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Nota alle antichità faraoniche in Cirenaica - di Alessandro Roccati

La civiltà faraonica ha lasciato tracce del suo irradiamento in tutte le regioni circonvicine, specialmente durante il I millennio a. C.: nel Corno d'Africa nelle culture napatea e meroitica, in Asia nel cuore dell'impero persiano[1], nel Mediterraneo attraverso la propagazione del commercio greco e fenicio. Soltanto nella zona ad ovest, nella Cirenaica storica, non appaiono segni evidenti di contatto, nonostante i rapporti dell'Egitto con la Libia sian dei più antichi e un'occupazione politico militare egiziana fosse attuata in quella direzione già al tempo dell'impero ramesside e poi di nuovo durante le dinastie saitica e tolemaica.

Nella guida ai reperti fornita da Porter e Moss[2] sono considerati sotto la Libia soprattutto ritrovamenti nel deserto occidentale a non grande distanza dal Delta del Nilo. Per strano che ciò possa parere, la Libia vera e propria non avrebbe motivo di apparire non fosse per alcune statue da Tolmeita (Tolemaide) che hanno un'inequivocabile identità egizia, e dalle quali traggo spunto per offrire alla memoria dell'Archeologo Sandro Stucchi una deferente riflessione di egittologo.

Si tratta in particolare, tra i vari oggetti di ispirazione egizia, di quattro monumenti statuari, più o meno integri, che onorano in un contesto cerimoniale, non funerario, dei privati, sacerdoti o ufficiali, vissuti sicuramente in un periodo anteriore all'impero romano. Essi sono stati riesumati dagli scavi di Gennaro Pesce in un edificio della predetta città costiera, dove era la presunta sede del governatore, che fu definita «palazzo delle colonne»[3]. Lo studio di Giuseppe Botti, al quale furono affidati i reperti, rimase a lungo inedito per gli eventi bellici. Nel frattempo si era mosso da Alessandria, con britannica baldanza, il direttore del museo Alan Rowe, che produsse una monografia in cui, con il pretesto di una sintesi sui legami storici tra Egitto e Cirene, pubblicava ed interpretava i documenti depositati nel museo dalla Missione italiana e trovati durante un'ispezione.

La scarsità di resti autenticamente egizi in una regione in cui è noto, a Cirene, un santuario dedicato ad Iside, può significare che l'Egitto qui fosse piuttosto presente attraverso la sua reinterpretazione ellenistica, essendo mancata anteriormente un'imitazione della sua cultura simile a quella che si riscontra in Nubia. Sembra plausibile che il fecondo confronto tra Greci ed Egizi nel paese del Nilo portò né ad un rifiuto della cultura indigena né ad una sua acquisizione formale, quanto ad una trasposizione dei valori nel linguaggio ellenistico, proprio di una società multiculturale, che qui era rappresentata dai dominatori. È l'Egitto in questa veste greca che emigrò attraverso il Mediterraneo e probabilmente approdò, tardivamente, nella Cirenaica dei Battiadi? Solo durante l'impero romano il mondo oramai lontano dei faraoni suscitò attenzione anche per i suoi aspetti formali. Come si deve quindi comprendere il ritrovamento a Tolemaide di alcuni oggetti autenticamente egizi? Le spiegazioni che ne sono state date seguono vie contrapposte.

Le tesi del Rowe mirano a presentare agli occhi dei personaggi, effigiati nelle statue che esamina, una Cirenaica egittizzata, al punto che anche le città avrebbero ricevuto nomi egizi, peraltro non confortati da altre fonti, con una totale assimilazione alla visuale rigidamente egizia. Tale atteggiamento, se comprovato, collocherebbe la Cirenaica, tra i paesi limitrofi con cui gli Egizi ebbero intensi rapporti, nella situazione della Nubia piuttosto che del Levante. È appena il caso di ricordare che persino il porto libanese di Biblo, benché legato all'Egitto da tempo immemorabile, mantenne sempre la propria identità e non vi fu alcun tentativo egizio di duplicare la sua immagine mediante un'interpretazione egizia.

Il Yoyotte al contrario, nella sua sagace trattazione di un frammento di statua[4] non ha dubbi nell'attribuirne l'arrivo alla dispersione di monumenti egizi attraverso il Mediterraneo avvenuta durante l'impero romano. Il probabile ritrovamento a Tolemaide di questo oggetto, che non era stato osservato né dal Botti né dal Rowe, non avrebbe di conseguenza un significato particolare, non più di quello conferitogli dal suo nuovo contesto, peraltro ignoto, al pari degli altri numerosi pezzi accomunati dalla diaspora[5].

Qualche ulteriore elemento di valutazione si può acquisire attraverso l'esame delle informazioni interne ai singoli pezzi, al fine di verificare se la loro presenza concomitante non sia dovuta ad una obiettiva coerenza storica con il luogo del ritrovamento. In effetti la tesi del Rowe si appoggia sulla mancanza di riscontri della toponomastica evocata dalle iscrizioni geroglifiche con quanto noto dalla terra del Nilo.

Egli ritenne pertanto che i luoghi menzionati avessero una pertinenza locale, per lo meno dal punto di vista cultuale che apparentemente domina la composizione di questi pochi testi, legando quindi il luogo della creazione con quello del ritrovamento.

D'altronde i frammenti annotati dal Yoyotte appartengono ad un sacerdote menfita conosciuto e precisamente datato alla fine del III secolo a. C.[6], un periodo in cui l'Egitto esercitava un saldo anche se contrastato dominio sulla Cirenaica. Parrebbe strano che un monumento di un alto personaggio di quel tempo dovesse attendere l'impero romano per trasferirsi in quella che era prima una ambita provincia dei sovrani lagidi.

Del resto nell'iscrizione, che è però frammentaria, non appaiono legami particolari con il (probabile) luogo di rinvenimento. Alla luce delle illazioni che consente questo oggetto può esser utile riconsiderare altri pezzi di fattura egizia.

Certo le città della Cirenaica, e non solo quelle, furono soggette a cambiamenti nella toponomastica, ma sembra strano che esse abbiano posseduto, e ribadito in piena dinastia lagide, una designazione egizia, che avrebbe dovuto avere dei precedenti ben più profondi di quanto le fonti restanti non comprovino. Pure ammettendo lacune nella documentazione locale, si sarebbe attesa anche qualche citazione nei testi pervenuti dall'Egitto vero e proprio.

Il collegamento menfita del sacerdote citato suggerisce però che anche gli altri personaggi si trovassero eventualmente a Tolemaide «di passaggio», ma per espletare qualche incarico ufficiale, data la loro importanza, più o meno duraturo e non è verisimile che le iscrizioni contengano riferimenti esclusivamente locali. Ad esempio il vanto di Harpocrate circa la costruzione di un tempio di Osiri in «calcare di Tura», la nota cava presso Menfi, sembra applicarsi assai male ad un edificio in Tolemaide, anche se la difficoltà è aggirata dal Rowe ritenendo che solo alcuni elementi architettonici più vistosi fossero effettivamente importati dall'Egitto. Il nome stesso di questa città indica però un legame particolarmente stretto con l'Egitto dei Lagidi, e non meraviglia il trovarvi tracce di emissari appartenenti al mondo egizio, e non genericamente alla cultura egizia come la devozione ellenizzante per Iside.

L'acume del Rowe lo porta a postulare la presenza del pantheon di Cirene sotto specie di divinità egizie corrispondenti alle greche (Apollo-Horo, Eracle-Khonsu, Asclepio-Imhotep), che sarebbero state ospiti nel tempio di Osiri, il che significherebbe una traduzione contraria alla tendenza usuale, che è di trasporre concetti egizi in veste greca. Oltre all'onomastica rigorosamente egizia di tutte le persone menzionate, anche le pietre delle statue provengono indubbiamente dall'Egitto, e a ciò non si oppongono le modeste dimensioni dei pezzi, i maggiori ora poco più di mezzo metro, e, quando intatti, sempre inferiori ad un metro, quindi facilmente trasportabili.

Non sembra verisimile che l'esecuzione delle sculture e delle iscrizioni avvenisse da parte di manodopera cirenaica, o per mano di artigiani egizi trasferiti in Cirenaica apposta per questa incombenza, che non lasciarono altre tracce. Si deve quindi postulare un'esecuzione del lavoro in Egitto, e non pare credibile che i redattori dei testi avessero competenza ed intenzione di foggiare una tradizione egittizzante della Cirenaica, annessa all'Egitto da non molto, e pertanto priva probabilmente di memorie che la connettessero all'Egitto da antico.

Preferibile appare l'ipotesi che i pezzi discussi si trovassero a Tolemaide non per caso, come sarebbe avvenuto in seguito ad una importazione secondaria durante il periodo romano; né che tradissero al contrario legami particolari con il territorio. Sembrano piuttosto, dato il carattere dei personaggi effigiati, dover ricordare una presenza ufficiale di autorità egizie in missione dal loro paese. Non bisogna dimenticare che Psammetico, di cui resta solo lo zoccolo di una statua, aveva la carica di generale[7]. Harpocrate dal canto suo era «scriba del palazzo del faraone» e sacerdote di varie divinità, con una figlia, Nebrashe, che era «suonatrice di sistro di Sakhmet, la grande, amata da Ptah»: si ritorna quindi in pieno ambiente menfita, ed i sacerdoti di Ptah contavano tra i personaggi più autorevoli del regno tolemaico.

La statua dello scriba reale Amenmose (questa lettura del Botti è quella corretta e in ogni caso non è inferiore a quella, ipotetica, del Rowe come Shereamon = Psenamuni) richiama una devozione particolare verso Neith ed Osiri, due divinità in ascesa durante l'Età saitica specialmente nel nord dell'Egitto e L. Habachi suppone che questa statua abbia transitato per Sais. Non è esatto affermare che gli Egizi non riconobbero alcun legame tra Neith ed Abido, la città sacra di Osiri con cui la dea Neith è esplicitamente connessa nell'iscrizione[8], e non pare giustificato il pregiudizio di cercare in «Abido» una designazione di Cirene attraverso assonanze ed equivoci, come vuole il Rowe. L'onomastica del titolare, e di sua madre Mutemone, che includono divinità tipicamente tebane, fornisce un'indicazione di provenienza; così tanto il materiale, granito bigio, quanto la tipologia[9] spiegano l'attribuzione del Botti al periodo aureo di Tebe, la XIX dinastia[10].

Il materiale delle altre statue è basalto verde, che fu adoperato comunemente per scolpire nell'area del Delta durante l'Età saitica, mentre i frammenti, di possibile derivazione menfita, editi dal Yoyotte sono ancora in granito bigio. In ogni modo anche i materiali appoggiano una provenienza da laboratori dell'Egitto, dove erano artigiani capaci di lavorare le diverse pietre[11].

Se infine il motivo della presenza almeno di alcuni personaggi in Cirenaica fosse stato di ordine militare, come insiste il Rowe, questa potrebbe collocarsi essenzialmente dopo la battaglia di Raphia, nel 217 a. C., quando soltanto cambiò la situazione militare degli Egizi, il cui comando fu dotato di falangi e di cavalleria[12]. Diversi indizi potrebbero favorire la fine del III secolo a. C., come terminus post per il trasporto delle statue egizie a Tolemaide, delle quali quelle menzionate in questa nota potrebbero essere state dedicate essenzialmente nello stesso periodo e partecipare quindi di un'unica istanza.

Appunto la soluzione di ammetterne l'importazione al tempo della presenza dei titolari dei monumenti statuari in Cirenaica avrebbe il vantaggio di restituire ai pezzi, considerati in gruppo e nella loro peculiarità egitto-faraonica, un eventuale significato politico, connesso egualmente con il carattere pubblico dell'edificio che parrebbe averli ospitati, senza forzarne oltre le connessioni con il luogo della loro presenza.

La dedica sotto il dominio lagide di monumenti secondo lo stile egizio in Cirenaica, regione ellenizzata, assumerebbe senza dubbio un significato particolare, ancorché non inconsueto presso la classe indigena dell'Egitto depositarla delle antiche tradizioni[13]. Sarei tentato di interpretarne il messaggio come un modo di rivendicare l'«egizianità» della Cirenaica per conto del dominio lagide. Anche se essi da soli, in mancanza di informazioni più complete, non valgono a testimoniare il coinvolgimento della regione nello spazio dominato precedentemente dai faraoni, neppure sembra che si possano semplicisticamente trattare da intrusi o al massimo debitori di una moda passeggera.


Note

[1] A. ROCCATI, Postille alla «bilingue» sulla statua di Dario a Susa, in Bilinguismo e biculturalismo nel mondo antico, Pisa 1987, pp. 145-150.

[2] B. PORTER, R. MOSS, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian Hieroglyphic Inscriptions, Reliefs and Paintings, VII: Nubia, the Deserts, and Outside Egypt, Oxford 1951, p. 368. Margherita d'Este, Catalogo del materiale egizio ed egittizzante dal 'Palazzo delle Colonne' in Tolemaide di Cirenaica: Libya Antiqua NS III 197, 83-111. Nel recente ed esauriente articolo di S.ENSOLI VITTOZZI, Indagini sul culto di Iside a Cirene, in L'Africa romana, Atti del IX Convegno a Nuoro, Sassari 1992, p. 200, si menziona una lastra di pietra reimpiegata nell'Iseo sull'acropoli di Cirene, su cui apparirebbero geroglifici consunti. Inoltre due frammenti di stele geroglifica tolemaica (?) rinvenuti a Leptis Magna sono pubblicati dalla Ryhiner, in REg, 30, 1978, pp.172-174.

[3] G. PESCE, «Il Palazzo delle colonne» in Tolemaide di Cirenaica, Roma 1950, p. 70 ss.

[4] J. YOYOTTE, Un souvenir d'un grand prêtre memphite en Cyrénaïque, in REg, 30, 1978, pp. 174-175. Su Harmakhis : J.F. Borghouts, A Funerary Address to the High Priest Harmakhis : Ancient Egyptian and Mediterranean Studies in memory of W.A. Ward, Providence 1998, 19-35.

[5] Per il ritrovamento di un'altra statua di sacerdote di Ptah, del I secolo a. C., a Cherchel, in Algeria, cfr. J. QUAEGEBEUR, Contribution a la prosopographie des prêtres memphites a l'époque ptolémaïque, in AncSoc, 3, 1972, pp. 77-109: 83; PORTER, MOSS, op. cit., p. 368. Nella sua prima edizione, I. Lévy aveva già osservato che Cleopatra Selene, figlia di Cleopatra VII, sposò il re Giuba, che elevò un Iseo a Cesarea: questa osservazione ammetteva già una ragione precisa anche per il movimento di sculture egizie durante l'impero romano. Si veda inoltre l'opera di Maystre, citata nella nota seguente, a p. 204 e 427 (doc 203 a).

[6] CH. MAYSTRE, Les grands prêtres de Ptah de Memphis, Freiburg (Svizzera) 1992, pp. 186 ss., 76.

[7] II Clère ha ritrovato (il torso di) una statua di un generale Psammetico, ridatata da H. DE MEULENAERE al tempo di Nectanebo II (Un général du Delta, gouverneur de la Haute Egypte, in ChronEg, 61, 1986, p. 203 ss.). Non sarebbe inverosibile un legame, almeno di parentela, tra i due omonimi, anche se non suffragabile da altri indizi che la vicinanza crono logica, per la mancanza di elementi prosopografici attendibili.

[8] J. SPIEGEL, Die Götter von Abydos (Göttinger Orient-forschungen, IV, 1), Wiesbaden 1973, p. 107. Sul carattere funerario di Neith: BR. ALTENMÜLLER, Synkretismus in den Sargtexten (Göttinger Orientforschungen, IV, 7), Wiesbaden 1975, p. 84.

[9] C. CHADEFAUD, Les statues porte-enseigne de l'Egypte ancienne (1580-1085 av. J. C.). Signification et insertion dans le culle du ka royal, Paris 1982. Sul culto di Amon a Cirene, cfr. G. HÖLBL, Andere ägyptische Gottheiten, in Die Orientalischen Religionen im Römer Reich, ed. M. J. Vermaseren, Leiden 1981, pp. 157-192.

[10] Secondo RdE 31 (1979) 83 la statua è del tempo di Ramesse II : M. Thirion, che rinvia a L. Habachi, The royal scribe Amenmose son of Penzerti and Amenemonet ... (SAOC 39) 83- 101 : 91-92. Cfr. DE MEULENAERE, RdE 11, 88, OTTO, BiOr 7, 59.

[11] BSFE 134 (1995) 29 menziona una « statue d'un homme drapé » da Ptolemais/Tolmeita, di basalto, del II sec. a.C., alta cm 57,9, ora nel museo di Cleveland: CMA 91.26, CMA Bulletin 79 n° 5 (May 1992), p. 144-151, fig. 1-3, 5-6.

[12] W. PEREMANS, Le bilinguisme sous les Lagides, in Egypt and the Hellenistic World. Proceedings of the International Colloquium Leuven 18-26 May 1982, Lovanio 1983, pp. 233-280: 273 s.

[13] J. QUAEGEBEUR, in The Judean-Syrian-Conflict of 103-101 B. C., Bruxelles 1989, pp. 88-108, discute le iscrizioni sulla statua di un generale in stile egizio proveniente dal santuario di Karnak a Tebe. Si veda inoltre E. DRIOTON, Une inscription égyptienne du Musée de Carthage, CRAIBL 1959, Parigi 1969, 442-445, che adduce motivazioni analoghe alle nostre per la presenza in Tunisia di altra statua di età tolemaica.