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Le miniere d'oro dei Faraoni - di Alfredo e Angelo Castiglioni

Il deserto nubiano sudanese fu nell'antichità il paese dell'oro.
Fonti storiche egizie, tolemaiche e arabe non lasciano dubbi. Per millenni l'uomo ha estratto l'oro dalle vene di quarzo disseminate su una vasta area, soprattutto nei territori solcati da antichi fiumi fossili, l'"uadi" Allaki e i suoi affluenti, il Gabgaba e L'Elei.
E' la regione di "Wawat" degli egizi, il cuore della Nubia sudanese, dove generazioni di minatori hanno scavato, sofferto e sono morti.
Il numero di uomini costretti al lavoro nelle miniere era certamente elevatissimo: una tonnellata di quarzo contiene pochi grammi d'oro: da otto a dieci; un pizzico di ricchezza annegato, sotto forma di minuscole pagliuzze, in una massa bianca, dura, compatta, difficile da frantumare. Ma i Faraoni non valutavano l'oro in termini di fatica e sofferenza: era importante possederlo in grandi quantità per accrescere il loro potere.
E l'Egitto dei Faraoni era ricco d'oro.
Gli "annali" di Thutmosi III (XVIII Dinastia-1479-1424 a.C.) ci forniscono alcuni dati.
Su una parete del grande tempio di Karnak in Egitto, all'altezza del sesto pilone, esiste una precisa contabilità incisa nella pietra in caratteri geroglifici, in quella che si può ritenere la più bella scrittura prodotta dalla mente dell'uomo. Si legge infatti che, negli anni 34, 38 e 41 del regno di questo grande Faraone, la desertica regione di Wawat produsse ben 8542 "deben" d'oro. Il "deben" era una unità di peso degli Egizi, corrispondente a 91 grammi, quindi circa 776 chili di prezioso metallo estratti in soli tre anni: un quantitativo incredibile se si considerano le tecniche d'estrazione dell'epoca che si basavano esclusivamente sulla forza fisica e su utensili normalmente di pietra.

Sulla vita e l'organizzazione delle miniere, le notizie ci pervengono da Diodoro Siculo (I secolo a.C.) che si basò su un'opera andata perduta di Agatarchide di Cnido, geografo della metà del II secolo a.C.

Scrive Diodoro:

"All'estremità dell'Egitto e sui territori limitrofi dell'Arabia e dell'Etiopia, c'è una regione che possiede un gran numero d'importanti miniere d'oro, metallo che viene estratto in gran quantità a prezzo di molti tormenti e fatiche..."

Chi lavorava nelle miniere? E' ancora Diodoro ad informarci:

"I re d'Egitto radunano (gli individui) condannati per qualche crimine, i prigionieri di guerra e, insieme a loro, anche chi è stato vittima di ingiuste accuse e coloro che sono stati condannati alla prigione per animosità, talvolta da soli, talvolta insieme a tutta la famiglia. Questi uomini condannati alle miniere, molto numerosi e tutti incatenati, faticano senza interruzioni sia durante il giorno che per l'intera notte, senza conoscere riposo, attentamente tenuti lontano da ogni possibilità di evasione in quanto sono circondati da guardiani scelti tra i soldati stranieri che non parlano la loro lingua"

Probabilmente Diodoro descrisse il lavoro nelle miniere durante il periodo tolemaico (il periodo della dominazione greca in Egitto): tuttavia si può supporre che l'attività estrattiva dell'oro non fosse molto dissimile anche in epoca egizia e, successivamente, durante la conquista araba del territorio.

"Le rocce aurifere – spiega Diodoro – sono di un colore nero intenso, ma nel loro interno si può notare una pietra più bianca (le vene di quarzo aurifero), che i minatori bruciano con fuoco di legna. Quando la pietra è ammorbidita dal calore, la spezzano in piccoli frammenti ..."

Infatti in molte miniere da noi visitate le pareti erano annerite di fumo: si può immaginare la sofferenza dei minatori costretti a resistere a lungo in un ambiente saturo di fumo, uscendo all'aperto solo quando l'aria diventava irrespirabile, per poi ritornare rapidamente nelle gallerie prima che la roccia raffreddandosi vanificasse il loro lavoro.
Diodoro si sofferma anche ad illustrare l'organizzazione di una miniera:

"Il lavoro fondamentale è quello svolto dall'operaio specialista delle pietre. E' lui che indica ai manovali il filone che contiene l'oro. Egli distribuisce il lavoro in questo modo: i più forti e giovani spezzano la roccia nel punto in cui è bianca per mezzo di martelli... Gli uomini non impiegano in questo lavoro alcuna abilità ma si servono unicamente della forza bruta: così facendo scavano numerose gallerie nella roccia. Queste non sono diritte ma vanno in ogni direzione come le radici di un albero, seguendo il filone che contiene l'oro. Sono poi i bambini che, scivolando nelle gallerie aperte dagli uomini, raccolgono faticosamente i frammenti di pietra che trascinano all'ingresso della miniera. Qui, una moltitudine di vecchi e ammalati, prende il minerale e lo mette a disposizione di uomini robusti di circa 30 anni che, con un pestello, provvedono a sminuzzare senza sosta il minerale in mortai di pietra fino a quando il pezzo più grosso non supera la misura di una lenticchia"

Abbiamo visto come la condanna degli uomini ai lavori forzati comportasse che, anche mogli e figli condividessero sovente la stessa sorte. Nelle miniere d'oro lo sforzo fisico richiesto ai bambini era enorme. Infatti erano costretti, per la loro minuta struttura fisica, a scivolare negli angusti cunicoli per raggiungere il punto più estremo dello scavo. Qui raccoglievano i blocchi di quarzo, scivolando tra le gambe dei minatori, senza che il lavoro s'interrompesse. Poi, talvolta camminando a ritroso dove le gallerie erano più strette, ripercorrevano la miniera per deporre il materiale all'esterno.
Durante l'esplorazione di uno scavo abbiamo trovato i resti di un cesto che, riempito di frammenti di quarzo, veniva poi trascinato fino all'imboccatura.

Dopo aver frantumato il quarzo in piccoli pezzi, la successiva lavorazione era svolta dalle donne, dai vecchi e dagli ammalati. I frammenti venivano messi nelle macine che i condannati facevano ruotare senza interruzione, per mezzo di un manico di legno, "fino a quando - scrive Diodoro- il quantitativo di pietre a loro affidato non era ridotto in polvere simile a farina"


Dal diario della spedizione, 15 febbraio 1998

E' l'alba del 15 febbraio e il vento che ci ha infastidito durante la notte non ha ancora cessato di soffiare: un vento teso che solleva pulviscoli di sabbia quarzifera, preludio delle tempeste di sabbia che si scateneranno verso la fine del prossimo mese.
Abbiamo montato le tende in vicinanza di una miniera d'oro egizia.
E' una delle oltre 100 miniere che abbiamo scoperto in questa regione assegnata in concessione dalle autorità sudanesi al Ce.R.D.O, la nostra Associazione con sede a Varese. Alcune miniere viste nei giorni precedenti erano composte da pochi ricoveri di pietre a secco, altre più estese, riunivano centinaia di abitazioni a pianta circolare o rettangolare, isolate o aggregate a formare veri e propri villaggi.
La miniera in cui ci troviamo è di media grandezza e si compone di alcune decine di ricoveri disseminati su una vasta area priva di vegetazione dove le vene di quarzo appaiono completamente sfruttate. Disseminati sulla sabbia troviamo gli utensili di pietra impiegati dagli antichi minatori.
Tornano alla mente le parole di Diodoro Siculo e notiamo come le sue descrizioni corrispondano alla realtà che si presenta ai nostri occhi, ferma nel tempo in quello sperduto angolo di mondo a oltre 300 km dalla valle del Nilo, nel cuore del deserto. Vediamo i mortai di pietra che permettevano una prima, grossolana spezzettatura del quarzo e, sparse intorno ai ricoveri, le macine utilizzate dai minatori per polverizzare il quarzo fino a ridurlo "simile a farina".

Decidiamo di valutare lo sforzo fisico richiesto agli antichi minatori.
L'archeologia è fatta anche di queste prove. Raccogliamo alcune manciate di frammenti di quarzo ("della misura di una lenticchia" come spiega Diodoro), che troviamo disseminati sul terreno e li mettiamo in una macina; inseriamo poi un manico di legno nel foro esistente nella parte ruotante e l'utensile è pronto per la prova.
Inizia l'operaio sudanese più giovane e robusto della nostra équipe. Si siede e incomincia a ruotare la parte superiore della macina. E' una gara di forza che, come tutte le gare, ha i suoi tifosi che incitano, giudicano, sono prodighi di consigli.
Noi abbiamo fatto scattare l'orologio.
L'uomo aziona con forza la macina che gira velocemente; sentiamo il quarzo scricchiolare mentre si frantuma in pezzi sempre più piccoli e diventa polvere. Per vincere l'attrito del quarzo sul granito della macina, l'uomo lavora con tutte le sue forze: il dispendio d'energie è notevole, evidenziato dal sudore che gli imperla la fronte. Tuttavia non rallenta la rotazione: è il più forte e lo vuole dimostrare.
Dopo cinque minuti il movimento rotatorio inizia a rallentare; vediamo i muscoli delle spalle tesi nello sforzo e gocce di sudore scorrere sulla fronte. L'uomo si trova sotto una acacia che lo ripara con la rada ombra dai raggi diretti del sole. La temperatura è tuttavia elevata e l'uomo si arresta per bere e integrare i liquidi espulsi dal corpo, poi riprende a macinare.
Gli incitamenti sono finiti: gli amici ora osservano in silenzio, consapevoli dello sforzo fisico del loro compagno e forse iniziano a rendersi conto della incredibile fatica richiesta agli antichi minatori.

Le lancette dell'orologio si spostano lentamente sul quadrante: dopo 17 minuti l'uomo si ferma. Ansimando solleva la parte mobile della macina: sulla base fissa appare una manciata di polvere bianca. Il lavoro è finito: il quarzo polverizzato ha liberato le minuscole pagliuzze d'oro che riusciamo ad individuare ai raggi del sole.
Incitiamo l'uomo a continuare ma si rifiuta, lamentando un diffuso dolore ai muscoli della spalla. A rendere evidente il faticoso lavoro al quale è stato sottoposto, notiamo che la parte fissa della macina è incisa da solchi circolari dove il quarzo ha scalfito il granito.
Decidiamo tuttavia di portare a termine l'esperimento e, a turno, gli uomini dell'équipe si alternano alla macina.
Al termine della giornata riusciamo a polverizzare circa mezzo quintale di quarzo, ottenendo un mucchietto di polvere bianca che dovrà essere lavata per liberare 0,040 grammi d'oro: un pizzico di ricchezza ottenuta con incredibile fatica.

Eppure, tra i molteplici lavori svolti nelle miniere antiche, la polverizzazione del quarzo era un compito riservato agli individui più deboli: "alle donne, ai vecchi e agli ammalati", scriveva Diodoro Siculo; un lavoro talmente duro e pieno di tormenti che le parole di questo storico, meglio di qualsiasi esperimento archeologico, servono a far capire la spietata durezza della vita degli uomini condannati alle miniere d'oro dei Faraoni: "... non si ha pietà né per i vecchi, né per le donne, né per gli ammalati e gli storpi. Tutti vengono costretti a lavorare con tutte le loro forze fino a quando, non potendone più, muoiono di fatica".

Alfredo e Angelo Castiglioni






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Aspetti del deserto nubiano sudanese nella zona di concessione archeologica del Ce.R.D.O. ( Centro ricerche sul deserto orientale) di Varese . La regione conosciuta col nome di “Wawat” dagli Egizi, è ricca d’oro. Da qui proveniva la maggior parte dell’oro affluito nei secoli al tesoro dei Faraoni.
Aspetti del deserto nubiano sudanese nella zona di concessione archeologica del Ce.R.D.O. ( Centro ricerche sul deserto orientale) di Varese . La regione conosciuta col nome di “Wawat” dagli Egizi, è ricca d’oro. Da qui proveniva la maggior parte dell’oro affluito nei secoli al tesoro dei Faraoni.

Aspetti del deserto nubiano sudanese.
Aspetti del deserto nubiano sudanese.

Aspetti del deserto nubiano sudanese.
Aspetti del deserto nubiano sudanese.

Aspetti del deserto nubiano sudanese.
Aspetti del deserto nubiano sudanese.

Aspetti del deserto nubiano sudanese.
Aspetti del deserto nubiano sudanese.

Una cicogna mummificata dal calore durante la migrazione che attraversa il deserto nubiano sudanese, privo di acque superficiali.
Una cicogna mummificata dal calore durante la migrazione che attraversa il deserto nubiano sudanese, privo di acque superficiali.

Una vena di quarzo aurifero nel cuore del deserto nubiano sudanese.
Una vena di quarzo aurifero nel cuore del deserto nubiano sudanese.

Scavi a galleria nelle antiche miniere d’oro.
Scavi a galleria nelle antiche miniere d’oro.

Scavi a galleria nelle antiche miniere d’oro.
Scavi a galleria nelle antiche miniere d’oro.

Scavi a galleria nelle antiche miniere d’oro.
Scavi a galleria nelle antiche miniere d’oro.

Semplici ricoveri in pietre a secco in una antica miniera d’oro. Qui vivevano i minatori in condizioni estremamente dure, isolati in un deserto arido, con scarsità d’acqua e sottoposti ad un clima che, in alcune stagioni dell’anno, raggiunge temperature elevatissime.
Semplici ricoveri in pietre a secco in una antica miniera d’oro. Qui vivevano i minatori in condizioni estremamente dure, isolati in un deserto arido, con scarsità d’acqua e sottoposti ad un clima che, in alcune stagioni dell’anno, raggiunge temperature elevatissime.

Semplici ricoveri in pietre a secco in una antica miniera d’oro.
Semplici ricoveri in pietre a secco in una antica miniera d’oro.

Un villaggio minerario, probabilmente risalente alla conquista araba della Nubia
Un villaggio minerario, probabilmente risalente alla conquista araba della Nubia

Macine "a rotazione" utilizzate dagli antichi minatori per polverizzare il quarzo aurifero e liberare le minuscole particelle d’oro ( 8/10 grammi d’oro per una tonnellata di quarzo).
Macine "a rotazione" utilizzate dagli antichi minatori per polverizzare il quarzo aurifero e liberare le minuscole particelle d’oro ( 8/10 grammi d’oro per una tonnellata di quarzo).

Macine "a rotazione".
Macine "a rotazione".

Alfredo e Angelo Castiglioni consultano una foto satellitare nel deserto nubiano sudanese.
Alfredo e Angelo Castiglioni consultano una foto satellitare nel deserto nubiano sudanese.