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Il Libro Magico di Torino. Una ricerca internazionale per una pubblicazione scientifica. Serekh II, 2004, 89-93 - di Alessandro Roccati

È oramai in fase compiuta di allestimento il volume dedicato alla pubblicazione di due rotoli gemelli di papiro esposti nel Museo Egizio di Torino, scritti fittamente sulle due facce in scrittura ieratica tracciata da uno scriba abile e forse da più mani. In realtà oggi sappiamo che questi due rotoli, per quanto lunghi, non contengono la totalità dei testi riportati: la copia che essi recano è in alcuni casi parziale, perché scoperte di altri simili rotoli di papiro, seppure in uno stato più frammentario di conservazione, hanno dimostrato una maggiore estensione di certi testi.
In questo volume si terrà conto oltre della trascrizione geroglifica integrale del papiro principale con tutto il suo contenuto, anche dei testi così come è possibile completarli dopo la scoperta di documenti paralleli. I documenti su papiro di Torino vengono dalla collezione Drovetti, che fu messa insieme specialmente con ricerche nella zona di Tebe verso il 1820, ma non si hanno notizie sulle circostanze del ritrovamento. Essi giunsero a Torino nel 1823, e Jean François Champollion, che aveva appena decifrato i geroglifici, ne vide sicuramente qualcuno.
I testi magici conservati da alcuni papiri di Torino furono però riconosciuti per la prima volta solo nel 1869, quando la pubblicazione di Pleyte e Rossi provvide i facsimili delle pagine principali dei documenti meglio conservati (ora numerati 54050, 54051, 54054). Francesco Rossi era un egittologo avventizio del Museo Egizio di Torino, autore anche di una grammatica egizia in italiano, un'opera di pioniere per quei tempi. Nell'esecuzione dei facsimili di papiri del Museo Egizio e nella loro interpretazione fu coadiuvato da Willem Pleyte, un olandese di fama internazionale. Più tardi (1894) la nomina di Ernesto Schiaparelli alla direzione del Museo Egizio di Torino costrinse il Rossi ad abbandonare questa sua sede di lavoro, dove aveva tra l'altro collaborato, dopo l'unità d'Italia, alla stesura di un catalogo-inventario del Museo sotto la guida di Ariodante Fabretti, un archeologo classico di prestigio cui era allora affidata la direzione del Museo.
Nelle tavole dell'opera di Pleyte e Rossi i papiri furono però sistemati in porzioni smembrate, di cui sfuggiva il contenuto unitario, anche se François Chabas, un egittologo francese precursore (faceva quello che oggi chiameremmo l'enologo) tentò una prima interpretazione. Data l'importanza dei testi, son numerosi gli specialisti che vi hanno dedicato attenzione e che hanno contribuito a sciogliere difficoltà di lettura. Gli apporti più notevoli son dovuti a Alan Henderson Gardiner che, nel corso della sua collaborazione al Dizionario di Berlino al principio del XX secolo, diede la prima trascrizione geroglifica accurata e ordinata del papiro principale che era venuto ad esaminare direttamente a Torino (si racconta che scendesse all'albergo Principi di Piemonte in via Lagrange). Infatti secondo l'uso scientifico moderno nell'edizione dei testi si suole rintracciare la corrispondenza dei segni della scrittura ieratica (ossia non figurata) nei segni della scrittura geroglifica, anche se nell'antichità c'era una notevole divergenza nell'uso delle due scritture.
Della trascrizione geroglifica che aveva eseguito sui papiri di Torino, il Gardiner, uno dei massimi studiosi dei papiri egizi, fece uso in occasione dell'edizione del papiro Chester Beatty XI per il Catalogo scientifico del Museo Britannico. Lo stato frammentario di questo rotolo poteva esser rimediato mediante il parallelo della "Storia di Iside" contenuto nel CGT 54051 e parzialmente su ostraca custoditi in collezioni inglesi. I papiri Chester Beatty prendono nome dal mecenate irlandese che li comperò sul mercato antiquario e che li donò al Museo Britannico di Londra (tranne uno, il meglio conservato che tenne per sé ed oggi si conserva a Dublino) a condizione che fossero resi disponibili a stampa entro cinque anni, impresa che solo uno studioso della tempra di Gardiner riuscì a portare a buon fine. In realtà questi papiri erano stati trafugati alla fine del marzo 1928 dagli scavi francesi a Deir el-Medina, diretti da Bernard Bruyère. Il luogo della scoperta avvicinava questi papiri a quelli custoditi nel Museo Egizio di Torino, che vengono dalla stessa zona, anche se sono leggermente posteriori (risalgono per lo più alla XX dinastia).
Il testo studiato da Gardiner riporta un celebre mito, relativo alle astuzie messe in atto dalla dea Iside per impossessarsi del nome segreto del dio Sole Ra, con cui avrebbe avuto potere sull'intero universo. Questo testo, che era già stato interpretato cinquant'anni prima da Eugène Lefébure sulla base della pubblicazione di Pleyte e Rossi, è divenuto famoso ed è stato spesso ripreso nelle antologie come "storia di Iside e Ra".
Intanto l'edizione di ostraca provvedeva numerosi paralleli parziali anche ad altri testi riportati sui rotoli del "grande libro magico". Uno pubblicato dal tedesco Wilhelm Spiegelberg nel 1922 e che si conserva a Strasburgo (ristudiato recentemente dal francese Yvan Koenig), restituisce l'inizio mancante di CGT 54051, ciò che ha confermato in seguito il ritrovamento di frammenti di un altro papiro (ora CGT 54052) conservati nella papiroteca del Museo Egizio di Torino. Questo papiro è in grande parte dominato dalla figura della dea Iside, e il suo verso rappresenta una continuazione dello stesso testo sul recto. L'altro papiro, CGT 54050, è ispirato dal dio Thot, patrono della scrittura, della scienza e della magia, e che è presente di conseguenza in numerosi scritti magici, quale il papiro Chester Beatty VIII.
Numerosi altri ostraca, dal cantiere di Deir el Medina, eran trovati nel frattempo nel corso degli scavi francesi, che hanno preso la concessione di Deir el-Medina dopo il suo abbandono da parte della missione italiana di Ernesto Schiaparelli. Porzioni dello stesso testo apparivano su documenti epigrafici tardivi, particolarmente la stela di Metternich, la Base Behague e le stele magiche del Museo del Cairo pubblicate dal Daressy. La stela di Metternich è un grandioso cippo di Horo, già conservato in Boemia in un castello del principe Metternich, ma trafugato durante la Seconda Guerra Mondiale ed ora posseduto dal Museo Metropolitano di New York: essa è ricoperta da testi geroglifici fitti ed accurati del massimo interesse, che sono parzialmente noti anche da papiri ieratici come quelli di Torino. Lo stesso si può dire della base Behague, pertinente ad un cippo di Horo frammentario, che è conservata a Leida in Olanda.
Nel 1982 ci si è accorti studiando minuti frammenti di papiro a Torino che il papiro Chester Beatty XVI contiene l'inizio del testo di CGT 54050. Joris Borghouts dell'università di Leida ha rintracciato tre frammenti relativi all'inizio del rotolo che non si conosceva, ed Alessandro Roccati ha riscontrato l'identità del testo da essi riportato con quanto si legge sui frammenti del Papiro Chester Beatty XVI, che evidentemente costituivano l'inizio di un rotolo simile. In tale modo ambo i libri di Thot e di Iside risultano presenti sia nel gruppo di manoscritti trovato a Deir el-Medina e conservato ora principalmente a Londra, sia nel fondo del Museo Egizio di Torino, che proviene probabilmente da Medinet Habu, ad opera della stessa comunità e a distanza di solo un paio di generazioni.
Tra gli studiosi che hanno mostrato il loro interesse verso i predetti documenti principali vi è Giuseppe Botti, che in giovinezza aveva collaborato sotto la guida dello Schiaparelli allo studio dei papiri torinesi e divenne in tarda età (1955) titolare della prima cattedra italiana di egittologia nell'università di Roma "La Sapienza", il quale riuscì a identificare alcuni nuovi frammenti. Alla sua morte, nel 1968 nella sua casa di Firenze, la sua ricca biblioteca privata fu legata in lascito al Museo Egizio di Torino, procurando uno strumento importante di studio, che fino allora mancava nelle precarie risorse bibliografiche del Museo. Per acquisire i frutti di ricerche che potevano avere utili riscontri tra i materiali del Museo si era costretti a documentarsi presso istituzioni opportunamente attrezzate in altri paesi europei. Georges Posener si occupò a lungo dell'interpretazione e ne fece oggetto dei suoi corsi universitari a Parigi, prestandosi inoltre ad una verifica delle trascrizioni dei testi, che gli erano state sottoposte da A. Roccati. Trattandosi di uno dei massimi studiosi riconosciuti della scrittura ieratica, tale supervisione, che confermò la correttezza del lavoro già svolto, provvide una sicurezza essenziale. In seguito Joris F. Borghouts in una antologia tradusse numerosi passi in inglese, procedendo per proprio conto ad una trascrizione completa del manoscritto torinese. Questa, che contiene diverse correzioni alle letture di altri studiosi, è stata posta a disposizione della presente edizione.
Dopo la fondazione dell'impresa del Catalogo del Museo Egizio di Torino nel 1965 il lavoro per l'edizione fu affidato al Padre Adhémar Massart S.J., di origine belga, che aveva prodotto altri studi su documenti consimili dei musei di Leida e di Ginevra, e che poté valersi delle ottime trascrizioni del Gardiner, portando il lavoro ad una stesura quasi definitiva. Egli non fece a tempo però ad inserire alcuni frammenti nuovi del papiro principale scoperti da Giuseppe Botti, mentre nel 1982, in occasione di una sua visita a Torino, J. F. Borghouts ebbe la ventura di trovare la pagina iniziale del papiro CGT 54050.
In questo periodo, le ricerche che A. Roccati svolgeva nella papiroteca torinese in qualità di dipendente del Museo Egizio, hanno condotto all'inattesa identificazione di otto manoscritti parzialmente paralleli ai due principali, e in stato più o meno frammentario, la cui ricostruzione è durata numerosi anni. Intanto la grave infermità di A. Massart gli impedì di portare a compimento il suo progetto di edizione, lasciandolo in uno stadio ancora largamente da perfezionare in rapporto tanto a contenuto, quanto allo sfruttamento delle numerose e importanti scoperte sopraggiunte durante il lavoro di riordino dei frammenti papiracei condotto da A. Roccati tra il 1969 e il 1985, che procurano notevoli integrazioni, supplementi e correzioni al testo. Poco prima della sua scomparsa A. Massart, oramai quasi cieco, consegnò personalmente ad A. Roccati nella sua stanza del Pontificio Istituto Biblico a Roma lo stadio raggiunto dal suo lavoro.
Si è infine deciso, a causa della mole di lavoro previsto e per permettere una più rapida edizione, di separare la pubblicazione delle fonti dal commento, e A. Roccati si è incaricato della presentazione dei singoli documenti. Nessuno di essi risulta completo, per lo più a causa delle gravi lacune che hanno devastato i manoscritti. Anche il papiro principale, CGT 54050, appare ora amputato di una consistente porzione ad una estremità che solo in parte i duplicati permetton di restituire. La maggioranza delle copie, ben otto manoscritti, è stata reperita all'interno della papiroteca del Museo Egizio di Torino. Nondimeno, senza contare brevi passi riportati su ostraca e citazioni su statue magiche tardive, la collezione londinese dei papiri Chester Beatty provvede, anche in questo caso, un paio di copie degli stessi testi. Vi sono inoltre papiri, come il Chester Beatty VIII, che mostrano notevoli affinità tipologiche e compositive con la formazione dei testi che fanno l'oggetto del presente lavoro. La loro situazione spazio-temporale sembra per ora tebana e ramesside, pur non potendosi escludere che la confezione di tante copie fosse destinata alla loro diffusione.
La ricostruzione di papiri in stato estremamente frammentario è agevolata quando il testo risulta noto da esemplari più integri, caso di per se non infrequente nell'ambito dei testi sapienziali o di carattere magico-religioso. Qualora il papiro sia scritto sulle due facce, ne deriva un'indicazione preziosa per il recupero del testo eventualmente sconosciuto o meno noto. È un'evenienza che si produce per il verso di CGT 54068, uno dei duplicati al libro di Thot, che ha potuto esser parzialmente ricostituito attraverso un paziente lavoro di ricerca di minuti frammenti, durato un decennio.
In seguito al risultato ottenuto, anche il testo sul verso si può comprendere nella sua tipologia, che è alquanto simile a quella di un altro documento pure proveniente dall'area di Deir el-Medina, dove fu abbandonato alla fine dell'età ramesside. Questo testo è ancora distinto da quelli noti dai due rotoli del "libro magico" e si costituisce quindi una catena di documenti di straordinaria ampiezza, ancora in gran parte da rintracciare. In molti casi resta pure da capire quale sia il vero scopo del testo e il genere di pertinenza.
Il preciso luogo di rinvenimento, che peraltro è cognito in qualche caso fortuito, possiede scarso valore indicativo, per la possibilità di essere spostati, rimaneggiati, adoperati in varie circostanze che è propria dei papiri. Le copie migliori saranno state prodotte negli scriptoria ("case della vita") collocati presso uno dei grandi templi nelle adiacenze di Deir el-Medina, ma non è improbabile che gli stessi scribi attivi nel villaggio abbiano eseguito copie per proprio conto o abbiano aggiunto annotazioni personali negli spazi rimasti liberi nei rotoli. Si sa che era diffuso l'uso di portare al collo come amuleti brevi testi volti alla cura di determinate infermità, i cui prototipi si trovan talora inseriti all'interno di estese raccolte di formule, da cui attinsero anche le stele e statue magiche più tardive. Yvan Koenig ha studiato diversi di tali amuleti, il P. Deir el-Medina 41 e il P. Louvre E 32308, che mette in opera, modificandole, alcune frasi del Papiro di Thot e ha presentato le sue osservazioni durante un simposio tenuto nell'isola di Rodi nel 2003. La speculazione magica ebbe nell'età ramesside una grande fioritura, della quale i ritrovamenti nella zona di Deir el-Medina offrono una testimonianza assai completa. Il numero dei manoscritti pervenuti, di là dalle questioni sulla ispirazione o sulla derivazione di questa letteratura, indica che un grosso centro di elaborazione doveva probabilmente trovarsi per lo meno nelle adiacenze. Certamente il lavoro compiuto non include tutto il materiale afferente. L'Istituto francese di Archeologia Orientale al Cairo ha generosamente accordato il permesso di riprodurre la trascrizione di ostraca inediti reperiti da Annie Gasse. H.-W. Fischer-Elfert sta lavorando sui testi magici delle collezioni tedesche, che aggiungeranno qualche parallelo o passo simile. Altri potranno esser scoperti mediante la disponibilità di edizioni attendibili che censiscono e riordinano un genere letterario destinato ancora ad ampliarsi.
Anche se la lingua dei testi del Grande Papiro Magico è il neoegizio, che ebbe diffusione solo con l'età ramesside (XIII-XII sec. a.C.), alcune parti derivano certamente da una redazione più antica e si trovano già attestate nella Cassetta del Ramesseo. Peraltro si sa che, al pari del Libro dei Morti, anche i testi magici del Nuovo Regno sono spesso la forma elaborata ("testualizzata") di formule che hanno un'origine alquanto più antica, forse anche nell'uso orale.
Il lungo periodo di studio richiesto dalla complessità delle ricerche ha consentito di beneficiare di innovazioni tecnologiche nell'allestimento delle tavole geroglifiche. La perizia di Giuseppina Lenzo ha contribuito una fondamentale sinossi delle forme dei segni nei diversi manoscritti. Anche se la pubblicazione del commento richiederebbe più tempo di quanto le risorse non consentano, sono state necessarie ricerche per la comprensione del contenuto, ai fini di una corretta lettura e traduzione, che non son tuttora esenti da oscurità. Occorre infine chiarire che tutte le spese materiali e tecniche per un simile lavoro di altissima ricerca sono state interamente sostenute dai singoli studiosi interessati.
L'apparato fotografico è stato quindi escluso dall'opera, che si sofferma sull'edizione filologica dei testi. I costi di un CD relativo eccedono le risorse disponibili per la ricerca personale, del resto il Catalogo scientifico del Museo Egizio di Torino è stato soppresso dalla Fondazione semiprivata che ha in cura attualmente le collezioni esposte, ed è plausibile che nel nuovo Millennio si possa pensare ad altre forme per la diffusione dei risultati della ricerca. Per il sostegno finanziario ancora accordato dall'Università di Roma "La Sapienza" alle spese di stampa è giusto tributare il riconoscimento al Dipartimento di scienze storiche archeologiche e antropologiche dell'antichità. La Soprintendenza ai beni archeologici del Piemonte e al Museo delle antichità egizie ha riconfermato l'affidamento della pubblicazione ad A. Roccati, disponendo la custodia dei manoscritti inediti sotto la responsabilità dell'Archivio di Stato.