| Siti archeologici nel deserto: un patrimonio da tutelare - di Alfredo e Angelo CastiglioniRedazione Archaeogate, 06-03-2003  In questa relazione ci limiteremo ad illustrare brevemente alcune ricerche archeologiche da noi effettuate in zone desertiche dell'Egitto e del Sudan. Il deserto è uno scrigno che racchiude importanti siti archeologici, talvolta sconosciuti o, quantomeno, poco noti. L'isolamento, la mancanza di attività agricole e la scarsa umidità, hanno permesso una conservazione, talvolta stupefacente, di antiche tracce dell'uomo. Abbiamo avuto modo di rivedere, dopo decenni, alcuni siti da noi visitati. All'evidente degrado, causato solo in parte dagli agenti atmosferici, si sovrappongono i saccheggi di coloro che riforniscono il mercato clandestino di opere archeologiche. La difficoltà di accesso e i problemi rappresentati da un viaggio nel deserto, hanno per lungo tempo difeso le zone archeologiche. In questi ultimi anni, tuttavia, la costruzione di nuove strade e veicoli sempre più potenti ed affidabili, hanno fatto uscire parzialmente i deserti dal loro millenario isolamento. Luoghi dimenticati, che hanno custodito per secoli opere dell'uomo, vengono raggiunti più facilmente anche da chi non è sempre rispettoso di un lontano passato. Nel 1974 abbiamo percorso l'uadi Hammamat, in Egitto, da Kuft fino a Kosseir, lungo i 220 km. che uniscono la Valle del Nilo al Mar Rosso: un tragitto, a quei tempi, non di facile percorrenza. Durante il viaggio abbiamo documentato, con fotografie e su pellicola cinematografica, soprattutto i graffiti e le incisioni, numerosi lungo il percorso. Una importante testimonianza che copre un ampio periodo della storia dell'antico Egitto, graffiti che hanno sfidato i millenni e sono arrivati fino a noi in buono stato di conservazione. Migliaia di foto arricchiscono il nostro archivio scattate durante tre missioni nella zona. Alcune foto sono i soli documenti che restano a testimoniare l'esistenza di incisioni ora scomparse. Nel corso del primo viaggio notammo che alcuni blocchi di granito incisi, (staccatisi probabilmente per effetto dell'escursione termica), giacevano ai piedi delle pareti. Quindici anni dopo, molte incisioni erano scomparse, come quella illustrata nella foto 1, che vediamo in dettaglio: forse l'unica documentazione rimasta di questa pagina di storia. Abbiamo inoltre fotografato altri graffiti risalenti a diversi periodi storici. Si tratta di incisioni raffigurano scene di caccia, con l'impiego di cani, ai mufloni un tempo certamente numerosi sui monti circostanti. Talvolta il cacciatore viene rappresentato con la testa ornata di piume, acconciatura in uso, ancor oggi, tra i nilocamiti dell'Africa Orientale. Purtroppo anche queste tracce del passato sono state qualche volta rovinate, come un pregevole graffito raffigurante un elefante ed alcune imbarcazioni ( foto 2). Lungo l'uadi Hammamat (la valle di Rohannu degli egizi), abbiamo documentato anche una cava di breccia verde. Notammo sul pendio ad est, a qualche decina di metri dal fondo valle, un sarcofago, scavato nella dura pietra di Beken (foto 3). Era spezzato: certamente fu questo il motivo del suo abbandono. Ora non si trova più in sito: anche se il suo peso poteva raggiungere diverse tonnellate, trafugarlo non presentò certamente un problema con i mezzi pesanti che, sempre più numerosi, percorrono la strada che ha sostituita la vecchia pista di un tempo. A testimoniare la fatica dei minatori è rimasto lo scavo aperto nel fondo valle per movimentare il monolite. Abbiamo inoltre fotografato, in prossimità delle cave, il grande pozzo dell'uadi Hammmat. Profondo alcune decine di metri, permetteva di attingere l'acqua di una ricca falda acquifera. Una scala a chiocciola costruita intorno alle pareti, segue il camino del pozzo. I gradini, consumati dal tempo e dall'uso, raggiungono il fondo; alcune finestre, aperte lungo la scala, permettevano di attingere l'acqua a differenti altezze. All'esterno, davanti all'ingresso, giacevano nella sabbia alcuni sarcofagi appena sbozzati provenienti, quasi certamente, dalla vicina cava (foto 4). Un viaggio da noi effettuato 15 anni dopo nella stessa zona ci ha permesso di constatare la scomparsa dei sarcofagi, come non esiste più la pietra all'ingresso del pozzo, una lastra di granito sulla quale erano incisi i nomi di molti viaggiatori che avevano percorso l'uadi. Ci auguriamo che questi reperti non siano stati trafugati, ma recuperati dalle autorità archeologiche egiziane anche se, per alcuni, non ne abbiamo una evidenza certa. Un'altra ricerca, risale al 1982. Una hydreuma in buono stato di conservazione si trova lungo l'antica pista che dal Mar Rosso, all'altezza di Hurghada, conduce al "Mons Claudianus", famoso in epoca romana per le cave di porfido, scoperte nel 1822 da Burton e Wilkinson. A lat. 26.47. e lon. 33.28 esiste una grande torre cilindrica, costruita in pietre a secco già documentata, il secolo scorso, dallo Schweinfurth. Probabilmente si tratta dei resti di un'opera di difesa, eretta in prossimità di un pozzo molto profondo, ancor oggi ben conservato. Lungo il percorso si trovano decine di colonne, alcune perfettamente finite, altre spezzatesi durante la movimentazione, disseminate su una vasta area. Alcune, sono ancora posizionate sulle rampe di carico, pronte per essere trasportate fino al mar Rosso. Lunghi scivoli, costruiti con brecciame compattato e assiemato con cura, raggiungevano le zone di scavo. Inoltre, in questa colonia penitenziaria risalente al periodo romano, è possibile osservare alcune colonne appena sbozzate. Probabilmente la rifinitura era stata interrotta per difetti presenti nella vena di granito. Altre, quasi finite, affiorano ai piedi degli imponenti e compatti massi di granito della cava. Sono anche evidenti i vari stadi di lavorazione eseguiti, probabilmente, da differenti squadre. Accanto a colonne in avanzato stato di rifinitura, ci sono colonne appena sagomate e massi ancora intatti. Non è raro osservare anche il solco aperto nella vena di granito dal quale era stata estratta la colonna. In questa zona, chiamata dagli arabi "Umm Dikal", "la madre delle colonne", abbiamo documentato imponenti monoliti, alcuni con evidenti "protuberanze", per facilitarne la movimentazione. Basamenti di colonne già ultimati e pronti al trasporto, si trovano accanto ad altri fermi nell' antica fase di rifinitura. Ancor più sorprendente è la grande colonna che si trova nelle vicinanze del Gebel Fatireh, monte la cui cima supera i mille e trecento metri di altezza. Pesante non meno di 200 tonnellate, la colonna risulta spezzata a circa metà della sua lunghezza: una frattura, verificatasi probabilmente durate la movimentazione, che vanificò mesi di lavoro di anonimi scalpellini. E' rimasta per secoli abbandonata nel luogo dove era avvenuta la rottura a destare lo stupore di coloro che hanno avuto la possibilità di vederla, con il suo basamento perfettamente circolare di circa 2 mt. di diametro. Le cave del Mons Claudianus furono così chiamate perchè l'imperatore romano, Claudio (41-54 d.C.), fu il primo a decretarne la proprietà imperiale. In una zona di cave di porfido (il "mons porphyrites", ai piedi del Jebel Dukhan) ci sono i resti di un tempio risalente all'imperatore Traiano (98-117 d.C), distrutto, sembra, da un terremoto. Tra le rovine, si notano architravi con incisioni latine e greche. Alcuni manufatti mirabilmente scolpiti nel porfido rosso giacciono tra i resti del tempio, in buono stato di conservazione, come alcuni capitelli. Siamo ritornati alcuni anni dopo sul sito. La situazione si era, nel frattempo modificata e, certamente, non in maniera positiva. Lo sviluppo turistico delle coste del Mar Rosso e di Hurghada ha indotto alcune agenzie turistiche locali ad organizzare viaggi in fuori strada. Sono state così raggiunte queste cave: il risultato è che sono diminuiti i frammenti ceramici, abbondantemente disseminati in superficie e talvolta affioranti per l'erosione dell'acqua piovana. Risultano inoltre danneggiati alcuni manufatti, (foto 5), intatti al momento della nostra prima visita: danni determinati dal desiderio di possedere l'inutile ricordo di un frammento di porfido lavorato. Un' altra nostra ricerca risale al 1985, in una regione montuosa già citata da storici e viaggiatori arabi (Maqrizi, al-Idrisi, solo per citarne alcuni) e raggiunta nel 1818 da Giovanni Battista Belzoni, che ci ha lasciato una descrizione del luogo in un libro pubblicato da John Murray a Londra nel 1820. Si tratta, anche in questo caso, di una zona mineraria che conserva, nei monti Zabarah e Sikait, in Egitto, antiche e dimenticate miniere di smeraldi conosciute, impropriamente, con il nome di "Miniere di Cleopatra". Nel 1985 non era facile raggiungere questa impervia regione montuosa. Talvolta abbiamo seguito le tracce di cammelliere incise sul fondo degli uadi oppure abbiamo osservato dall'alto di un colle l'andamento degli uadi che si incuneavano tra i monti, prima di decidere il percorso. La zona è caratterizzata da una continua successione di catene montuose che sfumano all'orizzonte. Proseguendo lungo il dedalo di uadi, scoprimmo le prime tracce di presenza umana: costruzioni in pietre a secco abilmente assiemate, incuneate sui fianchi dei monti. Il villaggio minerario composto da decine di costruzioni erette anche nel fondo valle, presentava abitazioni in buono stato di conservazione con l'architrave ancora posizionate sopra lo specchio della porta. Il primo che scoprì questa antica zona mineraria fu il francese Frederic Cailliaud nel 1816, incaricato dal Vicerè d'Egitto, Mohammed Aly Pascià, di rintracciare le antiche miniere di smeraldi, di cui si era persa memoria. L'esploratore francese enfatizzò il suo ritrovamento. Prima di partire, avevamo riprodotto alcuni disegni, ricavati dal libro di Cailliaud (pubblicato nel 1822 a Londra da Richard Philips), disegni che mettemmo poi a confronto con la realtà che ci circondava. Le abitazioni dei minatori non erano certamente così numerose come mostrava il disegno di Cailliaud. Tra le costruzioni, abbiamo ritrovato le zone di lavorazione disseminate di frammenti di quarzo: gli smeraldi infatti erano conglobati nel quarzo che veniva spezzato per portarli alla luce. In alcuni blocchi si notavano i verdi cristalli scartati dal minatore forse perchè spezzati o di qualità scadente. Una necropoli islamica, in vicinanza delle miniere, ci confermò quanto è stato scritto dagli storici: la zona fu sfruttata dagli arabi dopo la conquista dell'Egitto nel 640 d.C. L'ingresso delle miniere era cosparso di frammenti di quarzo e gli scavi talvolta sprofondavano nel cuore della montagna seguendo la vena quarzifera. Alcuni pali, infissi nelle pareti dei pozzi, facilitavano la discesa dei minatori che si calavano dall'alto, servendosi di funi. Esplorare le miniere non fu facile ed esente da rischi. La presenza delle mute di alcuni rettili, appartenute alle vipere del genere "cerastes" e i numerosi scorpioni richiamati dall'umidità delle miniere, non invogliavano certamente a calarsi negli scavi. Tuttavia il desiderio di documentare il lavoro di antichi minatori, ci spinse a vincere i timori: servendosi di una scala metallica da speleologo, ci calammo nel pozzo di una miniera. I cunicoli, sovente molto stretti ci impedivano talvolta di proseguire. Era evidente che i minatori, di taglia minuta, scavavano solo la vena di quarzo, evitando, (per un logico risparmio di energie), di spezzare la roccia sterile circostante, generalmente scisto. La direzione orizzontale di alcune gallerie, poteva cambiare improvvisamente orientamento, quando la vena di quarzo, scendendo verticalmente, obbligava i minatori a scavare pozzi che sprofondano nel cuore della montagna. Sulle pareti erano chiaramente visibili le tracce lasciate dagli strumenti di sterro. Talvolta alcuni "ponti", scavati dai minatori nella roccia, permettevano di raggiungere altre gallerie. Resti umani testimoniavano i rischi e la fatica di innumerevoli, anonimi minatori obbligati a scavare una ricchezza che non sarebbe mai stata loro. Realizzammo le foto nell'interno delle miniere, utilizzando apposite lampade e centinaia di metri di cavo che srotolammo gradatamente mentre proseguivamo nella nostra esplorazione. L'aspetto architettonico più saliente di questo sperduto villaggio, è rappresentato da due templi: il primo (foto 7, 8 e 9) non lontano dall'insediamento minerario, si apre nel fianco del monte che domina il villaggio, ricavato, con una sapiente opera di scavo, nella morbida arenaria. Il secondo, più piccolo, evidenzia sopra l'architrave, l'"Ureo", il cobra sacro, scolpito anch'esso nella arenaria. Abbiamo paragonato il tempio principale con il disegno lasciatoci dal Caillaud (foto 10): si nota che era già esistente, più di un secolo e mezzo fa, la rottura di una colonna. Si nota anche l'esagerazione espressa dal Cailliaud nel disegno: davanti al tempio è rappresentata una carovana di dromedari che mostra una dimensione del tempio non corrispondente alla realtà. Una falsificazione messa in evidenza anche dal Belzoni che, due anni dopo Cailliaud, visitò il sito. "Devo confessare -scrisse il Belzoni- che la mia ingenuità non mi permise subito di capire che la descrizione del sig."Calliaud" poteva essere tanto esagerata da farmi sperare di trovare un'altra Pompei, invece del luogo dove eravamo appena giunti..." Una esagerazione che appare ancora più sorprendente se mettiamo a confronto il secondo tempio di Sikait con i disegni del Cailliaud. (foto 11) Attualmente, questa località, è stata collegato con una strada che l'ha fatta uscire dal sua plurisecolare isolamento. La facilità di accesso, ha causato un continuo e grave saccheggio del sito. E' scomparsa l'architrave del tempio più piccolo, con le scritte greche. (foto 12) Di questa incisione è rimasta la trascrizione lasciataci dal Belzoni e le nostre foto che, per quanto ci è dato sapere, sono il più completo documento fotografico esistente. Chiudiamo questa nostra esposizione illustrando il nostro ultimo ritrovamento effettuato nel deserto nubiano sudanese. Il 12 febbraio 1989 scoprimmo, con Giancarlo Negro e Luigi Balbo, un antico insediamento abitativo che le successive ricerche storiche, ci hanno permesso di identificare con la città di Berenice Pancrisia, città mineraria per l'estrazione dell'oro. La roccaforte principale della città, (foto 13) presenta rifacimenti e aggiunte risalenti alla conquista islamica. Un frammento di legno, inglobato nella torre e analizzato al Carbonio 14, fa risalire questa costruzione al 740 d.C. Il più piccolo dei due edifici fortificati è costruito nello stile di un "praesidium" greco-romano. Gli scavi archeologici (con il ritrovamento in alcune tombe d'importanti arredi) ci hanno permesso di inquadrate storicamente il periodo d frequentazione della città: dal periodo tolemaico fino ad epoca medievale araba. Tuttavia futuri scavi potrebbero far sprofondare la città ancor più indietro nel tempo. La caratteristica costruttiva più evidente della città è rappresentata dalla presenza di numerosi archi, esistenti nell'interno dei castelli e sovente sepolti sotto pochi centimetri di sabbia. Da pochi mesi, trekking automobilistici, seguendo le nostre tracce e i passaggi da noi individuati tra le catene di monti, hanno raggiunto questo sito. Sappiamo che le autorità sudanesi impongono che i turisti siano accompagnati da un archeologo; un'imposizione doverosa per impedire i danneggiamenti così frequenti nei siti che, per la loro difficoltà d'accesso, non sono facilmente controllabili. Anche l'asportazione di un piccolo frammento di vasellame può essere una pagina di storia che viene cancellata per sempre. Ci auguriamo che Berenice, come tutti gli altri insediamenti esistenti nel deserto possano essere preservati dai saccheggi con opportuni controlli da parte delle autorità archeologiche; sono testimonianze irripetibili dell'opera dell'uomo che l'isolamento e il clima secco del deserto hanno conservato fino ad oggi, talvolta ancora in buono stato di conservazione. Varese,04.10.2002 Alfredo e Angelo Castiglioni Articoli recentemente pubblicati in Egittologia [archivio]:- Mersa/Wadi Gawasis 2010-2011 Report - by Kathryn A. Bard (Boston University, Boston, MA, USA), Rodolfo Fattovich (University of Naples "L'Orientale," Naples, Italy) - Cheryl Ward (Coastal Carolina University, Conway, SC, USA)
- Report on the Pisa University Archaeological Missions in Fayum,in November and December 2011
- Dra Abu el-Naga 2011. Rapporto preliminare della XI campagna di scavo dell'Università di Pisa - M. Betrò / Preliminary Report of the University of Pisa 11th Field Season, by M. Betrò
Cliccare sull'immagine per l'ingrandimento  Foto 1: un frammento inciso lungo l'uadi Hammamat in Egitto, ora scomparso.
 Foto 2: graffito rappresentante un elefante e alcune imbarcazioni, rovinato da una scritta araba.
 Foto 3: cava di "breccia verde" nell'uadi Hammamat inEgitto. Il sarcofago spezzato è stato trafugato.
 Foto 4: Un sarcofago abbozzato davanti al grande pozzo dell' uadi Hammamat. E' scomparso come sono stati trafugati altri sarcofagi in differenti stadi di lavorazione, disseminati nelle vicinanze.
 Foto 5: resti del tempio di Traiano nelle cave di porfido dei "Mons Phorphirites " in Egitto. Si notano i danneggiamenti sui manufatti di porfido.
 Foto 7: uno dei due templi esistenti nelle miniere di smeraldi dell'uadi Sikeit in Egitto.
 Foto 8: uno dei due templi esistenti nelle miniere di smeraldi dell'uadi Sikeit in Egitto.
 Foto 9: uno dei due templi esistenti nelle miniere di smeraldi dell'uadi Sikeit in Egitto.
 Foto 10 : Alfredo Castiglioni mostra un disegno ricavato dal libro pubblicato da Cailliaud in Inghilterra. L'esploratore francese raggiunse per primo, nel 1816, le cave: enfatizzò la sua scoperta con illustrazioni che non corrispondevano alla realtà.
 Foto 11 : un altro disegno di Cailliaud messo a confrontocon il secondo tempio di Sikeit: anche in questo caso iltempio appare notevolmente più grande del reale.
 Foto 12 : l'architrave con incisioni greche del tempio più piccolo di Sikeit. L'importante monolite è stato trafugato. La trascrizione delle parole greche (effettuata da G.B. Belzoni) e le nostre foto sono i soli documenti rimasti dell'architrave scomparsa.
 Foto 13 : il Castello principale della città di Berenice Pancrisia, ritrovata il 12 febbraio 1989 nel deserto nubiano sudanese.
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