Redazione Archaeogate, 05-07-2010

Presento all'Accademia il bel volume, opera di un giovane studioso, Federico Contardi, che si è formato a Roma nella nostra Università e poi in un lungo soggiorno di studio a Berlino. E' la pubblicazione metodica di un importante documento conservato a Torino: "Il Naos di Sethi I da Eliopoli. Un monumento per il culto del dio Sole".
Per dare una idea del significato e del valore di tale pubblicazione sarà opportuno riprendere la storia assai complessa del monumento.
Nel 1903 Ernesto Schiaparelli intraprese per conto del Museo di Torino lo scavo in uno dei centri più illustri dell'Egitto antico e dei meno archeologicamente accessibili dell'Egitto moderno: Eliopoli, oggi Ain Shams, e ridotto a un elegante quartiere del Cairo. Lo scavo fu reso difficile per la sua stessa localizzazione; non ci furono grandi risultati sul piano monumentale, e ne son nati assai più problemi che soluzioni. Ma, comunque, ne è derivato un notevole gruppo di oggetti, spesso in assai cattive condizioni, e riuniti in quel che apparve come una antica favissa a protezione di materiale non più in uso, ma comunque in certo modo sacro.
Fra questo materiale c'era una folla di frammenti di granito, più di trecento, che lo Schiaparelli ha tentato di riaccostare: quel tanto da capire che derivavano tutti da un unico tabernacolo ricavato in unico blocco di granito caratterizzato dall'essere in parte rosso e in parte nero, e che portava figurazioni e iscrizioni geroglifiche sulle pareti, sia all'interno che all'esterno.
Fu solo nel 1972 che l'allora Soprintendente Curto ne affidò un radicale restauro a un coraggioso restauratore torinese, il Nicola, che nella ricostruzione fu guidato dai testi da cui i frammenti erano ricoperti, e che, una volta identificati, permettevano la ricerca degli eventuali raccordi; e fu Alessandro Roccati, allora presente nel Museo in veste di custode, che impiantò la ricognizione, sfociata infine in una ricostruzione plastica su cui furono collocati nella loro probabile sede originale i frammenti figurati e inscritti.
Il tabernacolo ricomposto aveva certo ospitato l'idolo del dio solare, titolare del tempio. Il singolare blocco di granito, nettamente distinto in una zona rossa e in una zona nera, in cui era ricavato il naos, era certo parlante per un egiziano: rosso il giorno, nera la notte – rosso il deserto, nera la terra coltivata. L'unità, come spesso in Egitto, non è totalità pigra, ma dinamica opposizione di due elementi che si tengono in equilibrio. Per un tempio del Sole, quale era quello in cui sorgeva il tabernacolo, era un chiaro riferimento alle due divinità solari Khepri e Atum, che sono – ognuna e tutte e due – il Sole divino al mattino e alla sera.
L'eloquenza della pietra (per così dire) è ancora rafforzata dalla folla degli elementi grafici (immagini e parole), che qui, personificano e perpetuano il culto quotidiano.
Va ricordato che il dio egiziano, oltre le sue proprie feste che lo connettono con la popolazione del centro che volta a volta lo venera, ha, assai più importante, un culto ordinario permanente la cui attuazione impegna la giornata e la nottata di chi vi è addetto. Il dio, o la dea, deve essere destato ogni mattina, deve essere rivestito, purificato, profumato, abbeverato, nutrito. La divinità è tanto un "dio della prima volta", "il cui nome è nascosto agli Dei e non è conosciuto dagli uomini", quanto un essere bisognoso di tutto, concretamente collegato con quella umanità creata per servirlo e da cui dipende.
L'attuazione pratica del culto è affiancata (e così si completa e si perpetua) a due altri livelli: la figurazione dell'officiante che compie l'atto rituale, e la scrittura della parola che ne accompagna e ne giustifica il gesto.
Il tabernacolo di Eliopoli – così – non illustra con immagini e con iscrizioni le cerimonie dell'offerta: le sostituisce, le trasfigura da caso quotidiano ad avvenimento perpetuo, presente in ogni momento e in ogni suo atto in una totale atemporalità. La ricchezza del culto non solo è manifesta nella azione concreta e quotidiana del celebrante ma esiste in tutta la sua complessità nella transustanziazione che ne effettuano figure e testi scritti.
La identificazione dei testi e della loro posizione relativa compiuta da Roccati è stata in certo modo il necessario preliminare alla ricostruzione tridimensionale del monumento, volta a soddisfare l'interesse, per così dire, museologico per la sua esibizione. Con il lavoro del Contardi, essa è divenuto il punto di partenza per una valutazione più ampia, attraverso la ricerca non più di un parallelo a giustificare una ipotesi di ricostituzione ma di tutto quello che nella letteratura rituale egiziana, nelle sue varie forme di tradizione, si affianca a questo specifico esemplare. E' stata una metodica lettura di tutto quel che trasmette formulario cultuale e che ha riunito in un mazzo di paralleli (da iscrizioni a immagini templari, stele, papiri, iscrizioni di tombe) testi che collocano in una tradizione l'esemplare torinese.
La lettura del Contardi è stata puntigliosamente critica, con un metodico controllo di quanto era pubblicato, ed ha portato ad un largo risultato di rettifiche, e con una costante volontà di capire fino in fondo il testo che aveva davanti, appoggiandosi con sicurezza a una bibliografia – non dei soli ultimi cinque anni. Delle formule sono riportate in parallelo tutte le testimonianze, e segue un primo commentario che ne illustra le caratteristiche e un secondo più strettamente epigrafico e paleografico. Una traslitterazione e una traduzione con le sue note chiudono il complesso.
E' evidente il carattere estremamente analitico di una tale edizione; ma è, anche, facile vedere come essa inviti, con questo prezioso corredo di testimonia, a valutare un aspetto fondamentale della civiltà egiziana nel suo complesso.
Le singole formule dell'offerta – con le minute varianti che derivano dalla natura del destinatario e da un impiego che si svolge per secoli e secoli – sono state pronunciate da officianti che tutti agiscono come rappresentanti dello stesso officiante-tipo: il sovrano – e perciò potenzialmente unico.
Le singole formule hanno le stesse parole, si accompagnano agli stessi gesti dovunque nei templi di tutto l'Egitto, e le offerte scandite dalle necessità umane degli Dei, avvengono a ore ben definite, sia del giorno che della notte.
In teoria, a una certa ora in ogni tempio avviene quel che lo accomuna a tutti gli altri, sono pronunciate le stesse parole in una sorta di totalizzante rete liturgica che copre e unisce tutto l'Egitto grazie a un unico responsabile del culto, moltiplicato nei suoi avatar (per così dire), ma che raccoglie in una struttura unica la molteplicità dei centri religiosi.
E' la tendenza della civiltà egiziana verso una struttura unitaria della società – ma articolata in definite ed autosufficienti realtà pratiche.
Questo andava detto per rappresentare cosa copra di interessi questo volume, che è il 13° di una delle due sezioni del catalogo di Torino (l'altra sezione, non monografica, ne ha altri tredici). Ma questa presentazione non può non essere completata da alcune sconsolate considerazioni.
Questo bel volume, che illustra un monumento che dal Museo Egizio è stato recuperato, che nel Museo Egizio è stato ricomposto per quanto possibile, che nel Museo Egizio è stato ricostruito per la opportuna valutazione da parte dei visitatori, NON è stato pubblicato dal Museo, ma è stato necessario trovargli un finanziamento al di fuori della Fondazione che ora lo amministra.
Qui, credo che ormai ci si debba chiedere cosa avvenga a Torino, dopo i primi cinque anni di quei trenta che il Ministero ha concesso a una Istituzione che si è assunta la responsabilità di una totale gestione dell'istituto, il quale è andato perdendo in questo tempo la sua funzione primordiale (il produrre cultura) in pro' di una accentuata e ostentata valenza economica.
Abbastanza simbolico è il trasloco della biblioteca (la migliore e più ricca che nel suo campo abbiamo in Italia) che, dall'edificio del Museo, dove era a continua disposizione della ricerca e dell'aggiornamento culturale del personale scientifico, e proprio quando – in vista del totale rinnovamento che si va progettando più se ne sentirà il bisogno, è stata (dicono provvisoriamente) trasferita presso la Biblioteca Nazionale. Ottima sede: ma se ne è persa la specifica funzionalità.
Al suo posto, un ristorante o un bar: non so ancora di preciso. Ma, del resto, personale scientifico il Museo non ne ha più, poiché esso è restato tutto nell'amministrazione statale e si occupa ormai di quanto interessa la Soprintendenza Archeologica.
Ma non solo la biblioteca ha ceduto il posto al bar: anche la collezione di papiri (che è una delle glorie del museo, richiamo a una collaborazione internazionale che risale addirittura a Champollion) è stata estromessa, e appoggiata all'Archivio di Stato. Ottima istituzione, l'archivio torinese, ma non certo attrezzata per trasformarsi in papiroteca, del tutto priva com'è di quel materiale librario di appoggio che è stato scaricato sulla Biblioteca Nazionale.
Così avviene che, a un nostro consocio che chiedeva informazioni su un papiro del Museo è stato risposto che non si era in grado di fornirgliene.
Questo esodo del materiale tocca anche i monumenti: la statuetta di Amenofi I, che figura in ogni storia dell'arte egizia e che fa da copertina per la guida del Museo, è stata mandata in Cina per anni; e ora è in Giappone una intera collezione (150 pezzi fra cui un importantissimo gruppo di Ammone e Tutanchamen) e vi resterà per un anno, girando per le varie città nipponiche.
In questi casi c'è un vero e proprio affitto, e una ricaduta economica. Ma non so quanto ciò giustifichi questo strappo a quel che è proibito per legge: non si può inviare a mostre materiali che siano caratterizzanti della fisionomia del museo che li possiede. E, qui, almeno Amenofi e il Tutanchamen lo sono. E potrei aggiungere altro.
Quel che viene più spesso celebrato come un successo è l'aumentato numero di visitatori – e di questo in ogni modo c'è da compiacersi, così come si può apprezzare l'aumento di comfort offerto da più distributori d'acqua per le sale, per la sistemazione di fasciatoi per infanti e così via.
Ma non si può apprezzare la volontà di offrire, come attrattiva, una visione dell'Egitto e della sua civiltà che ne sottolinei un carattere di mistero, delle tenebre dei suoi ipogei, dell'orrore delle sue mummie: come quanto è stato esplicitamente detto per illustrare i criterii seguiti quando si è immaginata per lo statuario una esposizione di sicuro effetto.
E così non saprei apprezzare l'ultima iniziativa di adoperare il Museo, con la sua mummiesca reputazione, come luogo di incontro per i bambini in occasione di Halloween – con una opportuna aggiunta di "dolcetti e scherzetti" (fra virgolette).
Per altre occasioni nel Museo è prevista una caccia al tesoro o una mescita di birra fatta su antiche tecniche egizie e bevuta in imitazioni di coppe antiche. Anche qui, non è che si lamenti la compromessa sacertà del museo, ma il fatto che – per legarlo alla vita della città che lo ospita – se ne travii la funzione di testimone di una civiltà che, proprio grazie ai monumenti che vi sono conservati, esce dalla leggenda oscura e orripilante e si fa esperienza storica di un mondo ricco di problemi – ma di problemi che vanno risolti attraverso la ricerca, e non potenziati nella loro stessa problematicità per poterne accrescere una morbosa attrattiva.
In questo quinquennio di prova non c'è stata una attività di pubblicazione, se non di guide elementari, non si sono riprese le ricerche archeologiche in Egitto volte a dotare di maggiore precisione i dati relativi al materiale che ne è pervenuto, non vi sono state mostre incentrate su problemi reali dell'egittologia, si è sguarnito il museo di quel personale che ne conserva la memoria storica, non ci sono stati tentativi di sinergia o di raccordo con l'Università e con altri musei stranieri.
Un programma di rinnovo del Museo che si è potuto vedere indica una serie di spostamenti di specifici oggetti, ma non si cura di dare un quadro generale di una impostazione di base che giustifichi i singoli punti del progetto.
Cosa si può proporre? Non tocca a noi di proporre alcunché, ma solo di segnalare una situazione, che appare volta assai più (se non addirittura esclusivamente) a garantire una sopravvivenza economica che non a perpetuare quella funzione di struttura portante di una attività scientifica che per quasi due secoli ha illustrato il Museo e ne ha qualificato i materiali offrendoli al sempre rinnovato passaggio di studiosi di varie nazioni e di varii interessi.
Questo è quanto penso che sia stato mio dovere far sapere ai colleghi.
Sergio Donadoni