La scrittura del formante tw del passivo nel Medio Regno* - di Alessandro Roccati
Redazione Archaeogate, 15-11-2006
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EVOLUZIONE DEL SUFFISSO PASSIVO -t (-tj, -tw)
Atti della Accademia delle Scienze di Torino
4 — Atti Cl. di Scienze morali
Vol. 105 (1970-1971)
Coniugazioni derivate dell'egiziano
È stata riscontrata nella maggior parte delle lingue camito-semitiche l'esistenza di un formativo t, che come prefìsso o infisso (semitico), suffisso o prefisso (cuscitico e berbero) è portatore di un valore mediale con tendenza a fissarsi in passivo[34]. La presenza di tale formante è di solito molto evidente e facile da stabilire perché esso è la componente di una delle principali coniugazioni derivate e si manifesta in un esteso numero di forme.
Al contrario nell'egiziano è stata emessa una tesi che trova il principale sostegno nelle fasi successive della lingua, che documentano un pronome impersonale tw certamente connesso con la coniugazione passiva in -t. Senonché, nello stato più recente delle cognizioni, considerare ancora tale pronome tw come prima origine delle forme passive in -t[35] costituisce una petizione di principio oltre che un disconoscimento delle osservazioni storieche e dei gravi ostacoli grammaticali[36].
Un pronome impersonale qualsivoglia è del tutto sconosciuto ai testi più antichi, per tutto l'Antico Regno[37], e in ultima analisi il pronome tw appare un prodotto secondario del medio egiziano, conseguente ad una evoluzione particolare all'egiziano, anche se forse cominciata già nella preistoria. Di questa profonda trasformazione si possono documentare varie fasi in periodo storico.
A) L'antico egiziano (2600-2300 a. C.) separa un formante passivo -t(i), distinto dalla forma sdmt.f, ma di uso ancora limitato. Bene attestata, con piene funzioni indipendenti, è solo la forma passiva sdm.t.f, che in questo periodo conserva caratteristiche di indissolubilità. Al contrario del sdm.f rifiuta ogni ausiliare, specialmente jw, ed è indifferente alla nozione di tempo, adoperandosi per passato, presente e futuro[38].
B) Raramente, dalla V dinastia, si trova il formante -tj applicato anche a forme geminate di sdm.f[39].
Nei Testi delle Piramidi -tj si aggiunge qualche volta alla forma sdmw.f (sdmw.t.f)[40]; i testi della piramide di Wnjs mostrano il rifacimento di un passo più antico dove a sdm.t.f si sostituisce sdm.n.t.f[41]; nei testi della piramide di Pjpj II -tj si suffigge ad una forma in -k3- (sdm.k3.t.f)[42]. Gli esempi in tal senso si moltiplicano dalla fine" della VI dinastia[43], ed è chiaro che in questo momento si diffonde il paradigma medioegiziano in cui -tj, sotto la nuova ortografia -tw[44], diviene una desinenza ordinaria, con la sola funzione di volgere in passivo il valore attivo delle forme cui si suffigge.
BB) In questa fase si trova solo iw sdm.t(w) (ecc.), ossia -t(w) è ancora legato alla base verbale[45].
C) Nella fase B) -t(w) si unisce esclusivamente a forme pienamente verbali, ma dalla XII dinastia (circa 2000 a. C.) subentra in forme costituite da un elemento ausiliario della flessione verbale, come jw.tw o hr.tw + sdm.t(w.f)[46]. In esse, sotto apparenza dell'anticipazione del soggetto, si manifesta una ulteriore liberazione dell'elemento -tw. Esso si comporta oramai anche come un pronome suffisso (es. .f), e si aggiunge a forme nominali quali i participi: irt.tw «ciò che si fa»[47]. Come conseguenza del nuovo stato pronominale di .tw, in determinate circostanze, le forme verbali che lo contengono cessano di essere sentite come passive, e possono ricevere un oggetto; tale è probabilmente il caso già nel tempo di Sesostri I della espressione h3q.tw tn «vi si rade»[48]. Una ulteriore conferma del significato impersonale assunto dal suffisso .tw è data alla sua introduzione in frasi che anteriormente suonano dd z r pn (o simili) « dica uno (un uomo) questa formula » ed ora divengono dd.tw r pn «si dica questa formula»[49]. Nella oscillazione ortografica tra la XI e XII dinastia si può forse scorgere l'esitazione del transito tra funzione vecchia e nuova .tw : .t.f.
D) Nella fase C) il suffisso .tw assume il significato di pronome generico che era occasionalmente assunto dal pronome di 3° pers. plur. .sn[50] o da sostantivi come z « uomo » (cfr. il francese on da homme e il tedesco man). Nell'ultimo stadio della sua evoluzione tw può presentarsi come particella isolata, non più connessa con alcun sostegno, e corrispondere ai pronomi personali indipendente (ntf) o dipendente (sw), pur conservando costantemente funzione di soggetto[51].
In questa metamorfosi pronominale si esaurisce la caratteristica di una coniugazione, evidentemente apparentata a forme analoghe semitocamitiche, ma questa evoluzione, morfologica e semantica, costituisce un apporto originale della lingua egizia dall'Antico al Nuovo Regno. In copto infine tale pronome impersonale è nuovamente scomparso.
Una analoga trasformazione, anche se più limitata, si riscontra forse a livello attivo, e dimostra come in egiziano il formante di coniugazione t non abbia mai posseduto, o abbia presto perso, carattere unitario. Benché distinte nel periodo storico, sono certamente connesse per origine alla forma sdm.t.f passiva la forma sdmt.f attiva[52], e la forma aggettivale sdmt(j).f(j)[53]. La forma sdmt.f attiva ha una sintassi particolare e definita, ma è probabile che con alcune forme sia penetrata nel paradigma del sdm.f (con maggiore regolarità dal medioegiziano) in costruzioni «prospettive»: jwt (: jwj «venire»), jnt (: jnj «portare»), wnt (: wnn «essere»)[54]. Prova dell'identità dell'ampliamento in -t di tali forme attive con il suffisso del passivo -t(w) è l'incompatibilità dei due elementi che non si possono cumulare, onde il passivo di jnt suona jn.t(w)[55]. Inoltre nel neoegiziano la costruzione sdm.tw e la forma sdmt.f si confondono nell'ortografìa, come in antico egiziano[56].
Un altro indizio per chiarire simili interferenze si scorge in antico egiziano nell'uso del sdmt.f quale forma delle proposizioni oggettive dopo verbi di percezione e di espressione[57].
Note
[34] Kah.22, 9 (k3.tw sdm.t.f); 11, 19 (dhn.t.f).
[35] Kah. 12, 13 (rdi.tw.s); 28, 27 (ir.tw.f); 34, 34 (in.tw.s).
[36] H. Grapow, Die medizinischen Texte in hieroglyphischer Umschreibung autographiert. Grundriss der Medizin der alten Ägypter, V, Berlin 1958, p. 548.
[37] LEFEBVRE, Gram. ég, § 436, che cita Nauf. 147-148; ed ancora, per la frequenza di ìrrt in tal senso, Siut I 278-279. Cf. Coffin T. VI 273 b (G1T).
[38] Lesestücke 83, 12 (rdl.n.l it.tw h'w.f «feci prendere le sue armi») e 83, 4 (rdit hm.f dl.t.l «S.M. volle che fossi posto»). Vi è inoltre di.tw nella stela Brit. Mus. 1313, 11, appartenente al medesimo individuo (testo funerario).
[39] Lesestücke 84, 23 (irt.tw nb m-'.sn «tutto quel che si farà con loro); 84, 13.l6 ((n) ms.t.f n.ì. «(non) è nato a me», uguale sulla stela di Uronarti, JNES, 12 (1953), p. 51 sgg.); e JEA, 39 (1953), p. 51 fig. 1), linee 8-9 (wrd.n.tw).
[40] Un wšd.tw.f è nella stela Cairo 20254, 2-3, di data incerta, ma sicuramente tarda.
[41] A. de Buck, The Egyptian Coffin Texts, voll. I-VII, Chicago 1935-1961. Descrizione di molte fonti e datazioni in Th. G. Allen, Occurences of Pyramid Texts with Cross Indexes of these and other Egyptian Mortuary Texts, Chicago 1950, pp. 12 sgg. L'influsso delle credenze magiche sulla tradizione, che si manifesta nella preferenza di certe grafie e nell'esclusione di dati segni, o anche frasi di malo augurio, fu delineato per un notevole numero di mss. da H. Kees, in Göttinger Totenbuchstudien, Berlino 1954 (Untersuchungen 17), pp. 2-4, il quale ne notò la coerenza variabile e l'indipendenza originaria da fatti di tradizione. Sulle varianti locali: H. Kees, Zur lokalen Überlieferung des Totenbuchskapitels 99 und seiner Vorläufer: Grapow Festschrift, p. 176-185. II medesimo accorgimento è applicabile all'ortografia di certi nomi di persona, e quindi ai documenti che li riportano, per i quali cf. H. Ranke, Die ägyptischen Personennamen, II, Glückstadt 1953, p. 39, sotto «passive Formen », badando però che l'Autore classifica sotto uno stesso titolo grafie arcaiche e recenti.
[42] Cf. Faulkner, in JEA 48 (1962), p. 38 k; Lefebvre, Gram. ég., § 34 obs.
[43] Anche il computo più favorevole (37, 5 di esempi con tw e 62, 5 con t) rimane lontano dalla media dei papiri letterarì che non hanno ancora completamente unificato la grafia tw, vale a dire il papiro Prisse (tw 75, t 25 circa) o Sinuhe ms. B (tw 73 %, t 27 % circa).
[44] Edel, Altäg. Gram., § 521.
[45] Irtwi di S 2 C, in I 344 d, è errore del tutto casuale, immediatamente corretto nello ir.n.t che segue. In I 82 c ( S 2 Ca) c'è però ms.n.tw.i.
[46] De oudste Versie van Dodenboek 17. a. Coffin Texts spreuk 335 a, Leida 1964, pp. 9-10. Cf. Clère in Aäa.
[47] In JEA 37 (1951), pp. 76-77. Le addizioni di segni, come le correzioni per sovrapposizione, si fanno nel colore del contesto (es.: II 101 a: B2L; 308 e: B 2 Bo).
[48] Cf. Edel, GM 44 (1981), p. 15, esempio nella lettera S.I di Hekanakhte.
[49] Neferhotep I: Cairo 20786, in D. Randall-Maciver, El Amrah and Abydos, Londra 1902, tav. 29, linee 5 e 10. M. Pieper, Die grosse Inschrift des Konigs Neferhotep in Abydos: MVAeG 32 (1929), che offre altri punti di contatto con i Sarcofagi, linee 16 e 35, accanto a tw, linee io e 12. Nella XVII dinastia: P. Lacau, Une stèle juridique de Karnak, Cairo 1949 (Cahier des Ann. Serv. 13), indifferentemente tw (linee 10; 12; 15; 18; 26) e tw (linee 7; 8; 10; 21; 24; 26).
[50] ZÄS 46 (1909), p. 139-140 (Grapow).
[51] Su B 17 C, il cui fondo contenente il Libro delle Due Vie è edito da J. Janssen, in «Jaarbericht» 15 (1957-1958), p. 71-73 e tav. 4-12, cf. ancora le osservazioni di G. Posener, in «Bi. Or.» 1951), p. 170, colonna sinistra. (Con B 1 P e B 2 P).
[52] Op. cit., p. 2 nota 2, in base al tipo ed alla collocazione delle tombe. Inoltre BSEG 13 (1989), p. 50.
[53] E. Edel, Der absolut gebrauchte Infinitiv mit -tw "man" als Subjekt: GM 44 (1981), P. 15: esempio più antico nel Wadi el-Hudi.
[54] EDEL, Altäg. Gram., §§ 456-7; GARDINER, Eg. Gram., § 447; LEFEBVRE, Gram. ég., § 245. Che la forma jwt sia identica al sdmt.f è ulteriormente dimostrato da Coffin T. I 217 6 (con variante ijt).
[55] EDEL, Altäg. Gram., § 457 in fine; cfr. Or. An. 6 (1967), p. I70.
[56] WESTENDORF, Gebr. Passivs, p. 111.sqq
[57] EDEL, Altäg. Gram., § 739. Tuttavia jnt è pure attestato dopo verba dicendi, es. Letters to the Dead II vs. 2; Coffin T. I 158 e sqq.