La collezione di tessuti copti "Antonio Ratti" - a cura della Dott.ssa Franca Angonoa Gilardi
Redazione Archaeogate, 22-02-2005
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Prima e seconda collezione Ratti - Catalogazione: caratteri generali
Sin dal primo esame i tessuti denunciarono tutte le problematiche tipiche del cosiddetto "collezionismo di formazione". Frammenti diversi per: dimensione, tipologia, tecnica e cronologia. Frutto d'acquisizioni ed interventi di restauro[6] (sempre realizzati in laboratori esterni alla Fondazione Ratti) non solo successivi ma, cosa ben più grave, non adeguatamente documentati (privi di documentazione fotografica ante e post restauro, indicazioni operative ed analisi chimiche).
Tessuti la cui catalogazione, dominata dalle condizioni in essere (la sistemazione sotto vetro precludeva ogni, "ulteriore", valutazione chimica, materica e sensoriale), sarebbe stata inevitabilmente obbligata dall'assunzione, contestuale ed incontestabile, delle povere indicazioni di restauro. Naturalmente limitatamente ai campi materici e tecnici: materiale impiegato e tecnica adottata. Diverso il caso e l'atteggiamento nei confronti di quanto (nelle schede di restauro) riferito in merito all'attribuzione operativa e cronologica[7]. Attribuzioni, per ragioni storico-stilistiche, pressochè d'assoluta inattendibilità.
Problemi ai quali il Cav. A. Ratti, avendo nell'arco del tempo affinato la sua personale sensibilità stilistica, era cosciente al punto da voler appianare, attraverso un approfondimento sociale, storico e religioso, le incongruenze rilevate tra attribuzione proposta e caratteri stilistico - decorativi. Una possibilità insperata per uno storico del costume per il quale il tessuto non è solo tecnica ma testimonianza d'evoluzione umana. Fondamentale fu quindi delineare il significato del termine "copto" e, naturalmente, quanto il suo uso intendesse indicare in ambito tessile. Una possibilità alla quale, allora ed oggi, attribuisco la particolarità del nostro rapporto: il nostro dibattere sulla storia, sugli usi e sui costumi. Un "girovagare" intellettuale su cosa era stato, su cos'era e su cosa sarebbe, eventualmente, avvenuto in seguito. Un "gioco" piacevole sul significato dell'abito e sull'uso distorto che, di esso, si faceva nel mondo moderno. Uno scambio diseguale tra: un imprenditore, colto e raffinato, ed uno storico entusiasta e logorroico.
Note
[6] I principali centri di restauro attivi in Italia sono: l'Istituto Centrale per il Restauro, fondato nel 1939 da Cesare Brandi (lo storico dell'arte che ha posto le basi teoriche del restauro moderno) e l'Opificio Pietre Dure Laboratorio di Restauro di Firenze 1975.
[7] Sull'argomento è interessante precisare che le vere e proprie schede di restauro furono esibite solo in concomitanza con la redazione del catalogo "Qibti. Tessuti copti". E' in quella sede si sviluppo' il dibattito sulle diversità cronologiche proposte.