Note letterarie III. Riflessioni sulla Satira dei Mestieri - di Alessandro Roccati
Redazione Archaeogate, 09-02-2005

In: Bulletin de la Société française d'Egyptologie n° 148 (juin 2000), pp. 5-17
La "Satira dei Mestieri - veramente l'Insegnamento di Kheti - è solo un pretesto. Sono stato incuriosito da un'opera che godette di favore straordinario in Egitto durante il Nuovo Regno, prima nella XVIII dinastia, poi nell'età ramesside soprattutto presso la comunità di Deir el-Medina. I manoscritti pervenuti si contano a centinaia, siano papiri, siano tabelle, siano soprattutto ostraca che riportano sovente un breve stralcio o passo, ma che nell'insieme rendono interamente il testo. Tra gli inediti si annoverano alcune belle pagine di un papiro ramesside di Torino, che identificai nel 1978 e adoperai per un volume di traduzioni apparso nel 1994. Questo è passato quasi inosservato dagli egittologi, essendo ignorato nella maggioranza dei riferimenti bibliografici[1].
L'attribuzione al Medio Regno - più esattamente al principio della XII dinastia - è frutto di ipotesi, che si possono però suffragare con buoni argomenti. La riproduzione della Satira nei manoscritti del Nuovo Regno non è isolata, ma, a causa della lunghezza limitata, è collegata ad altri testi usati nell'insegnamento scolastico: tra l'Insegnamento di Amenemhat I e l'Inno al Nilo (pSallier II), prima del solo Inno al Nilo (pAnastasi VII) e dopo l'Insegnamento di un Uomo a suo figlio (pBM EA 10775 e, f verso)[2]. Nel lotto dei papiri Ch. Beatty si ritrovano la Satira (XIX) e l'Inno al Nilo (V). A sua volta l'Inno al Nilo è seguito dall'Insegnamento di un Uomo a suo figlio su un altro rotolo torinese che apersi nel 1973 (CGT 54016)[3]. Si tratta di opere attestate solo nel Nuovo Regno e per le quali qualcuno ha proposto una data di composizione corrispondente. Tuttavia, a credere al P. Ch. Beatty IV, l'autore dichiarato della Satira dei mestieri, cui era attribuito pure l'Insegnamento di Amenemhat I, era classificato tra gli scrittori dell'"età aurea", in compagnia di Ptahhotep, Neferti ed altri. Per giunta il suo nome Kheti è un appellativo di moda durante la dinastia eracleopolitana (X) e ci riconduce al nord dell'Egitto.
Subito si presenta una questione: è il caso che ha celato testimonianze più antiche (si pensa alle numerose copie di Sinuhe o del Contadino facondo che risalgono al Medio Regno) oppure queste opere son davvero più recenti? Un'occhiata al contenuto della satira solleva dei dubbi al riguardo: questa lista di mestieri non è ancora inserita nell'Onomasticon del Ramesseo, ma sarà alquanto sviluppata dell'Onomasticon di Amenope, e questo ci aiuta a cogliere la classificazione delle occupazioni in una certa epoca. Tali occupazioni sono bene illustrate in forma figurata nelle pitture dei laboratori tebani che si ammirano sulla parete meridionale del corridoio della tomba di Rekhmira: dagli orefici e i falegnami fino ai vasai ed ai muratori, senza omettere alla fine l'ufficio degli scribi. Ancora una volta arte e scrittura in Egitto si riflettono l'una nell'altra! Se un tale accostamento si confermasse, tra un testo letterario ed un capolavoro figurato, avremmo sia un commento, sia un nuovo esempio di traduzione o di passaggio dalla parola all'immagine. Occorre aggiungere che nel sepolcro di Rekhmira non c'è alcuna traccia di disprezzo?
Questa classificazione aveva una ragione selettiva. I contadini, che costituivano certamente la parte più cospicua della popolazione, appaiono solo verso la fine del testo della Satira, accanto agli orticultori, ai cacciatori ed ai pescatori. Le attività più importanti, che voglion deridere, corrispondono in realtà a quelle dei tecnici[4], perché la funzione di scriba, messa in risalto dall'autore, deve rivaleggiare appunto con quella dei tecnici. Ciò si oppone apertamente alla situazione dell'Antico Regno, quando le belle arti erano assai più curate che le belle lettere, e quando un atteggiamento del genere non sarebbe stato verosimile, se non forse uscendo dalla regione menfita, la sola dove laboratori di scultura sarebbero stati all'opera[5]. Inoltre nella Satira non ricorre alcuna menzione di alti dignitarii, sacerdoti, maghi o medici, il cui prestigio non poteva evidentemente esser messo in discussione, e i quali in ogni modo conoscevano certamente la scrittura. Tutto ciò è già stato notato da B. van de Walle in uno studio approfondito[6].
Si può ora ribadire che solo in apparenza tutti i mestieri evocati nella Satira sono ordinati sotto un aspetto professionale, e non sociale; egualmente non v'è alcuna osservazione esplicita di carattere etnico, contrariamente a ciò che sappiamo durante il Medio Regno[7]. La sequenza delle occupazioni suggerisce poi un certo ordine sociale, secondo un movimento discendente, in cui le attività degli specialisti precedono quelle esercitate dalla maggioranza della gente - come i contadini, tra cui vi erano molti stranieri - ma che erano avvertite come meno interessanti. Seguivano attività subordinate, quali i calzolai, i lavandai o i tessitori. Nessuno spazio era lasciato alle donne, e neanche ai bambini od ai vecchi. Secondo una regola applicata anche in arte, la descrizione dei livelli inferiori della società diventa sempre più particolareggiata: questa caratteristica dà senso alla satira, sottolineando i lati negativi della vita dei poveri come quella degli animali. Sarebbe dire che ciò che fa la novità del testo non è tanto un'intenzione umoristica quanto la descrizione, abbondante di particolari, di una fetta alquanto larga della società del tempo osservata dall'alto della scala sociale. L'élite stabilisce la sua identità attraverso tale contrapposizione.
Di fatto il confronto con altre opere del genere coinvolge un intento politico nel rivolgersi a distinti strati sociali. Fischer-Elfert ha notato diversi punti comuni tra la Satira e l'Insegnamento di un Uomo (di rango) a suo figlio, che legano le due opere per quanto concerne la fraseologia relativa alle qualità dell'oratore; ne consegue una loro probabile contemporaneità e destinazione. I loro destinatari si collocherebbero tra le persone d'onore[8]. Quindi le attività passate in rassegna riunivan tanto persone di bassa estrazione quanto importanti nella scala sociale, ma pure per elevatezza di cultura, e forse per distinzione di origine.
Anzitutto lo scriba protagonista della satira assomiglia più ad un contabile che ad un letterato. La letteratura non era ancora un modello culturale. In cambio gli si affidan degli incarichi, è l'attrattiva che adopera l'autore per convincere. Il ragazzo portato a Corte - della capitale, probabilmente Menfi o una città vicina come Lisht - per educarlo proviene dalla città di Sile, all'estremità orientale del Delta. Non appartiene dunque per nascita al ceto elevato dei cortigiani, che dovrà sforzarsi di imitare. Pertanto l'insegnamento sarebbe stato composto nel nord del paese, mentre la maggioranza delle copie che abbiamo sono state trovate nella città di Tebe. Nel Nuovo Regno non si nota alcuna differenza sostanziale tra le cognizioni letterarie del nord e del sud del paese: i pAnastasi e pSallier sarebbero stati redatti precisamente nell'ambiente menfita[9]. Tuttavia si potrebbe supporre che la diffusione di questi testi, come molti altri, nell'ambiente tebano, non si produsse nel Medio Regno, e che noi ne traiamo una prova della regionalizzazione della letteratura in questo stesso periodo, come succede per i Testi dei Sarcofagi.
La ricezione di questo testo, al pari degli altri, fu assai ampliata nel Nuovo Regno, al prezzo di creare anacronismi tra le situazioni descritte e forse le intenzioni riposte di questo genere di letteratura, che non ostante tutto andava di moda[10]. Il soldato, che diviene il bersaglio di altri libelli satirici in neoegizio, non trova alcun posto nel nostro testo[11], e neppure si fa menzione dei cavalli, che sarebbero divenuti una presenza d'obbligo in molte figurazioni e testi. I destinatari pure erano cambiati.
I testi letterari che sono stati conservati nel Medio Regno provengono certamente da tombe della necropoli tebana, nelle quali avevano accompagnato i loro proprietari, quantunque non si sappia, né dove né da chi fossero stati copiati[nora 12]. Vi sono casi in cui i testi furono inseriti in un contesto funerario, come il lungo estratto del Panegirico regale inciso sulla stela di Sehtepibra al tempo di Amenemhat III ad Abido; o il passo del Pastore che vide una dea, misto a Testi dei Sarcofagi su un sarcofago tebano della XII dinastia; e ancora una citazione dell'Insegnamento di Djedefhor su una stela tebana della XI dinastia[13]. La Satira con i testi rimessi similmente in circolazione al Nuovo Regno non appartiene a questo genere. Nondimeno l'Insegnamento di un Uomo a suo figlio si connette al "Panegirico regale", più esattamente l'Insegnamento di Kaires. La stela di Sehtepibra aveva come fonte inoltre una stela monumentale che il visir Mentuhotep aveva pure eretto ad Abido. La Satira era indubbiamente un testo redatto, altrimenti non avrebbe suscitato tante copie e tradizioni diverse. Quella del papiro di Torino che si è menzionata risulta più corretta che qualsiasi altra, pur senza mancare di errori[14], ed il suo interesse è aumentato dal fatto, che, contrariamente alla maggioranza delle copie, la parte conservata del manoscritto rimanda alla fine del testo, ossia a tutta la sezione finale consacrata agli scribi.
C'è un rapporto evidente tra quest'opera e il mondo della scrittura nella sua nuova dimensione. Lo scriba di cui parla il testo della Satira non è un incisore di geroglifici, i segni sacri, ma piuttosto lo scrivano di papiri ieratici, incaricato dell'amministrazione e dei conti. È il contenuto delle missioni che gli sono proposte che comporta il rispetto che gli è prospettato. Non bisogna dimenticare l'aspetto linguistico: a palazzo imparerà ad esprimersi correttamente in egiziano, in modo da sapere tradurre per iscritto i discorsi che ascolterà nel paese. La sua funzione non sarà limitata, bensì al contrario assolutamente aperta, perché compirà delle "missioni", occasioni di contatti nel paese intero. Il termine "missione" si trova all'inizio dell'Insegnamento di Amenemhat I per definirlo forse con il senso di "messaggio", secondo un'interpretazione che ne ho data: "dice, con un messaggio di verità, a suo figlio..."
La lingua di Corte - e tanto meno quella del tempio - non era probabilmente accessibile a tutti in quel periodo. Non dobbiamo farci ingannare dai testi, perché la lingua scritta comportava un modello unico, solidale con la scrittura. Certo la culla dell'egiziano era stata la regione menfita, donde si era propagata la scrittura durante l'Antico Regno, senza tuttavia modificare la comunicazione orale. I nubiani continuavano ad adoperare il nubiano nelle loro zone, gli oasiti forse il libico, i numerosi asiatici scesi in Egitto i loro dialetti semitici. Ma a livello di scrittura, tutti si sforzavano di adoperare l'egiziano, il solo mezzo concepito per l'espressione scritta, come in Mesopotamia era il babilonese scritto in cuneiformi che avrebbe adempiuto alla stessa funzione, imponendosi - nell'età di Amarna - persino in Egitto. A tal fine occorreva esser stati a scuyola oppure ricorrere a chi avesse studiato. È possibile che il "medioegiziano" non sia stato mai veramente parlato nel mezzodì dell'Egitto, e dal ceto non colto della regione tebana. Tutti i testi letterari composti nel Medio Regno si riferiscono al nord del paese, quali i racconti del Contadino e di Sinuhe, nel cui nome si cela il culto della Hathor menfita, e che tuttavia erano letti a Tebe durante la XII dinastia, almeno alla fine della medesima. Ma non vi sono temi situati a Tebe in quest'epoca, come se Tebe fosse un luogo di "riproduzione" di opere letterarie, e non di "produzione".
A titolo di giustificazione si può confrontare la situazione ai tempi della dinastia nubica (XXV, dal 750 a.C.) nella sua capitale Napata / Gebel Barkal, dove si adoperava soltanto l'egiziano nei testi, e precisamente nella sua forma dotta, presso una popolazione completamente allofona. Nello stesso modo in Egitto durante l'età di Amarna non si parlava certo il babilonese, né l'aramaico sotto il dominio persiano, non ostante l'uso ufficiale di queste lingue! Gli Hyksos non erano stati certamente egiziofoni anche se per scrivere si erano serviti esclusivamente dell'egiziano. Al tempo dei Lagidi il greco non riuscì mai a sostituire l'egiziano nella comunicazione corrente, anche se lo sostituì come lingua della letteratura fin dopo la nascita del copto.
Attualmente ci si può domandare se il testo della Satira non sia esso pure il risultato e la codificazione di un genere di comportamento che gli valse d'ispirazione. Una biografia tebana del Primo Periodo Intermedio - ricostituita da due frammenti, uno a Firenze, l'altro a Strasburgo - ci presenta i successi di un Antef che fu "incaricato di missioni"[15] dal suo nomarca presso altri nomarchi, a causa dell'efficacia della sua parola ("fui uno aperto di bocca, benefico di programmi, che riusciva a convincere il giorno dell'assemblea, che sa pronunciare un discorso ed è saggio nel cuore il giorno del consiglio")[16]. Ecco l'essenziale della Satira dei mestieri circa un secolo prima della sua composizione e ben prima dell'arrivo a Tebe dell'influsso menfita. Si potrebbe dedurre che in questo caso la monarchia del Medio Regno approfittò di una esperienza bene stabilita nella Valle del Nilo.
Tuttavia la Satira dei mestieri è altra cosa, perché è la redazione scritta di questi precetti di sapere dire e sapere fare[17], per la prima volta assunta dalla corte regale. È opportuno confrontare la registrazione dei discorsi del Contadino facondo che si colloca approssimativamente nello stesso tempo; tutti i manoscritti del Contadino sono stati trovati nella regione tebana, come se questo racconto vi risvegliasse un interesse particolare per il suo genere. L'irradiamento della letteratura cortigiana si accompagnerà alla fortuna delle scuole artistiche provenienti da nord che si nota dopo l'unificazione dell'Egitto con la XI dinastia[18] e l'accoglienza della lingua raffinata, usata anche negli scritti, la cui affermazione si riscontra nello stesso tempo[19]. In ogni modo la produzione culturale dipende dall'esistenza di un centro che se ne occupa e che corrisponderà alla capitale, come attesta ancora il prologo della Satira. L'esistenza di un solo centro spiega pure l'unità linguistica ed illumina le intenzioni affidate alle opere prodotte, ossia, nel nostro caso, il punto di vista del Palazzo, senza tenere conto della loro ricezione successiva e del successo che ebbero così a lungo. La città di Tebe aveva avuto una parte decisiva nella riunificazione del paese durante la XI dinastia, ma non era mai divenuta il centro principale della cultura egizia, anche se, durante la XII dinastia, questa città divenne uno dei grandi cantieri dell'Egitto.
L'eloquenza era probabilmente esistita in Alto Egitto senza curarsi della diffusione della lingua menfita. La novità risiedeva nella registrazione scritta e in una lingua precisa, necessaria per scrivere. Il prefato Antef mette in risalto tra i suoi titoli che era "direttore degli allofoni (au in egizio)", ossia conosceva anche la lingua locale, come molti altri suoi simili in Alto Egitto. Nel Nuovo Regno lo studio di questi testi in medio egiziano poteva suonare tanto come lo studio di una lingua morta quanto come l'apprendimento di una lingua straniera, in un ambiente uniformato dall'uso del "neoegizio" nella comunicazione. Altrove[20] ho cercato di mostrare che il neoegizio non è semplicemente una fase nello sviluppo della "lingua egizia", ma che esso è anzitutto espressione e rappresentazione della presa di coscienza di una società popolare e cosmopolita, che raduna tutti coloro che sono soggetti al faraone, egiziani e no, nel periodo della sua massima potenza. L'entrata in scena del neoegizio già nell'età di Amarna, ma soprattutto con l'età ramesside (XIX e XX dinastia) è da considerare un segnale che l'allargamento dello stato del faraone acquista caratteristiche che preannunciano la natura di un "impero", benché la documentazione materiale non ne porti adeguata testimonianza[21].
La satira dei mestieri illustra in tale luce non più il disprezzo di situazioni miserevoli quanto la celebrazione del primato intellettuale. Non ha importanza che scopo dell'opera non sia la valorizzazione di un ceto di burocrati, secondo l'interpretazione troppo limitata a mio parere che se ne dà abitualmente. Forse questa rassegna di mestieri poco attraenti in confronto alla professione di scriba esprimeva soprattutto il programma di una civiltà nuova, fondata sulla scrittura e su una lingua comune. Ricordiamoci del Contadino, che sa parlare bene (egiziano?), ma non sa scrivere, ed i suoi discorsi sono per così dire "registrati" a sua insaputa. È la difficoltà linguistica che incontreranno gli scolari del Nuovo Regno di fronte ad un testo concepito in una lingua loro estranea.
Anche per loro il messaggio del testo è di imparare la lingua colta di un tempo, che qualcuno gli avrà ancora presentata, con una pronuncia approssimativa tradita attraverso una trasmissione orale. D'altronde nell'età ramesside tutti si esprimevano in neoegizio, la lingua corrente in tutto il paese per la comunicazione orale che oramai diveniva la nuova lingua scritta, in sostituzione dell'egiziano scritto di prima. Era una società nuova, diffusa ben oltre i confini geografici dell'Egitto, dove gli stranieri avevano appreso l'egiziano senza abbandonare le loro culture, l'uso del cuneiforme e del babilonese essendo respinto oltre le frontiere. Probabilmente per la prima volta in Egitto una lingua veicolare - e non una lingua scritta - si sarebbe formata per esser adoperata pure nella scrittura, e non vi è dubbio che tale scelta fosse deliberata.
Non è un caso che questa lingua avrebbe adoperato preferibilmente i papiri e gli ostraca, ossia strumenti effimeri, esattamente come la scrittura normale per notarla era lo ieratico e non i geroglifici. Tutto quel che si riferisce al neoegizio esce dall'ambito del sacro e della tradizione, per rappresentare l'attualità e la normalità sociale. È uno dei caratteri che si oppongono oramai alla cultura cerimoniale dello stato. Tale cambiamento colpì probabilmente meno la gente nel sud e nella regione tebana, un paese "colonizzato" dalla lingua menfita dei tempi antichi, e dove il neoegizio aveva fatto la sua comparsa già sulle stele di Kamosi, celebrando la vittoria di questo re contro gli Hyksos. Il rinnovamento della cultura di stato si sarebbe sviluppato più facilmente in una capitale marginale e bisogna riconoscere che sarebbe stato strano di immaginare la produzione di opere in egiziano classico in un simile contesto. La permanenza di testi redatti nella lingua sacra all'interno dei templi durante la XVIII dinastia non cambia nulla al quadro: l'ambiente degli dei fu sempre ben separato da quello degli uomini.
Tale esito fu probabilmente un risultato importante per la formazione successiva di altre lingue veicolari nello scenario mediterraneo. Se abbiamo scelto di occuparci della "satira dei mestieri", facendo dell'archeologia linguistica, è perché la sua storia ci è sembrata illuminare l'avvio di un tale processo, che poco alla volta globalizzò la civiltà faraonica.
Note
[1] B. Mathieu: La "Satire des métiers". Dossier bibliographique: Grafma Newsletter 2 (1998) 37-40.
[2] H.W. Fischer-Elfert, Neue Fragmente zur Lehre eines Mannes für seinen Sohn (P. BM EA 10775 und P. BM EA 10778): JEA 84 (1998) 85-92: 92.
[3] H.W. Fischer-Elfert, Die Lehre eines Mannes für seinen Sohn (Äg. Abh. 60), Wiesbaden 1969.
[4] O. Berlev, Трудовое населене Египта в епоху Среднего Царства, Mosca 1972.
[5] D. Wildung, "La Haute Égypte, un style particulier de la statuaire de l'Ancien Empire?", in L'Art de l'Ancien Empire égyptien, Actes du colloque organisé au musée du Louvre par le Service culturel le 3 et 4 avril 1998, Paris 1999, 335-346.
[6] "Le thème de la Satire des Métiers dans la littérature égyptienne": CdE 22 (1947) 55-72.
[7] O. Berlev., op. cit.
[8] Fischer-Elfert, Lehre, p. 333 e 387.
[9] A. Erman, "Die ägyptischen Schülerhandschriften", Berlin 1925, 22-23 e nota 1 p. 23.
[10] J. Hoch, "The Teaching of Dua-Kheti. A New Look at the Satire of the Trades": JSSEA XXI/XXII (1991/1992), 88-100.
[11] W. Guglielmi, "Berufssatiren in der Tradition des Cheti", Fs. Thausing. Wien 1994, 44-72.
[13] CGC 20538 (G. Posener, L'enseignement loyaliste, Genève 1976); T 9 C (M. Gilula: GM 29, 1978, 21-22); BM 1164 (H. Brunner, "Zitate aus Lebenslehren"", in E. Hornung - O. Keel ed., "Studien zu altägyptischen Lebenslehren"; Orbis Biblicus et Orientalis 28, Freiburg-Göttingen 1979, 112-122.
[14] Ho sfruttato una variante di questo papiro per una ricerca fonetica: "Conservatività dell'egiziano": Atti della terza giornata di studi camito-semitici e indoeuropei, Roma 1984, 107-115.
[15] Questo esempio non è riportato nella raccolta di M. Valloggia, Recherche sur les "messagers" (wpwtyw) dans les sources égyptiennes profanes, Genève 1976 (Centre de Recherche d'Histoire et de Philologie de la IVe Section de l'École Pratique des Hautes Études II. Hautes études orientales 6).
[16] H.G. Fischer, Egyptian Studies III. Varia Nova, New York 1996, 83-88. Frasi del genere ricorrono in H.G. Fischer, "The Inscriptions of In-it.f, born of Tfi": JNES XIX (1960) 258-268: essi risentono forse dell'influsso menfita, cfr. la nota seguente. Inoltre A. Roccati, "Una stela di Firenze recentemente ricomposta": Atti del V Convegno Nazionale di Egittologia e Papirologia (Firenze, 10-12 dicembre 1999), Firenze 2000, 213-215.
[17] Che originariamente coincidevano: G. Lanczowski.
[18] H.G. Fischer, "An Example of Memphite Influence in a Theban Stela of the Eleventh Dynasty": Artibus Asiae 22 (1959) 240-252; D. Arnold, "Amenemhat I and the Early Twelfth Dynasty at Thebes": MMJ 26 (1991) 5-48: 30-32; L. Gabolde, Le "Grand Château d'Amon" de Sésostris I à Karnak (Mémoires de l'Académie des Inscriptions et Belles Lettres), Paris 1998, per la ripresa a Karnak del modello di Eliopoli. Circa lo spostamento degli artisti: R.O. Faulkner, "The Stela of the Master-Sculptor Shen": JEA 38 (1952) 3-5 (regno di Sesostri I).
[19] W. Schenkel, "Notes sur la transmission de l'autobiographie traditionnelle": RdE 15 (1963) 63-67.
[20] A. Roccati, "La lingua diffusa. Politica e lingua nell'Egitto ramesside": PdP 268 (1993) 26-37.
[21] B.J. Kemp, "Imperialism and Empire in New Kingdom Egypt (c. 1575-1087 B.C.)", in P.D.A. Garnsey e C.R. Whittaker (ed.), "Imperialism in the Ancient World", Cambridge 1978, 7-57 e 285-197.