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Ebla: Uno sguardo dall'Egitto - di Alessandro Roccati

La scoperta della biblioteca di Ebla, ad opera della Missione archeologica italiana in Siria dell'Università di Roma "La Sapienza" di cui faceva parte Giovanni Pettinato, è stato un evento esterno sì al mondo faraonico, ma troppo vicino ad esso per non suscitare un'attenzione particolare nel consesso degli egittologi, indipendentemente dalla presenza di elementi espliciti di coesione tra le due diverse (e separate) culture. La datazione dell'archivio al III millennio a.C., anche se non esattamente circoscritta, ne fa un riscontro altrettanto singolare ed efficace alla grandiosa produzione testuale nell'Egitto menfita. Pertanto i lavori degli assiriologi e degli specialisti che si occupan dell'area e della scoperta sono suscettibili di un commento da parte di egittologi, anche se a questi manca necessariamente una competenza diretta e attiva; nondimeno l'apparente analogia di situazioni con quanto si va approfondendo nell'Egitto coevo suggerisce l'utilità di un confronto, nell'auspicio di aprire un dialogo, per provvisorio e poco consistente che esso sia. La speranza che esso rechi dei frutti gioverà per lo meno all'intelligenza in ambo le aree di studio.

Anzitutto l'asserzione del deciframento di una nuova lingua si fondava sulla presunzione che la scrittura delle tavolette di Ebla coprisse una realtà ignota anche linguisticamente. Che ad Ebla si parlasse una lingua particolare, o anche fossero presenti più lingue, apparteneva al campo del naturale e dell'ovvio, ma questa lingua sarebbe stata precisamente e unicamente documentata nelle tavolette dell'archivio attraverso una scrittura fondamentalmente già nota, essendo essa quella cuneiforme originata dall'area della bassa Mesopotamia, nel raggio del cui influsso si collocava la Siria del tempo. Sembra il caso opposto del deciframento della più tarda scrittura Lineare B nell'area egea, in cui la lingua è risultata nota, ma non altrettanto era la scrittura, la cui natura si è potuta approfondire in seguito al riconoscimento della lingua greca in un suo stadio precoce. Anche l'ugaritico propone un esempio di lingua e scrittura solo parzialmente note, entrambe per le loro affinità sia tra le lingue dell'area sia per la struttura alfabetica. Al contrario la peculiarità di Ebla consisteva nell'unione "anomala" di una lingua e di una scrittura ambedue conosciute separatamente (anche qui la lingua "di Ebla" rappresenta lo stadio precoce di una documentazione linguistica seriore), e che si presumevano connesse a sistemi rispettivamente distinti.

Una manifestazione grafico-linguistica del genere durante il III millennio sarebbe totalmente impensabile nella Valle del Nilo, a prescindere dall'accettazione dell'assioma, sempre meno dimostrato, dell'azione in Egitto di una organizzazione statale accentrata, rigida e omogenea. L'invenzione della scrittura, che ora anche in Egitto si deve far ascendere al IV millennio a.C., non vi appare assolutamente come lo scopo di espressione di una precisa realtà linguistica, quanto invece una rappresentazione del pensiero umano, ottenuta attraverso la creazione di una forma simbolica nella quale far convergere tutte le manifestazioni culturali pertinenti. La scrittura geroglifica ha come referente indispensabile l'attrezzatura linguistica di un gruppo dominante, ma la sua genesi non si pone in antitesi o contrasto con altre strutture culturali, bensì essa si fa strumento anche al loro servizio. Questa funzione si osserva chiaramente verso la fine del III millennio, quando regioni lontano da Menfi, ma comprese nello spazio di irradiamento menfita, generan testi che esprimono punti di vista e temi letterari non omogenei con il potere tradizionale.

Da un punto di vista generale la situazione in Mesopotamia appare non molto dissimile, poiché anche lì vi è la creazione di una scrittura studiata appositamente per la lingua eletta a base di espressione, il sumerico. La coincidenza di queste scritture, geroglifica egizia e cuneiforme sumerica, è connessa direttamente con il loro carattere logografico, per il quale i simboli grafici sono legati espressamente non solo al significato, ma anche al significante dei vocaboli, una unione che a quel tempo era presumibilmente sentita come indissolubile. Il fatto che le rispettive logografie abbiano come referenti due lingue completamente distinte esclude quindi la intercambiabilità delle due scritture. Tuttavia in Mesopotamia circostanze particolari portarono assai presto la necessità di sostituire la base linguistica sumerica con un'altra di tipo semitico, detta accadico, senza peraltro procedere ad una nuova creazione di scrittura. Ciò potrebbe essere stato dovuto alla comunanza dei territori in cui la forma linguistica sostitutiva ebbe a prevalere, presumibilmente prima come lingua di cultura orale. Occorre ricordare che le lingue scritte che ci sono pervenute non rappresentano necessariamente tutte le lingue di comunicazione possibili, di maggiore o minore importanza, poiché esse, se non furono consegnate in qualche modo alla scrittura, andaron totalmente perdute. Questa osservazione prescinde naturalmente dall'efficacia che ebbe la notazione grafica per rendere una lingua maggiormente nota e diffusa: tuttavia l'affermazione dell'accadico dimostra che una diffusione linguistica decisiva poteva prodursi preliminarmente al livello orale. La scrittura dell'accadico avvenne però mediante l'assunzione dei logogrammi sumerici, che divennero suscettibili di una nuova, diversa lettura, e con l'ausilio di indicatori fonetici che aiutavano a riconoscere la natura grammaticale e fonetica della lingua (orale) soggiacente. Tra le due lingue, sumerica e accadica, è altresì riconoscibile qualche forma di interazione sincronica. E' anche verisimile che l'uso dell'accadico abbia egualmente introdotto altre forme di espressione letteraria, poiché esso costituì non solo una variante linguistica, ma soprattutto una cultura innovativa.

La notazione ad Ebla di una lingua diversa dal sumerico è stata effettivamente riconosciuta nel senso prima assegnato all'accadico - si è parlato persino di una variante dell'accadico - con la differenza che l'accadico andò precisando compiutamente la sua natura nel corso del II millennio, mentre la scuola scribale di Ebla venne presto a cessare, prima di conseguire una identità per contrasto. Le iscrizioni cuneiformi rinvenute ad Ebla e datate al II millennio a.C. costituiscono poi una manifestazione del babilonese e non tramandano una fase evolutiva posteriore della lingua locale. Anche se è possibile che tale lingua di Ebla sia persistita più a lungo al (solo) livello orale, restano problematiche le sue connessioni con le lingue semitiche nordoccidentali attestate mediante gli alfabeti nel corso del II millennio. Per contro l'impossibilità di assimilare la lingua di Ebla, durante il III millennio a.C., all'accadico si spiega anche con la improbabilità che a quel tempo l'accadico scritto avesse già potuto conseguire una formalizzazione tale da imporre un modello univoco a tutti i tentativi di adattare la scrittura sumerica per una realtà linguistica diversa. Anche il cosiddetto "egiziano classico" altro non è che la formalizzazione, linguistica e grafica, effettuata alle soglie del II millennio della lingua scritta precedentemente in Egitto.

Le indicazioni sulla lingua locale di Ebla tratte ad esempio dall'onomastica o dall'inserimento nel testo di brevi espressioni non sumeriche neanche sono sufficienti per parlare compiutamente dell'attestazione scritta di una lingua locale. Se fosse vero che i logogrammi sumerici erano letti secondo i requisiti di una lingua locale diversa, questo significherebbe essenzialmente l'esistenza di una lingua di cultura orale, ma anche la possibilità di più lingue di cultura orali da collegare alla scrittura sumerica. Un simile presupposto, che implica l'acquisita capacità di distinguere tra significante e significato (la scrittura sarebbe portatrice esclusivamente di significati, ossia avrebbe natura "ideografica"), pare insostenibile in riferimento alle cognizioni che dovevano intercorrere nel III millennio. Inoltre, se una lingua diversa equivale ad una cultura diversa, l'espressione locale di Ebla dovrebbe manifestarsi con composizioni peculiari, distinte da quelle del centro che provvide la scrittura (cuneiforme), e ciò a prescindere anche dal probabile influsso di modelli testuali e non solo grafico-linguistici. Una opposizione tra lingua "locale" e sumerico è definita chiaramente dalle liste lessicali, che con le loro equivalenze più che tradurre, servivano forse ad identificare le varianti rispetto al prototipo mesopotamico. In modo forse analogo nei Testi delle Piramidi l'inconsueta ampiezza di indicazioni fonetiche ebbe probabilmente lo scopo di fissare la struttura dei singoli logogrammi a fronte di una potenziale serie di ambiguità o di oscillazioni, che la scrittura arcaica non aveva ancora risolte. La presenza ad Ebla di oggetti con iscrizioni geroglifiche egiziane recanti cartigli di faraoni della IV e VI dinastia, quindi emananti dal massimo livello gerarchico e contestuali alla seconda metà del III millennio, resta palesemente priva di riscontri grafico-linguistici nell'ambito locale.

Le culture che per prime introdussero la nozione di scrittura, con l'invenzione di appositi sistemi di notazione, manifestan dapprima le rispettive lingue con testi alquanto elementari, e non si fondano sulla stesura di vaste opere, che sono costituite in fasi successive rivelando, con la presenza di una documentazione culturale (linguistica, ma anche artistica), l'esigenza di esprimere necessità contingenti, legate ad una visione locale, anche se questa può rendere i proprii peculiari contenuti senza ricorrere ad una variazione linguistica o di stile. Si può altresì presentare una ripresa di una tradizione preesistente e ricevuta passivamente, anche se questa è pur sempre suscitata da una istanza propria dell'ambiente che la genera e di cui diviene diretta testimonianza. Inoltre una scrittura di tipo logografico non provvede uno strumento precostituito, ma inizialmente si elabora via via in accordo con le necessità di rappresentazione testuale. In altri termini anche la scrittura e il testo sono in quell'ambito due entità indissolubili. La dipendenza di Ebla dalla cultura sumerica sembra, e appunto in conseguenza di ciò, alquanto rigida, ma si può leggere anche come adattamento ad una realtà autonoma, che aggiunge alcuni nuovi contenuti, ad esempio forse nel caso dei "rituali narrativi".

La duttilità della scrittura cuneiforme, che nel II millennio a.C. provvide uno strumento per la rappresentazione di diverse lingue del mondo orientale antico, come l'hittito e il khurrito, è un fenomeno storico e non strutturale. Sembra poco plausibile presupporre fin dalle origini una capacità di adattamento della scrittura sumerica, che non trova riscontro nella scrittura egizia. Altrettanto illusorio pare allo scrivente il tentativo di una descrizione fonetica della lingua di riferimento, da conseguirsi attraverso i valori della scrittura cuneiforme, che non si limiti ad una larga approssimazione. La precisione fonetica, attraverso perfezionamenti progressivi, fa parte dell'esperienza delle scritture alfabetiche (e per quanto attiene all'opposizione di suoni vocalici rispetto a suoni consonantici, delle scritture dell'area greca), e non è prerogativa di nessuna scrittura logografica, a cominciare da quella egizia, e ovviamente neanche nell'area egea prealfabetica. Tali sistemi dovevano inoltre probabilmente conciliare pronunce diverse presenti nella vastità dei territori in cui si espandevano. La differenza tra l'area egizia e quella mesopotamica sta nel diverso orientamento impresso dallo sviluppo delle due civiltà: la civiltà egizia tende ad assimilare e ad uniformare le diversità occorrenti nello spazio del suo irradiamento, fino a tutto il II millennio a.C.; la civiltà mesopotamica contempera la tendenza all'assimilazione con un adattamento alla resa delle diversità che entrano man mano nella sua orbita. Non si può però escludere che la scrittura geroglifica egizia abbia provveduto un modello formale alle scritture figurate di Creta e dell'Anatolia.

Trascurando i testi economici, che nondimeno sottostanno ad una struttura formale pertinente, non c'è bisogno di insistere sul carattere letterario della documentazione testuale. In Egitto la scrittura nasce come strumento di notazione eminentemente ritualizzato; il suo uso è estremamente limitato e sovraccarico di implicazioni simboliche. Una lingua di comunicazione, di portata più generale, sia pure dotata di elaborazione letteraria, è sviluppata in antitesi a quella cerimoniale dai grandi dignitari alla fine del III millennio, e condurrà nel giro di pochi secoli alla fioritura di una letteratura cortigiana, che è considerata l'età classica della lingua egizia, la quale manterrà fino all'epilogo del regno faraonico, per circa due millenni, valore di modello, sostenuta oramai da una incisiva attività di scuola.

Per giungere alla notazione grafica della espressione colloquiale corrente occorre attendere la maturazione del principio che quanto si scrive non sia necessariamente letterario, reale, perfetto, e soprattutto il riconoscimento che la scrittura sia una variabile autonoma dalla lingua. Ciò si produsse solo nel XIV secolo a.C., durante l'Età di Amarna, quando anche il babilonese cuneiforme era accolto come lingua diplomatica: la fine del monolinguismo nella scrittura non è la diglossia, ma il plurilinguismo, che è a sua volta il fondamento concettuale per la diffusione degli alfabeti. La notazione del linguaggio colloquiale in quanto tale risulta nella redazione di una vera e propria seconda lingua, che si distingue da quella cerimoniale, del tempio, del palazzo e della letteratura, non solo per le forme ma anche per i contenuti, implicando una vera rivoluzione culturale, fino ai suoi risvolti sociali. E' da osservare che la redazione scritta del linguaggio colloquiale in egiziano, effettiva non prima del XIII secolo a.C. (Età ramesside) appare in anticipo sui tempi; anche le scritture alfabetiche e le lingue relative rimarranno a lungo ancora confinate all'ambito letterario. Che i testi di Ebla siano formali non deve quindi suscitare meraviglia, ma rientrano perfettamente nella norma. Come in Egitto del resto la loro ritualità non deriva da un prevalere dell'ambiente templare e sacerdotale, ma dipende dal carattere cerimoniale del potere, come espressione di un sistema culturale, all'interno del quale solo successivamente potrà precisarsi un aspetto religioso contrapposto ad un altro di tipo personale o privato. Tanto in Egitto quanto ad Ebla, nel III millennio, non ostante la differenza nella collocazione dei documenti pervenuti (tombe o archivi), la connotazione della scrittura come strumento di alto pregio si rivela nella cura dell'esecuzione e nella sua applicazione a materiali di intrinseco valore.

La data precisa dell'archivio di Ebla, ancora nel vago, potrebbe aiutare a situare determinati fenomeni nel loro contesto reale, anziché procedere per analisi relative, rispetto ad altre documentazioni provvedute dall'area siriana e mesopotamica. La mancanza di una coscienza temporale richiama il carattere dei papiri contabili tramandati dalla V dinastia egizia, come la produzione artistica nelle sepolture private dello stesso periodo. Quello che mi pare dubbio è ancora la presunzione di una coscienza spaziale nello stesso ambito, come vorrebbe la designazione di "lingua di Ebla". Anche se l'egiziano coevo, durante l'Antico Regno, è attestato e promosso da un centro egemone sull'insieme del territorio, esso non potrebbe dirsi, ad esempio, "lingua di Menfi". Non vi sono soltanto apporti, di natura concettuale, grammaticale, lessicale, fonetica, da una varietà di situazioni locali dislocate nel vasto e probabilmente eterogeneo territorio coinvolto, ma manca soprattutto la capacità, in un'età così remota, della separazione di una specificità locale (oltre che temporale: la lingua scritta è immaginata come immutabile). Non diversamente dalla lingua omerica, che appare un miscuglio di varietà linguistiche bene individuate nei dialetti storici, le lingue scritte nel III e II millennio a.C. appaiono come il prodotto di una visione collettiva, incapace di scindere apporti o componenti indipendenti. Così come la lingua omerica non è solo un artefatto poetico, la lingua dei testi egizi non è tanto un amalgama tipico di una lingua d'arte, quanto il riflesso della complessità dei fattori che costituirono una certa cultura, operando in modo inconscio, senza avere la possibilità, e neanche la volontà, di isolare i singoli apporti, ad esempio sotto il profilo regionale o sociale, ciò che avrebbe comportato una anacronistica consapevolezza storica. Ne consegue che l'esistenza, specialmente a livello scritto, di registrazioni linguistiche, particolarmente durante il III millennio, implica naturalmente un certo carattere veicolare delle medesime, ma non significa necessariamente la supremazia politica od economica dei centri che ne portan testimonianza. Vale a dire che come l'egiziano del III millennio non è più la lingua di Menfi che quella di tutto il territorio, nella Valle del Nilo e fuori di essa, dove sia attestato, corrispondentemente la lingua di Ebla non dovrebbe esser distinta da quella di altri centri coevi della Siria, ma dovrebbe rappresentare una documentazione locale di "siriano" (?), approssimativamente estesa da Biblos a Mari. Non deve trarre in inganno la ripartizione dialettale documentata nell'epigrafia delle città del Levante nel I millennio a.C., la quale, al pari dei dialetti greci, risulta da una situazione enunciativa che non si può far retrocedere a paesaggi storici anteriori. I collegamenti tra le fasi linguistiche attestate nelle periodizzazioni scandite approssimativamente dai varii millenni, in tale concezione, posson difficilmente essere in linea retta, ma gli elementi di continuità si collocano in riferimento alle condizioni linguistiche generali che determinano le manifestazioni culturali appropriate ad ogni epoca.

C'è da dubitare che in un'età così remota le differenze linguistiche venissero intese nel senso della visione moderna. In Egitto le due scritture, geroglifica e ieratica, son dovute inizialmente ad esigenze di natura magica, secondo l'opportunità di affermare o di negare le forze attive dell'immagine. Un motivo di superstizione potrebbe presiedere all'elaborazione nell'ambito della lingua sumerica di una forma di espressione alternativa al livello orale, prima che a quello scritto, la EME.SAL. Già una duplicità di tale genere potrebbe aprire la via, all'interno della scrittura sumerica, alla notazione di parlari differenti, indipendentemente dal riconoscimento delle rispettive identità linguistiche.

Sotto il profilo linguistico resta l'interesse del fatto che le lingue alternative che traspaiono sotto la coltre della scrittura sumerica risultano accomunate da caratteri che si definiscono "semitici" per analogia con gli sviluppi seriori, e che sono appunto gli stessi che affiorano nella struttura della lingua "egiziana", essa documentata attraverso un sistema grafico autonomo, benché non totalmente disgiunto da quello cuneiforme. Tale vicinanza non può esser casuale, e tanto meno riflesso di una astratta parentela genetica, ma suggerisce, all'alba della storia, fenomeni di contatto e di osmosi culturale, che prescindon dalle strutture politiche successive, al punto che la pretesa concezione dell'Egitto faraonico nel III millennio – al pari di antroponimi e toponimi pertinenti - non merita neppure una menzione nella cospicua documentazione epigrafica restituita da Ebla.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

M. Civil – G. Rubio, An Ebla incantation against insomnia and the Semiticization of Sumerian. Note on ARET 5 8b and 9: Orientalia 68 (1999) 254-266