale, come s'è già avuto modo di rilevare (vedere voce Qibti), le nuove popolazioni non opposero alcuna modificazione di natura strutturale e giuridica. Alla luce di quanto illustrato si ritiene quindi più corretto immaginare un'attività manifatturiera, ovunque, nei limiti produttivi imposti dalla disponibilità materica, indipendentemente dalle diverse vicende politiche e, per quanto concerne specificatamente l'Egitto, rispettosa della rigida pianificazione statale di tradizione faraonica. Atteggiamenti del resto tipici delle società preindustriali e protezionistiche ed, in quanto tali, lungi dal generare stupore[24].

Unica novità l'introduzione di un sigillo governativo garantente il pagamento dell'onere fiscale dovuto all'amministrazione (fosse questa imperiale o califfale), la qualità delle materie impiegate ed il luogo di produzione. Grazie all'abolizione dellla restrizione bizantina sull'impiego della seta, all'introduzione di nuove fibre tessili (cotone) e allargamento della rete commerciale[25] le manifatture si specializzarono. Certo per le città egizie (per citarne alcune: Dabiq, Sata, Alessandria, Damietta, Tanis nel Delta, Bahnasa, Asmunayn, Asyut, Akhmim Assuan nell'alto Egitto) questo fu un periodo di notorietà[26] (dai regni d'occidente all'India. Paese nel quale i tessili egizi erano genericamente indicati con il termine Kabati), non certo di predominio esclusivo. Una fama[27], comunque, di breve durata. Nel XIII secolo, in seguito agli attacchi mossi dall'esercito crociato, saranno i mussulmani stessi a "sacrificare" l'attività. Damietta, dopo essere passata di mano diverse volte, venne distrutta dai mammalucchi (5 novembre 1219). Stessa sorte tocco', nel 1227, a Tanis, una città nella quale, al culmine della produttività (1115), i telai attivi erano più di 5000.

Dati di scavo: è presumibile che tutti i frammenti tessili appartenenti alle cosiddette due Collezioni Ratti, come la maggior parte dei documenti oggi conservati presso le maggiori collezioni pubbliche, provengano da campagne di scavo condotte in epoca antecedente la seconda metà del XX Secolo. Data la tecnica d'indagine allora adottata non deve quindi sorprendere che essi, in generale, siano privi d'adeguate indicazioni di supporto ed analisi.

Datazione: in questa sede, come allora presso villa Sukota, è mia intenzione suggerire quanto, a suo tempo, già rilevato da P. du Bourguet[28]. Ovvero che, a causa di quanto sopra illustrato, la determinazione cronologica dei tessuti è, in generale, d'impossibile determinazione. Le uniche posizioni, al momento, certe sono: quella di una tunica rinvenuta, in una tomba di Hawara, da Sir Flinders Petrie[29] (tomba contenente una moneta ascrivibile all'anno 340 d.C.) e di un lenzuolo proveniente dalla tomba dei coniugi Aurelius Colluthus e Tisoia ad Antinoe[30] (fotografia 2), tomba datata dal testamento al 454-456 d.C.[31]

Datazione indicativa proposta: per ovviare alle difficoltà documentali, sopra enunciate, oltre ai moderni metodi d'indagine scientifica, decisivo è lo studio stilistico-decorativo comparato. Un metodo che ha la sua origine storica nella ricerca avviata da A. F. Kendrick[32] sulla collezione tessile del Victoria and Albert Museum di Londra (1920). Uno studio che, sebbene articolante l'opera d'alcuni ricercatori successivi quali M. S. Dimand[33] (1924) e A. Wulff / W. F. Volbach[34] (1926), già negli anni trenta, appariva molto limitato. Perno del contendere, la proposta di suddividere i frammenti in tre soli periodi: un periodo greco-romano (III-V Secolo), un periodo di transizione (V-VI Secolo), un periodo copto interamente cristiano (VI-VIII Secolo). Un'indagine influenzata più dal clima culturale dell'epoca che della qualità tecnico artistica dei tessuti. Fu necessario attendere un decennio e lo studio tecnico di R. Pfister[35] per assistere ad un rinnovamento nella metodologia d'indagine e, conseguentemente, proporre l'ipotesi (E. Kuhnel[36] 1938) di prolungare la "tradizione copta" in epoca Fatamide (969-1171 d.C.)[37].

Proposta ripresa, in periodo postbellico, dallo studioso francese P. du Bourguet il quale, in due successivi articoli del 1953[38], facendo in parte proprie le conclusioni prodotte da E. Kuhnel, giunse ad ipotizzare una rilettura cronologica dei documenti tessili. Questa avvenne in fasi successive: dapprima, attraverso un'indagine dei dati estrapolati dalle fonti letterarie[39] ed, in seguito, attraverso un esame comparato tra le diverse tipologie ornamentali. Il lavoro ebbe un duplice favorevole effetto: produsse una "generale" ridistribuzione cronologica della documentazione tessile e suggerì, ai ricercatori, una nuovo sistema d'indagine operativa. Questo, dal 1964, è alla base tutti i lavori. Ciò detto, va ripetuto e ricordato che, in assenza di documenti di sicura ascrizione cronologica, ogni attribuzione è da ritenersi indicativa e, quindi, sempre riportata con beneficio del dubbio.

Attribuzione: è solo a partire dall'età islamica che la cimosa diviene elemento utile alla definizione del laboratorio, del peso e della qualità delle materie prime impiegate.

Materiale: le due collezioni Ratti propongono una varietà materica esaustiva. Questa, proponendosi singolarmente o in abbinamento, concorre, congiuntamente all'esame comparato (tessile, letterario ed artistico), alla determinazione cronologica. Al lino[40], di tradizione antica[41], gradualmente, s'associano altre fibre naturali. Prima fra tutte, a partire dall'epoca post-faraonica, la lana[42]. Una presenza, in origine (epoca greco – romana), esclusiva degli elementi ornamentali che, nel progredire del tempo (epoca bizantina ed islamica) finisce per interessare di sé l'intera struttura del manufatto. Altrettanto cronologicamente collocabile è la seta la quale, nella collezione in analisi, non si presenta mai in modo esclusivo ma, sempre, in abbinamento: con il lino e/o con la lana. Al riguardo, pur non ignorando il dibattito innescato dalle campagne di scavo condotte nella necropoli d'Akhmim[43] e d'Antinoe[44] (origine produttiva ed influenze artistiche Sassanidi), è dato storico (Codice di Teodosio del 438) consolidato la presenza, in Alessandria, di un famoso gineceo "serico" imperiale (V Secolo). Diverso è il caso del cotone che in Egitto rimane, per un lungo lasso di tempo, prodotto d'importazione. Il suo uso sporadico (documentazione letteraria)[45] è, dalla collezione in esame, ampiamente certificato: due frammenti in abbinamento col lino e un unico frammento in abbinamento con la seta. Da quanto ora esposto, integrando quanto già evidenziato precedentemente (vedere voce provenienza), è possibile concludere che, in area egizia, dalla piena età faraonica all'età islamica, la materia prima fu interpretata in modo duttile: non un limite ma, incentivo produttivo. La coltura del lino, per quanto garantente una fibra d'ottima qualità, già in epoca romana, non era tale da soddisfare la necessità interna. Si sarebbe potuto sopperire con l'importazione rinunciando al bagaglio tecnico di una tradizione millenaria ma, dato il persistere dell'attività, tale non fu la scelta adottata. Al contrario è evidente che in Egitto si è realizzato il primo, vero e proprio, esempio di rinnovamento produttivo, con un sorprendente anticipo sulle successive scelte industriali. Un rinnovamento nel quale, come suggerito dalle fonti, l'appartenenza ad un'area politica e commerciale "allargata" favorisce l'amalgama tra: perizia esecutiva e nuove disponibilità materiche.

Tecnica: in assenza di documenti archeologici certi (materiali deperibili e riciclabili) sono le fonti letterarie ad informare sullo spettro tecnico a disposizione dell'industria tessile egizia, sulla perizia degli operatori, sui livelli qualitativi dei suoi manufatti e sulla loro successiva commercializzazione. Secondo tale documentazione le diverse operazioni erano affidate ad ambiti operativi distinti. Le operazioni di "preparazione", dalla coltura/tosatura alla filatura[46], avvenivano in ambito domestico, mentre ad opifici di settore erano affidate le successive attività di tintura[47] e tessitura. Su telai: orizzontali (Antico Regno), verticali (Nuovo Regno), verticali a pesi (Nuovo Regno), a cartoni[48], orizzontale a tiro (III/IV Secolo) e a pedali[49]. Le soluzioni tecniche ed esecutive adottate nelle manifatture egizie d'età imperiale ed islamica erano diverse e tutte, in larga parte, già in uso nell'antecedente epoca faraonica; le più diffuse erano: tele[50], reps[51], cannellati[52], lacci[53] e sprang[54]. A queste s'affiancavano le cosiddette tipologie "complementari" quali: la spola volante, il ricamo, il tiraz e l'arazzo.
Se, per la spola volante, non sussistono difficoltà di determinazione cronologica (i primi esempi datano al III Secolo[55]) e documentazione tecnica[56] (dal VII Secolo d.C.), più complesso è determinare un quadro omogeneo per quanto concerne: l'arazzo, il ricamo, il tiraz e lo sprang. Con il termine ricamo[57] s'indica un'esecuzione "ad ago" su superfici tessili diverse per qualità e sostanza. Trattasi di una tecnica antichissima, d'origine, molto probabilmente, estremo - orientale[58]. Tecnica che, in epoca imprecisata, si diffonde in tutti i paesi circondanti il bacino mediterraneo[59]. In Egitto, per quanto le prime testimonianze datino ad epoca antica (XVI secolo a.C.), il suo uso si consolida dall'età romano – bizantina distinguendosi, rispetto alla tradizione manifatturiera antecedente per l'impiego di maestranze (confermato dalle fonti) prevalentemente di sesso maschile:

"(...) A Hermammon, saluti e auguri da Longino ... Noi ti salutiamo da Pelusium ... Se i tessuti sono arrivati ti prego di essere cosi' gentile di darne al mio giovane fratello un paio nella versione più soffice e ricamata e non di quelli di qualità scadente ... sii di cuore nobile e ricordaci come noi ti ricordiamo ... Boezio, il ricamatore, ti saluta".[60]

Nel rispetto del significato originario del termine sembrerebbe doveroso ascrivere a tale ambito anche il "tiraz" (parola di derivazione persiana) ma, a fronte di un uso linguistico da sempre impreciso e, coinvolgente tecniche spazianti dalla pittura, al ricamo, alla tessitura, si ritiene più corretto distinguere individuando nell'uso del sostantivo non tanto una tecnica quanto un soggetto raffigurato: più precisamente l'uso di un testo in funzione decorativa[61]. Analogamente difficile è spiegare cosa s'intenda con il sostantivo "arazzo". Un termine di derivazione geografica che sebbene indicante, con certezza, l'area e l'epoca di diffusione in ambito europeo[62], non fa luce né sull'origine tecnica né, tanto meno, sull'epoca storica in cui essa si è prodotta. Problemi ai quali gli storici tessili, in generale, non hanno ancora saputo proporre soluzioni interessanti ed esaustive se non, data la presenza di documenti archeologici certi, un superficiale riferimento all'Egitto inteso in senso lato. Un'imprecisione, ancora oggi, risentente del vivace dibattito innescato, all'indomani dei primi ritrovamenti, da due eminenti personalità: Gerspach e Gayet. Gerspach[63], forte della sua esperienza lavorativa quale direttore della manifattura di Gobelins, propose, alla fine del XIX secolo, per i reperti la definizione di: «Gobelins copti». Una definizione contestata, un decennio dopo, dal Gayet[64], il quale ritenne più corretto in essi individuare la testimonianza di due successive fasi operative: la prima di tessitura e, la seconda, aggiuntiva, a ricamo (punto gobelin). Oggigiorno punto nodale per il prevalere di una tra le due posizioni proposte è la presenza, accertata in Egitto (documentazione archeologica), di telai se non analoghi, certo molto prossimi[65] a quelli ancora in uso nella manifattura di stato francese: telai ad alto e basso liccio[66]. Una presenza di per se stessa non tale da escludere la possibile coesistenza tra le due soluzioni operative proposte ma, dal punto di vista tecnico, sufficiente a far prevalere la prima sulla seconda ipotesi. Un'interpretazione del resto ampiamente suffragata dalle fonti letterarie antiche. Per fare un esempio, si ricorda la raffinata ed elegante opera del bizantino Paolo (580 d.C. circa)[67] celebrante la ricostruzione del tempio di Santa Sofia" dopo il crollo della cupola (7 dicembre 558) e la sua successiva riconsacrazione (dicembre 562). Versi nei quali, oltre ad esprimere il commosso stupore per la grandiosa bellezza del tempio, per la ricchezza delle luci, la vivacità cromatica dei mosaici, il poeta informa sulla presenza dei tessuti (parietali e di arredo), sulla scelta dei temi in loro rappresentati e sulla tecnica d'esecuzione

(...) ornamento non prodotto con l'aiuto dell'ago, introdotto attraverso il tessuto da mani laboriose, ma dalla navetta, mutevole nel colore e nello spessore di filo che forniva la forma barbara" (...)

Misure: per convenzione internazionale la voce dovrebbe riportare, in centimetri, le dimensioni ante e post restauro dell'oggetto in analisi

Condizione giuridica: indicazione della proprietà

Stato di conservazione: in generale ottimo. Tutti i frammenti sono stati, in fasi successive, doverosamente stati restaurati. Le schede di restauro che all'epoca ebbi modo di visionare, concernenti i frammenti in seguito inseriti nel catalogo, erano particolarmente succinte e, in merito alle tecniche d'intervento adottate, ripetitive[68]. La cosa mi ha portata a concludere che tutti i frammenti provenivano: o da collezioni precedenti acquistate in blocco o, cosa molto probabile, data l'uniformità d'indirizzo, oggetto di acquisti progressivi effettuati, presumibilmente, in epoca antecedente il 1970 (data suggeritami dai caratteri della macchina per scrivere utilizzata nella redazione delle etichette d'accompagnamento allegate).

Restauro: tutto quanto concernente l'intervento. Fotografie, misurazioni, esami chimici, tecnici e spettrografici. Elenco completo delle sostanze (naturali e chimiche) utilizzate. Spiegazione dettagliata delle tecniche adottate. Riposizionatura e suggerimenti di manutenzione. Al riguardo è utile precisare (allora ed oggi) che, per quanto il restauro del tessile sia oggi regolamentato su una "successione" operativa "mondialmente" uniforme e codificata[69], esso deve, necessariamente, essere preceduto da tutte le operazioni utili al: riconoscimento (consistenza e resistenza) delle fibre tessili, alla qualità e alla tenuta delle sostanze coloranti nel rispetto, dato interessante e delicato, delle sue condizioni originarie.

Colori: se oggigiorno, dal punto di vista fisico[70], lo studio dei colori non presenta alcuna difficoltà, più arduo è delinearne la valenza[71] ed il significato loro affidato nel mondo antico. Chi intende accostarsi seriamente al problema deve, in primo luogo aprirsi a diverse discipline e, in secondo luogo, coniugare le considerazioni ottiche e chimiche ai problemi materici, lessicali, artistici, cercando di ricostruire, nel modo più completo, l'immagine dell'uomo nella sua società di riferimento.

Questa ricostruzione non può prescindere dalla considerazione che, in ogni epoca, l'uso del colore accosta alle indicazioni di natura fisica "sensazioni" ed elaborazioni celebrali, il cui significato simbolico eccede i limiti imposti dalla moderna semantica. Al riguardo le due collezioni Ratti sono interessanti non solo quale testimonianza dell'intera gamma cromatica a disposizione del tessitore antico ma, soprattutto, dall'uso conoscente e distintivo che questi fa dei colori (primari, secondari e terziari[72]) e del loro accostamento armonico.

I circa centoquaranta reperti testimoniano l'evoluzione dal primigenio sistema binario (bianco[73] - nero[74] e bianco - rosso[75] espressione "cromatica" degli stati d'opposizione: chiaro - scuro, pallido - brillante, denso - liquido, secco - umido, pulito - sporco, caldo - freddo, vicino - lontano) il quale, attraverso l'assimilazione del giallo[76] al bianco e del verde[77]/blu[78] al nero, raggiunge la maturità dell'espressione artistica nella quale, le diverse valenze cromatiche, hanno ruolo attivo e decisivo.

Nell'epoca d'interesse i coloranti potevano avere diverse provenienze (animale, vegetale e minerale) con un indiscusso predominio per le sostanze di derivazione vegetale. Il rosso, nelle sue diverse tonalità, poteva essere ottenuto: dalle radici di una pianta erbacea delle Rubiacee (geranza o robbia[79]), dalla radice dell'alcanna (Lawsonia inermis, in arabo hinna, o alkanna tinctoria), e dal prodotto animale detto granum o coccum (dal greco kokkos), che tra le sostanze citate è indubbiamente la più cara. Nome frequentemente utilizzato, nei testi latini e vernacolari, per designare il prodotto dai corpi essiccati del Kermes (dall'arabo qirmiz): un insetto parassita infestante alcune querce, sempre verdi, del nord Africa e del sud Europa[not 80]. Indipendentemente dal costo erano le gradazioni cromatiche prodotte a determinare l'uso. La rubia tinctoria s'impose per la varietà proposta (variante dal rosa al marrone violaceo in funzione del mordente e della temperatura del bagno di tintura utilizzato) e perché, già in epoca antica, ritenuta adatta a sostituire la porpora[81]. Al Kermes s'affidavano, al contrario, le tonalità più intense e vivaci; tonalità cui va attribuito il largo gradimento del prodotto nell'Europa medioevale (drappi scarlatti[82]). Analogo discorso per il blu. Dalle piante del genere indigofere (Indigofera tinctoria, Indigofera hirsuta, Indigofera anil e Indigofera argentea) s'otteneva una sostanza colorante di buona qualità, intensa (indaco[83]), semitrasparente, non molto stabile alla luce ma, particolarmente adatta alle operazioni di tintura. Sempre d'origine vegetale è il guado il quale s'ottiene dall'isatis tinctoria[84]: una pianta appartenente alla famiglia delle crucifere. Il giallo poteva avere derivazioni diverse: dal cartamo (carthamus tinctorius o falso zafferano[85]) e dallo zafferano (crocus sativus). Presenti, nelle epoche d'interesse, i colori ottenuti per combinazione. Ovvero per immersione in successivi bagni tintori. Immergendo i tessuti blu in bagni di robbia e alcaneto s'ottenevano: i rossi purpurei, il marrone e il nero. Procedimento analogo per l'ottenimento del verde (bagni successivi in giallo e blu). A conclusione, merita un discorso a parte, l'analisi della superficie di fondo: ovvero la superficie sulla quale s'intersecano o poggiano le diverse decorazioni. In questa collezione, come altrove, essa testimonia non solo sull'eccezionalità dell'uso del bianco[86] nel mondo antico ma, cosa ben più interessante, l'importanza in quest'epoca attribuita alle fibre. Un periodo nel quale la materia prima non è intesa come fine a se stessa[87] ma, come parte fondante di un processo creativo complesso. Un'epoca nella quale il lino[88] s'impone per le sue qualità: fisiche, strutturali e cromatiche.

Frammenti analoghi: come chiarito in precedenza (voce Datazione indicativa proposta), dalla seconda metà del XX secolo, è il metodo proposto dallo studioso francese P. du Bourguet ad articolare tutti i lavori d'indagine. Esso verte sulla considerazione che presentando, il tessile, stilemi decorativi condivisi (restante produzione artistica) è impensabile attribuire ad essi interessi saltuari ed eccezionali. Al contrario, essendo l'adattamento costante nell'arco dei secoli, s'impone un'analisi la più dettagliata possibile la quale, facendo uso dei diversi ambiti disciplinari (culturali, politici, religiosi, sociali ed economici), partecipi, attraverso il tessile, alla ricostruzione dell'intera esperienza umana. Un lavoro arduo, logisticamente complesso data la dispersiva frammentazione dei dati documentali, per la cui valutazione si rimanda al successivo elenco delle collezioni mondiali più consultate.

Descrizione: per quanto strano possa sembrare, anche questo settore può generare posizioni difformi tra gli studiosi. Materia del contendere, ancora una volta, la scelta del lessico. Questo, nell'auspicio di tutti, deve essere il più rispondente possibile non solo all'elaborazione tecnica del manufatto ma, alla decorazione proposta. Ciò nonostante permane una certa qual confusione ascrivibile, in parte, al dibattito, sopra accennato, sull'origine delle tipologie tecniche e, in modo più sostanziale, al persistere «atemporale» dei diversi soggetti decorativi.

Per tale ragione, nella redazione dei testi si è preferito un lessico più arcaico, di derivazione latina (articolato in: clavi, orbiculi e tabule) all'uso di termini oggi consueti quali fasce, medaglioni e decorazioni "rotate o a rote"[89]. Termini probabilmente obsoleti che, nell'intenzione comune, sembravano meglio adattarsi non solo alle superfici (come si avrà modo di vedere di solito singole e rigidamente delimitate) ma, cosa ben più interessante, ai soggetti decorativi e all'epoca d'apparente produzione.

Nei frammenti articolanti le collezioni Ratti, gli elementi tratti dall'antico stile egiziano, o ad esso ispirati hanno spazio limitato: più ispirazione che copia di riferimento. Di tradizione egizia sono: i putti - volteggianti, nuotanti, su barche o immersi in paesaggi nilotici - i pesci e gli uccelli, le gazzelle, gli animali feroci, le lepri dalle lunghe orecchie. A questi soggetti, ad opera delle successive dominazioni, si vennero sommando temi iconografici nuovi o di rinnovamento. Essi sono: la processione dionisiaca, la caccia - cacce a piedi o a cavallo- ed, infine, figure singole di danzatori. Per concludere, in entrambe le collezioni, sono presenti soggetti di chiara tradizione pagana la cui trattazione evidenzia segni d'indubbio rinnovamento stilistico.

Il senso religioso[90], la narrazione, il gusto per la costruzione plastica, chiaramente avvertibili in altre documentazioni (si vedano, ad esempio, alcuni frammenti costituenti le collezioni tessili: del Louvre, Dumbarton Oaks di Washington, Museum of Art di Cleveland, Ermitage di Leningrado, Museo Puskin di Mosca), non hanno qui valore pregnante. Al contrario, la campitura cromatica appiattita e la progressiva dissoluzione del dato naturale certificano un procedere progressivo verso il preziosismo e l'astrazione decorativa. Per facilitare quanto ora riassunto si rimanda alla successiva, sintetica, illustrazione dei caratteri stilistici tipici.

[1]    «    5  |  6  |  7  |  8  |  9    »    [14]

Note

[18] Un'attività da sempre emanazione delle sue scelte professionali

[19] Una veste nera, un turbante giallo ed una croce avevano la funzione di distinguere, in pubblico, i cristiani dalla restante popolazione mussulmana.

[20] Nei cimiteri, posti all'interno dei monasteri, i corpi dei laici si mescolano a quelli del clero senza alcun'aggiunta di natura distintiva. E' ormai dato consolidato che se, nella prima epoca cristiana, nessuna disposizione interviene a regolare l'abbigliamento ecclesiastico e monacale gli inventari ecclesiali non sembrano distinguere tra arredo sacro e arredo profano. Tale è la norma sino alla fine dell'VIII secolo circa (N. Morfin 1983).

[21] Tessuti provenienti da Palmira e Dura Europos R.Pfister "Textiles de Palmire" Paris, edit.d'art et d'histoire, I, 1934; II 1937; III 1940 R. Pfister e L. Bellinger tessuti a soggetti floreali Yale University, 1945 II-III Frammenti datati II-III secolo d.C.

[22] G.M.Crowfoot and N.Garies Davies "The tunic of Tutankhamum" Journal of Egyptian Archeology, 1941, 26, pp.113-138

[23] Al riguardo si segnala che, pur a fronte dei numerosi reperti oggi articolanti le collezioni internazionali -mediorientali, europee e nord americane- al momento, salvo i sempre possibili errori ed omissioni, solo in un frammento di tessuto (in lana) oggi conservato presso il Museo d'Arte Islamica del Cairo è riporta (iscrizione cufica) il luogo e la data di fabbricazione (Kais, Alto Egitto, 784-785 d.C.).

[24] Non deve essere, a questo proposito, ignorata l'importanza conferita all'abito. Un bene, in quest'epoca, di natura economica, immediatamente convertibile in valuta corrente, socialmente discriminante, trasferibile in via ereditaria.

[25] I risultati di questi scambi ebbero a volte effetti curiosi. Come velo di Sant'Anna, oggetto di pellegrinaggio nella regione francese del Vaucluse, che è, in realtà, frammento di vestito fatamide in seta decorato con immagini profane: sfingi ed iscrizioni arabe qualificanti l'oggetto come un tiraz proveniente dalla città egizia di Damietta. A. La Barre Starensier "An Art Historical Study of the Byzantine Silk Industry" Ann Arbor University Microfilms, Columbia Dissertation, 1982.

[26] Idrisi informa che l'Egitto era famoso per le tele di lino; fini al punto da essere paragonate alla membrana interna dell'uovo. Abu Abdallah Muhammad Ibn Muhammad Ibn Abdallah Ibn Idris al-Qurtubi al-Hasani (nome completo di Idrisi), nacque a Ceuta, nell'odierna Spagna, nel 1099 e studio' a Cordova. Viaggiò molto per i suoi studi finendo per stabilirsi a Palermo, presso la corte normanna. La data della sua morte è controversa, tra il 1166 ed il 1180. Le sue notizie biografiche sono di difficile reperimento perché considerato dai biografi arabi un rinnegato perché al soldo di un sovrano cristiano. Il suo maggiore contributo è da ricercarsi nello studio delle piante ufficinali di cui fu collezionista, conoscitore e divulgatore. Oltre a ciò, diede un originale contribuito allo studio della geografia del mondo che descrisse nel : Al-Kitab al-Rujari (Il libro di Ruggero). Il libro noto anche sotto il titolo di « Nuzhat al-Mushtaq fi Ikhtiraq al-Afaq » vale a dire la gioia di chi desidera viaggiare nel mondo; enciclopedia di paesi dell'Africa, Asia ed Europa.

[27] Le fonti delle prime dinastie islamiche affiancate a quelle arabe e orientali forniscono una lista impressionante di termini tessili. Una lista che si mantiene sostanzialmente inalterata nella variegata e, copiosissima, letteratura del periodo successivo (IX al XV secolo). Testi geografici (recanti indicazioni sulle diverse specialità), poetici, sapienziali e redazioni commerciali in cui, alle stoffe, è riservato un posto importante. La ricchezza del vocabolario utilizzato, anche nella fredda compilazione degli elenchi commerciali, è infinita, stupefacente, non sempre, al momento, di facile traduzione. Una ricchezza linguistica che, da sola, testimonia sull'importanza ascritta ai tessuti dalla civilizzazione arabo-islamica. Segno esteriore di gerarchia sociale, oggetto di un prospero commercio, manifestazione di potere e ricchezza.

[28] P.du Bourguet "Musée national du Louvre. Catalogue des Étoffes Coptes" Musée du Louvre Paris 1964 pag.17

[29] Due orbiculi a disegni geometrici rinvenuti in una tomba di Hawara (Fayoum) W. M. Flinders Petrie "Hawara, Biahmu and Arsinoe" London 1889 tav. XXI

[30] Pannello di Aurelius Colluthus e di sua moglie Tisoia Lino e lana Antinoe Metà del V secolo Cm 205 x144Bruxelles Musées Royaux d'Art et d'histoireInv Tx 2470

[31] J. Lafontaine-Dosogne "Textiles coptes" Musées Royaux d'Art et d'Histoire, Bruxelles 1988, fig.17

[32] A. F. Kendrick "Catalogue of Textiles from Burying Grounds in Egypt" Victoria and Albert Museum, London I, 1920

[33] M. S. Dimand "Die Ornamentik der Agyptischen Wollwirkereien" Lipsia 1924

[34] O. Wulff e W. F. Volbach "Die Altchristlichen und Mittelalterlichen Byzantinischen und Italienischen Bildwerke" Berlino 1926

[35] R.Pfister "Etudes textiles" Revue des Arts Asiatiques 1934, pp.77-92

[36] E.Kuhnel "La tradition copte dans le tissus musulmans" Bull.de la Société d'Archeologie copte, IV, 1938, pp.79-89

[37] E.Kuhnel "La tradition copte dans le tissus musulmans" Bull.de la Société d'Archeologie copte, IV, 1938, pp.85-86

[38] P.du Bourguet "La fabrication des tissus coptes aurait-elle largement survecu `a la conquete arabe?" Bull.de la Société archeologique d'Alexandrie, 1953, 40, pp.1-31 P.du Bourguet "Un groupe de tissus coptes d'epoque musulmane" Cahiers de Byrsa (Carthage), III, 1953, pp.167-174

[39] P.du Bourguet "Musée national du Louvre. Catalogue des Étoffes Coptes" Musée du Louvre Paris 1964

[40] Pianta d'origine vegetale. Si ricava dal fusto, o libro, di una pianta appartenente alla famiglia delle Linacee, il Linum usitatissimum, dai cui semi si ricava anche l'olio.

[41] Erodoto "Storie" libro II, 37, Rizzoli 1984, p.361

[42] Erodoto "Storie" libro II, 81, Rizzoli 1984, p.411

[43] Akhmin (Panopolis). Città dell'alto Egitto sita a 5 km da Sohag. Città contro la quale Sant'Atanasio muove una violenta crociata iconoclasta. Gli scavi ivi condotti datano al XIX secolo.

[44] La città d'Antinoopolis (Antinoë), fondata dall'imperatore Adriano nel 132, s'estendeva sulla riva orientale del Nilo di fronte a Roda a 290 km dal Cairo. Essa è, originariamente, sede di un seggio vescovile dipendente dalla città di Tebe. Sotto Diocleziano è elevata a sede metropolita della Tebaide. Nel VI secolo preserva le reliquie di San Claudio. Al sito, oggi prevalentemente apprezzabile attraverso le incisioni realizzate nel corso della Spedizione Napoleonica, appartengono due importanti aree funerarie. La prima locata in area pianeggiante (poco distante dalle rovine cittadine), la seconda scavata in altezza (montagna). Aree cimiteriali distinte per censo (ceti medio bassi in pianura e nobiliari in montagna) il cui utilizzo sembra essersi esteso dalla seconda metà del II secolo all'epoca giustinianea. Indagate da A. Gayet nel 1901-2 esse hanno rivelato un'importante bagaglio: tessile, fittile e pittorico.

[45] Erodoto "Storie" vol. III, 47, Rizzoli 1984, p.65

[46] Plinio "Storia naturale" XIX, 16-18

[47] R. Pfister "Etudes textiles" Revue des Arts Asiatiques, 1934, pp.77-92

[48] A. Gayet "Notice relative aux objets recueillis `a Antinoè" Paris, ed.E.Leroux, 1900

[49] Winlock H.E. E Crum W.E. "The Monastery of Ephiphanius at Thebes, New York, The Metropolitan Museum of Art, 1926

[50] La tela nella lavorazione della seta nota come taffetà è l'armatura tessile base. S'ottiene dall'intreccio alternato dei fili d'ordito con i fili di trama. Al primo colpo si lavorano i fili pari ed al secondo quelli dispari. Essa non ha rovescio. Da questa armatura base derivano più tessuti: il gros, la saia, i rasi, ecc. Museo Egizio di Torino. Frammento con pittura raffigurante scena nilotica. Scavi Farina ad el-Gebelen supp.17138

[51] I reps sono anch'essi una derivazione dell'armatura a tela; trattasi, infatti, di variazioni di trama con orditi coperti.

[52] I cannellati per ordito possono essere: regolari o irregolari. Assi derivano della tela e si ottengono aggiungendo ai punti pieni ai punti pieni della tela. Se l'aggiunta è uguale i cannellati sono detti regolari (gros), nel caso essi saltino due o quattro trame (gros de Tours). Se l'aggiunta è irregolare, si hanno i cosiddetti cannellati irregolari.

[53] I primi esempi della cosiddetta tecnica a lacci o cappi risalgono all'XI dinastia (Deir el-Bahari).

[54] Le tecniche sprang (parola d'origine islandese) in epoca antica erano due. La prima realizzava un intreccio "ad ago" sui fili d'ordito stesi su di un telaio fisso di non grandi dimensioni. La seconda, più progredita, prevedeva un intreccio aggiuntivo su fili precedentemente posti in tensione (bastoncini orizzontali). La comparsa della tecnica sprang sembra trovare giustificazione in esigenze di natura funzionale. Una soluzione adeguata ad esigenze di: contenimento, adattabilità ed aderenza. La tecnica è accertata, in area egizio - medio orientale, a partire dal 1500/1000 a.C..

[55] P.du Bourguet "Les Etoffes du Musée du Louvre" Paris 1964: A3-AC177

[56] M. E. Rutschowscaya "Tissus Coptes" Ed. Adam Biro 1990 p.32

[57] Il termine deriva dall'arabo rakaim

[58] Molto probabilmente cinese

[59] Si parla di ricamo nei poemi omerici e nella Bibbia; quando Mose prepara il Santo Tabernacolo lo descrive con queste parole: "...fece il velo di porpora viola e di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto. Lo fece con figure di cherubino, lavoro di ricamatore." (Esodo 36,35).

[60] Papiro d'Antinopolis parte II, London: Egypt Exploration Society, 1950, vol. I pp.101-102

[61] 1993 Tissus d'Egypte: Témoins du Monde Arabe VIIIe-XVe siècles. Collection Bouvier. Musée d'art et d'histoire Fribourg, Genève and Institut du monde arabe, Paris.

[62] In epoca medioevale la città francese d'Arras è il primo centro manifatturiero europeo con laboratori specializzati nella tecnica ad arazzo

[63] E.Gerspach "Les tapisseries coptes du Musée des Gobelins" Gazette des Beaux-arts, 1887, pp.125-131

[64] A.Gayet "Catalogue des objets recueillis `a Antinoe, Paris Musée Guimet 1898

[65] Brevemente si può ricordare che telai più antichi erano verticali e non possedevano i licci e i subbi. Pertanto la lunghezza del tessuto dipendeva dalla lunghezza del telaio.

[66] Il telaio ad alto liccio si compone di: due grandi rulli, in legno di quercia o di pino, retti, in altezza, da supporti lignei (quadro). Su rulli sono disposti, in tensione verticale, i fili di catena divisi, in due serie distinte, dalle corde d'incrocio (licci) collegate a bastoni e pertiche d'incrocio poste al di sopra (alto liccio) dei fili d'ordito. Il filo d'incrocio (trama) scivola, trascinato dalla navetta, da destra a sinistra e da sinistra a destra. Nella tessitura ad alto liccio, il cartone è posto in trasparenza e il manufatto è sempre riproduzione esatta del cartone di modello. Un'operazione di tradizione antica documentata, anche se in modo semplificato, nella tomba di Djehutinefer a Tebe (Nuovo Regno). Una tecnica in tutto difforme a quanto certificato nel mondo classico (Erodoto II 35). Nel telaio a basso liccio i rulli sono paralleli al pavimento. I licci sono posti al di sotto (basso liccio) della catena e collegati ai pedali di funzione. L'incrocio di tessitura è determinato dal passaggio del "flute" che presenta, rispetto alla navetta, delle piccole differenze strutturali. Nella tessitura a basso liccio, data la posizione non agevole, il cartone è avvicinato alla superficie di catena ed il manufatto è sempre inverso al cartone da riprodurre. Il cartone è l'unico dato utile a "distinguere" le due soluzioni operative.

[67] Ricordato, nella sua qualità d'addetto alle assemblee solenni (Silentia) della corte dell'imperatore Giustiniano come il "Silentiarius" Paolo Silenziario (abbiamo di lui 78 epigrammi e due poemetti descrittivi, La chiesa di Santa Sofia).

[68] Il testo era, uniformemente: lavaggio, riposizione dei fili della catena, sotto vetro. E tale è stato riportato.

[69] Esami chimici, lavaggio, risciacquo (i frammenti sono posti su superfici in poliestere ed immersi in acqua demineralizzata), riposizionatura (graffatura ortogonale -trama ordito- su di una spugna in polietilene ricoperta di poliestere) ed asciugatura ventilata. Segue il consolidamento (su tessuto antico di recupero o crepe di seta).

[70] Il colore è prodotto dalla luce un'energia elettromagnetica visibile solo nel momento in cui interagisce con la materia. Più esattamente è il modo in cui avviene tale interazione a creare i presupposti perché la materia appaia più o meno visibile e differentemente colorata. La luce è costituita da un'unità energetica denominata "fotone" (dal greco "phòs"= luce di cui il genitivo "photòs" sta a significare "della luce" e a quanto ad essa attinente) o "quanto di energia". I fotoni, che siano di origine naturale (Sole) o artificiale (fuoco, candela, lampadina), viaggiano sempre alla velocità di 299.792 Km/sec (in condizioni normali nell'atmosfera terrestre); cambia, ovviamente, la loro quantità a seconda della fonte. Tutti gli oggetti sono formati da materia, intorno alla quale ruotano uno o più elettroni i quali, quando investiti dai fotoni, interagiscono riemettendo l'energia acquisita durante l'interazione. Questa energia è emessa sotto forma di nuovi fotoni che, essendo interattivi con il nostro sistema visivo (in grado di attivare i fotorecettori retinici), consentono di : vedere le cose, percepirne il colore, valutarne la sua intensità cromatica.

[71] Oggigiorno, come dimostrato da Isacco Newton (1666), si sa che la luce è solo apparentemente monocromatica. In effetti essa è prodotta dalla sintesi di diversi colori e che questi si distingono in spettrali (il rosso, l'arancione, il giallo, il verde, l'azzurro, l'indaco ed il violetto) ed extraspettrali (il porpora ed il viola).

[72] I colori primari sono: il giallo, il blu e il rosso. I colori secondari sono quelli ottenuti mescolando due colori primari: il giallo e il rosso danno l'arancio; il giallo e il blu il verde; il blu e il rosso il violetto. I colori primari e i secondari sono i componenti principali dello spettro solare. I colori terziari sono mescolanze di colori primari e secondari: giallo-verde, blu-verde, blu-violetto, giallo-arancio, rosso-arancio.

[73] Come il nero (nota 74) il bianco rappresenta uno stato di mancanza cromatica cio' nonostante, essendo espressione dell'immagine benefica della luce, segno di purezza e di santità (il "Muro Bianco" di Menfi, "l'unguento bianco" oppure la "cappella bianca"). Sinonimo di pace, gioia (una persona caratterialmente gioiosa era definita "bianca") e serenità che, quanto s'esercita in contrapposizione al rosso, funziona quale sottolineatura "araldica" della completezza, della perfezione, della dualità armonica tipica dell'Antico Egitto (corona bianca dell'Alto Egitto e corona rossa del Basso Egitto).

[74] Per gli egiziani il nero non è di per sè un vero e proprio colore ma lo stato di « assenza » cromatica. Esso aveva un duplice significato: rappresentava la morte e l'oltretomba ma anche la rinascita, la rigenerazione. Una contraddizione facilmente spiegabile: nero era il colore del fertile limo depositato dall'inondazione del Nilo e per tale ragione si associava a tale colore l'immagine della fertilità e della rigenerazione della terra; non per niente l'Egitto, per gli antichi egizi, era la terra di "Kemet" la Terra Nera. Lo stesso concetto veniva applicato alle divinità ed ad Osiride che tra questi meglio riassumeva l'idea della morte e della rianscita. Il signore dell'oltretomba, simbolo della rinascita della natura e, per questo motivo, detto anche "il Nero". Un concetto associato anche ad altre divinità connesse al potere rigenerativo quali: Anubi e Min, spesso raffigurati sotto forma di cani o sciacalli con il manto dipinto di nero.

[75] Il colore aggressivo per eccellenza, connesso al sangue, materializzazione della minaccia o della vittoria. Nel corso di alcune celebrazioni, gli abitanti del Nilo usavano colorare il corpo con della ocra rossa o indossare gioielli di colore rosso (coralli e cornaline). Il dio Seth era raffigurato con occhi e capelli rossi e sotto tale aspetto quando associato ad Osiride, il rosso, prese a significare pericolo. Il colore rosso prese quindi ad indicare stati emotivi particolari quali: l'ira (una persona con il "cuore rosso") e la violenza ("arrossare" era sinonimo di morte°. Il rosso era naturalmente anche il colore del fuoco che tutto distrugge.

[76] E' il colore del Sole e dell'oro, la secrezione di Ra, la purissima carne degli immortali. Allude a tutto quanto è perfetto, prezioso e vicino alla divinità.

[77] Colore della vegetazione simbolizzante la vita nascente quindi colore positivo per eccellenza.

[78] Il blu e l'azzurro erano, dell'antichità, dagli egizi colori divini; immagine del cielo e, quindi, della sede degli dei (Amon il cosmico). Immagine di serenità, pace e tranquillità.

[79] La garanza (o robbia) è una pianta erbacea delle Rubiaceae dalle cui radici s'estraeva il principio colorante, attualmente noto chimicamente come alizarina. Da questo, per reazione chimica e precipitazione con allume, è ottenuta una lacca rosso violetto. Particolarmente apprezzata quella ottenuta a partire dalla specie Rubia tinctoria. Conosciuta fin dall'antichità (Vitruvio, Plinio e Heraclius) è stata prodotta in Grecia, Olanda e Francia. In quest'ultima nazione la tradizione più consolidata è individuabile nella regione della Drome e quindi ad Avignone, uno dei più importanti centri di produzione dove fu introdotta nel 1766 da Althen, un commerciante d'origine persiana. Pur essendo sensibile alla luce come tutti i coloranti organici è particolarmente stabile. Ha trovato diffuso impiego come materia colorante, probabilmente in sostituzione della porpora, mentre nelle tecniche pittoriche è per lo più ricordata, nei vari trattati, come partecipe alle mescolanze utili nell'arte della miniatura. Ha conosciuto una notevole fortuna nei secoli XV e XVI, particolarmente in ambito fiammingo.

[81] Nonostante quanto più volte scritto, le ricette della porpora antica si sono perse a partire dall'VIII - IX Secolo; non solo per il sapere occidentale, che non né aveva mai, in ogni caso, approfondito i misteri ma, anche, per tutti gli artigiani del bacino del mediterraneo.

[82] L'etimologia del termine rimane controversa. Se l'ipotesi di un'origine araba - persiana è oggi destituita d'ogni attendibilità i possibili legami, oggi supposti, tra scarlatus e sigillatus, in altre parole tra una gamma cromatica ed un tessuto sigillato (controllato), è oggi ancora troppo fragile.

[83] La sua fabbricazione avveniva per macerazione delle foglie mature in cisterne d'acqua, con aggiunta di calce o ammoniaca e successiva ossidazione all'aria. Al termine di una serie di passaggi di purificazione il pigmento era essiccato in appositi stampi e commercializzato in pani. Utilizzato fin dall'antichità è ricordato, tra gli altri, da Plinio (I sec. d. C.) e da Cennino Cennini (fine sec. XIV).

[84] Pianta alta da 40 a 120 centimetri non spontanea. Seminata in settembre era sarchiata due volte: in autunno e in primavera. Le foglie avvizzite erano successivamente pestate in mortai e ridotte in una pasta omogenea. Una pasta che si lasciava fermentare naturalmente prima d'essere pressata in forma di piccole palle successivamente fatte essiccare prima della commercializzazione.

[85] Non particolarmente apprezzato in quanto solubile in acqua e per tale ragione poco resistente all'uso.

[86] Il vero bianco, come il vero nero, sono colori che s'impongono tardi nella storia della tintoria per le indubbie difficoltà connesse ai diversi metodi di preparazione. Nel caso specifico è in questa sede utile ricordare che sino alla fine dell'epoca medioevale le operazioni di candeggiatura, lunghe e complesse, si distinguevano per i risultati incerti e di breve durata.

[87] Per elasticità, resistenza e flessibilità.

[88] La raccolta del lino spazia su diversi periodi secondo il prodotto che si vuole ottenere. Quando il fusto è ancora verde, ed il frutto appena formato, s'ottiene una fibra sottile e poco resistente, chiamata lino azzurro. Quando il fusto giallo ed, il frutto, di colore giallo-verdastro s'ottiene una fibra più resistente ma, meno fine, chiamata lino bianco. Infine, quando lo stelo giallo scuro ed il frutto di colore bruno, s'ottiene una fibra grossolana, molto resistente, definita lino écru o corda.

[89] Daniela Lunghi né Il tessuto "a rote" raffigurato nella Croce dipinta da Barnaba da Modena Museo di Sant'Agostino - Sculture lignee e dipinti su tavola pp. 30-34 edito dal Comune di Genova nel 1994.

[90] L'acqua, l'albero della vita, il pesce sono immagini di tradizione antica che, dai primordi dell'esperienza cristiana assumono significato simbolico, rituale e teologico senza, per questo, perdere le loro valenze antecedenti. E' questo un punto sul quale non si può e non si deve transigere in un'analisi di valore artistico. Equivarrebbe a loro ascrivere un significato esclusivo che, almeno nell'epoca in esame, tale non era.






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Il Cav. Antonio Ratti e la  Dott.ssa Franca Angonoa Gilardi  fotografati in occasione della Mostra "Qibti Tessuti Copti" tenutasi a Como in aprile 1996.
Il Cav. Antonio Ratti e la Dott.ssa Franca Angonoa Gilardi fotografati in occasione della Mostra "Qibti Tessuti Copti" tenutasi a Como in aprile 1996.

La collezione di tessuti copti "Antonio Ratti" - a cura della Dott.ssa Franca Angonoa Gilardi

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