| La strana storia del Naos maledetto, in "Studi Cattolici 599, gennaio 2011" - di Alessandro RoccatiRedazione Archaeogate, 11-05-2011 - Pag. 1 di 7  La strana storia del Naos maledettoCirca tremilatrecento anni fa un grande faraone, Sethi I (1290-1279), noto per la più grande tomba che si fece allestire nella Valle dei Re, dove penetrò primo il padovano Giovambattista Belzoni nel 1817, compì un pio atto di devozione verso il Sole Ra nel suo tempio di Eliopoli. Erano ancora aperte le ferite provocate dalla riforma di Amenhotep IV, il faraone di Amarna, che aveva perseguitato in tutto l'impero il culto del dio dinastico Amon, in favore di una religione esclusiva per Aten, il Disco solare. Questa riforma era stata presto accantonata, alla morte del Faraone, dal suo successore Tutankhamen (1320-1310), e soprattutto dal generale Haremhab (1306-1292) salito successivamente al trono di Horo, che avrebbe definitivamente occultato l'intero periodo scismatico, cancellando dalla Storia persino il nome del suo protagonista, Akhenaten, già Amenhotep IV (1338-1321). Ma rimanevano aperte le ferite dovute alla persecuzione, che aveva distrutto, manomesso, emarginato tutto quanto potesse concernere il dio Amon. Ecco quindi Sethi I prodigarsi in un'opera di restauro, ripristino, forse anche espiazione. Il predecessore Haremhab aveva lanciato il progetto di un grandioso atrio ipostilo, sorretto alla fine da centoventi colonne alte una ventina di metri per ingrandire il tempio di Amon a Karnak, ai lati di quello che era stato l'accesso voluto da Amenhotep III, il «Faraone Sole». Si profilava quindi per la prima volta una struttura anticipatrice della forma di una basilica. A Eliopoli, la «Città del Sole», fu intrapresa l'esecuzione di un tabernacolo ottenuto da un monolito di granito di Aswan, delle dimensioni approssimativamente di un metro cubo. Esso fu scavato per ricavarne una cappella (naòs) ed eccezionalmente decorato su tutti i lati, interni ed esterni, con scene e testi relativi al rituale di culto, come se fosse un santuario autonomo: in beneficio di Amonra («il Sole che abita in Amon») «il dio sconosciuto agli uomini e ignoto (anche) agli dèi». Il lavoro difficile e accurato fu eseguito con rara perizia artistica, ritraendo lo stesso Faraone con le medesime sembianze che spiccano sul suo obelisco, di granito rosa, da Eliopoli, portato a Roma dall'imperatore Augusto nel 10 a.C. per commemorare la vittoria di Azio e infine eretto da papa Sisto V al centro di Piazza del Popolo. Singolare destino dei monumenti di questo grande faraone! Riaperta la sua tomba (la più estesa) nella Valle dei Re all'epoca romantica della riscoperta di misteriose civiltà (1817), oltre due secoli dopo che un suo obelisco eliopolitano s'ergeva ad adornare la Capitale dei Papi (1589), nel XX secolo a Torino riappare dall'oblio al quale tre millenni prima l'aveva condannato la distruzione, un mirabile tabernacolo, i cui resti giacevano sepolti nella Città del Sole (1903-2009). Tre casi emblematici che rendono sempre attuale la ricerca archeologica e mostrano i percorsi tortuosi con cui il passato parla ancora al nostro tempo. allegati (pdf, doc, ...) Leggi l\'articolo nella versione originale (formato .pdf)
Cliccare sull'immagine per l'ingrandimento  Particolare della tomba del faraone Sethi I.
 Il professor Alessandro Roccati con Federico Contardi davanti al Naos di Sethi I nel Museo Egizio di Torino.
 L’obelisco di Piazza del Popolo, a Roma.
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