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La polionimia nella civiltà egizia - di Alessandro Roccati

L'identità personale diviene sempre più difficile da stabilire in società complesse che si valgono, entro uno stesso ambito o periodo, di una scelta limitata di antroponimi, e questi largamente ricorrenti all'interno del nucleo familiare o del villaggio[1]. Oltre alla registrazione dell'ascendenza, un fatto presto adottato dai primi embrioni di «stato civile»[2], l'elencazione delle cariche accumulate durante la carriera provvede un criterio di distinzione per i personaggi più importanti. Accanto a questi espedienti, tuttavia, fu presto adottato in Egitto un procedimento non sistematico, ma alquanto diffuso in tutti i periodi della storia faraonica, consistente nel dotare l'individuo di più di un nome. La polionimia divenne prerogativa degli dei, la cui natura composita poteva apparire sotto varie designazioni; ma ancora specialmente del faraone, il cui protocollo completo contava cinque nomi (non necessariamente sempre tutti diversi), collegati ad altrettanti titoli specifici della regalità, ed il cui contenuto esprimeva spesso un'intenzione programmatica.
Per apprezzare debitamente l'importanza di queste soluzioni occorre tenere conto che per gli Egizi antichi il «nome» rappresenta una delle componenti fondamentali della persona[3], così come di ogni oggetto o cosa, che esiste solo in quanto dotato di una identificazione linguistica. In particolare si osserva che nell'Antico Regno i singoli nomi del protocollo regale erano ancora dotati di culto.
Una duplicità comparabile si ritrova nei toponimi, dove i luoghi più importanti distinguono tra un appellativo comune ed un epiteto religioso: ad esempio Gebelein, che è la traduzione araba di una designazione che trae spunto da una caratteristica geografica (inrty, le due colline), è detta altresì Per-Hathor (in greco Pathyris o, in traduzione, Aphroditespolis), eponimo del santuario della dea; altrettanto Pe e Dep di fronte a Buto (il tempio di Utò), e così via. Di qui nascono le denominazioni abituali nella toponomastica ellenistica dell'Egitto (Ermopoli, Cinopoli, Eracleopoli, Ieraconpoli, ecc.), che riflettono evidentemente un uso elevato poi abbandonato nel linguaggio corrente e con la conquista araba, per un ritorno all'antica designazione comune [4]. Tuttavia in progresso di tempo mutano le condizioni e i valori connessi all'ambito antropologico.
L'identificazione dei privati avviene sì, come di consueto, attraverso indicazioni genealogiche e/o professionali; pure essa si avvale in tutti i periodi della storia faraonica della possibilità di giustapposizione di due o anche di tre nomi, che sono variamente introdotti a seconda del registro di lingua adottato[5]. Questi nomi sono molto diffusi, anche se probabilmente limitati ancora ad una minoranza, e si distinguono tra un nome «sociale», con cui l'individuo è comunemente chiamato all'interno della famiglia o del gruppo, ed un nome «religioso» (definizioni del Vernus)[6], il quale, oltre a meglio precisare l'identità, conferisce una maggiore solennità alla persona: non vi sono regole di formazione che possano differenziare il nome sociale da quello religioso, ma la loro distinzione è conferita puramente dall'esistenza di più di una designazione. Questa combinazione di più di un nome, che può applicarsi anche a donne (si pensi alla regina Ahmosi Nefertari, madre di Amenhotep I), nelle fonti scritte non è però solo strumento di chiarezza; al contrario i documenti possono menzionare la persona sotto uno dei due nomi possibili, che non è necessariamente lo stesso[7], a prescindere dalle variazioni, grafiche o fonetiche, che sono talora deliberatamente ricercate.
All'interno di queste si riconosce una ulteriore formazione semplificata, con funzione di ipocoristico, o nomignolo, che fu usata anche per i sovrani[8]. Durante la V e VI dinastia i nomi pervenuti dei faraoni associano «nome di trono» e diminutivo «di nascita» (come Neferirkara-Kakai), tanto che talora solo questo secondo si è conservato (Unis, Teti, Pepi). Più tardi il diminutivo regale non appare nella titolatura, ma ricorre trasferito nell'onomastica privata (come Amenhotep : Ani)[9].
Ciò ricorda un fenomeno, pur indipendente dalla prosopografia, che si diffonde su base sempre più ampia dalla fine dell'Antico Regno, consistente in una caratterizzazione degli individui attraverso appellativi che si riferiscono tanto alla funzione o al mestiere, quanto alla collocazione sociale[10]; e tale distinzione è proiettata anche nell'aldilà, dove i morti si differenziano tra basso (mtw) ed alto rango akhw, i cosiddetti «spiriti glorificati»). In altre parole, si sviluppa una terminologia sistematica che specifica la posizione gerarchica di ciascuno, in armonia con l'assetto sociale e la situazione linguistica dei diversi perìodi. In tal modo è suggerita una corrispondenza tra nome comune (o sociale) e posizione professionale, e tra nome religioso e collocazione sociale.
Il possesso di più di un nome, da parte di singoli individui, in base alle premesse magico-linguistiche, potrebbe avere inoltre riscontro in una dissociazione di aspetti della persona, quale è quella operata su piano antropologico dalle diverse nature coesistenti, quali il ka o il ba. E' altresì vero che il nome da solo si pone come alternativa alla persona fisica, giungendo a diventare sinonimo del ka[11].
Una caratteristica dell'onomastica, già dal III millennio, è che le sue unità non sono per forza linguisticamente significative. Di qui l'uso di procedimenti grafici insoliti per la normale scrittura dei vocaboli, con segni ridondanti. A volte si direbbe che sia difettosa l'analisi semantica anche dei vocaboli dotati di un senso reale, poiché vi si ravvisano degli insoliti raggruppamenti di segni. Un posto particolare occupano i nomi di origine onomatopeica, ad esempio quelli di cani[12] ed i nomi stranieri. Stranamente questo procedimento viene riportato a livello grafico anche per nomi che hanno un chiaro significato, in modo da seguire nella loro notazione scritta modi che divergono dalle corrispondenti forme grammaticali o lessicali, sì che lo stesso nome può presentarsi sotto diverse scritture. Questo fatto si osserva fin dall'Antico Regno e fino alla fine della civiltà faraonica. Così nella necropoli di Giza il nome di Irti è scritto nella sua tomba in cinque modi diversi, quello di Inetkas in altrettanti[13]; lo stesso accade per Mehamenpere fin età saitica[14]. Ciò equivale alla possibilità offerta dalla scrittura egizia di notare lo stesso vocabolo in una molteplicità di soluzioni[15]; ma quando le variazioni occorrono nel medesimo contesto, si assiste indubbiamente ad una scelta deliberata, che talora si spinge ad agire su vere e proprie variazioni ortografiche / fonetiche / grammaticali / lessicali[16].
Nondimeno i nomi propri valgono non solo da denominativi, ma anche da descrittivi, possiedono un senso reale come nel caso menzionato dei nomi dei faraoni[17], al punto che nell'esorcismo politico si ritiene talora di fornire una spiegazione del significato di nomi di principi stranieri[18] e ai condannati si cambia il nome. Inoltre nel caso di stranieri con doppia identità, se portano un nome non egizio, il secondo nome è egizio, ma questo non costituisce mai una traduzione del nome originario; altrimenti anche coloro che sono classificati tra la popolazione «straniera» come condizione sono di solito assimilati agli Egiziani nell'onomastica[19]. Ciò corrisponde alla visione collettiva indifferenziata dall'alto che è propria del periodo di formazione dello stato e un motivo analogo, tra altri, può essere la causa della resistenza della civiltà egizia all'introduzione nel pantheon di culti e divinità con nomi stranieri, ciò che si avvera solo con il Nuovo Regno e la sua visione pluralistica. In effetti uno dei fattori dominanti nella formazione della civiltà egizia nel III millennio appare l'assimilazione in un quadro unitario di ogni realtà altra, sicché gli elementi allogeni, anche se sono chiaramente presenti ed integrati nel paesaggio egiziano, sono culturalmente negati nella loro diversità. Viceversa, durante la XIX dinastia, una figlia del faraone può portare un nome semitico come BintAnat.
La situazione si trasforma ulteriormente nel I millennio a.C, quando l'iniziativa individuale assume maggiore spazio ed il bilinguismo è non solo accettato come una realtà effettiva, ma è pure interpretato in termini metalinguistici. Gli dei, nella loro molteplice identità, non accolgono più nel loro consesso nuovi compagni venuti dall'esterno, ma assumono le caratteristiche anzitutto linguistiche di omologhi stranieri, come se la designazione di questi fosse anzitutto la traduzione del nome in una lingua altra (Amon = Zeus; Ptah = Efesto, ecc.). Un processo analogo investe il bilinguismo nella toponomastica (si veda quanto detto sul «nome religioso» delle città) e nell'antroponimia, dove diverse soluzioni sono possibili (es.: Horo = Apollo; Horapollo)[20], ossia accanto alla trascrizione del nome presente fin da tempi antichi, si può procedere ora anche alla traduzione[21].
Anche questi fatti sono un segno di una più matura coscienza del confronto con civiltà diverse dall'egizia, e nello stesso tempo della necessità di rendere comprensibili i fatti linguistici non solo in uno stato di reciprocità, ma soprattutto verso un mondo estemo che è bensì ancora suggestionato dall'imponenza della tradizione egizia, ma che mantiene oramai la propria, distinta individualità.
La doppia identità, come viene chiamata, fa singolarmente riscontro alla tendenza alla duplicazione, che appare caratteristica dell'Egitto, ad esempio la definizione geografica del paese in Due Terre, o la ripartizione della scrittura tra geroglifica e ieratica. In tutti questi casi si tratta non della ripetizione di concetti identici, bensì dell'accostamento di realtà diverse ma compatibili, che ovviano a quella uniformità di impostazione generale che è propria dello stato faraonico in quanto società arcaica. Si tratta, in tutti i casi, di sistemi paralleli senza precise regole di permutazione da uno nell'altro, la cui presenza è sempre provocata o avallata dal potere.


Note

[1] Ad esempio per la popolazione di Deir el-Medina, le osservazioni di S. Sauneron, in J. Cemy, A Community of Workmen at Thebes in the Ramesside Perìod, Cairo 1973, p. IV. Inoltre le osservazioni di K.A. Kitchen, Family Relationships of Ramesses IX and the Late Twentieth Dynasty : SAK, 11 (1984), pp. 127-34: 133-34 sulla ripresa degli stessi nomi all'interno di una famiglia.

[2] D. Valbelle, «Les ouvriers de la Tombe». Deir el-Médineh à l'époque ramesside, Cairo 1985, pp. 56-61: L'«état civil». F. de Cenival, Papyrus démotiques de Lille (in), Cairo 1984, nc 101, pp. 34 ss.: 52-54. Sul lessico di parentela si veda ancora D. Franke, Altägyptische Verwandtschaftsbezeichnungen im Mittleren Reich, Hamburg 1983.

[3] G. Posener, Le mot égyptien pour designer le «nom magique»: RdE, 16 (1964), p. 214. H. de Meulenaere, Fs. Säve Söderberg (1984).

[4] Cf. D.B. Redford, The Pronunciation of pr in Late Toponyms : JNES, 22 (1963), pp. 119-22, come argomento dell'uso dotto di tali denominazioni.

[5] H. de Meulenaere, Le sumom égyptien à la Basse Epoque, Istanbul 1966, pp. 1-2; 25-26 (rn.f nfr, poi dd.tw n.f), con varianti: P. Vernus, LÀ IV 321 (ddw n.f) e J. Lopez, Las inscripciones rupestres faraonicas entre Korosko y Kasr Ibrim, Madrid 1966, p. 31, n. 31 (ddj). Inoltre G. Posener, Cinq figurines, citato infra (n. 18), p. 30, e JJ. Clère: BIFAO, 79 ( 1979), p. 301 (ddw r.f). Inoltre Leb. (il tuo nome puzza più che quello di un ragazzo) ddw rf "del quale è stato detto (: appartiene al suo nemico)". Su rn nht e rn'3ty, cfr. Heritage (Fs. Iversen) p. 71. Rita Calderini, Ricerche sul doppio nome personale nell'Egitto greco-romano, I = Aegyptus 21 (1941), pp. 221-260; II = Aegyptus 22 (1942), pp. 3-45. O. Berlev e S. Hodjash, The Egyptian for 'Basileophorus Name/Surname', Festschrift Eggebrecht (ed. B. Schmitz), Hildesheim 2002, pp. 15-17.

[6] P. Vernus, Le sumom au Moyen Empire, Roma 1986; LÄ IV 327 («Namengebung»).

[7] Ad esempio i casi citati da H. de Meulenaere: CdE, 59 ( 1984), p. 241

[8] Cf. H. Junker ZÀS, 63 (1928), pp. 60-61, e BIFAO, 89 (1989), pp. 9-10. J. Quaegebeur, Aspects de l'onomastique démotique, formes abrégées et graphies phonétiques, in S. J. Vleeming (a cura di), Aspects of Demotic Lexicography, Leuven 1987; D. Franke: ZÄS, 117 (1990), p. 128 (Ta come ipocoristico del dio Thot).

[9] G. Posener GM, 2 ( 1972), pp. 51-52.

[10] OrAnt, 13 (1974), pp. 61-62, recensione a O.D. Berlev, Trudovoe naselenie Egipta v epochu Srednego Tsarstva, Mosca 1972.

[11] A.M. Blackman: JEA, 3 (1916), p. 242, n. 3.

[12] GM,89 (1986), p.27.

[13] H. Junker, Giza, V, pp. 141 e 158; anche C.M. Firth-B. Gunn, Teti Pyramid Cemeteries, London 1926, p. 183, dove si offre la lettura fonetica completa del logogramma Wsr.

[14] MDAIK,12 (1943), p.31.

[15] A.Erman: ZÄS, 44 (1907), p. 105.

[16] H. Satzinger: OrAnt, 22 (1983), p. 235 (S'-mnwtt = S'-rrwt e Snbs = Snbty.sy).

[17] K.A. Kitchen, The Titularies of the Ramesside Kings as Expression of Their Ideal Kingship : ASAE, 71 (1987), pp. 131-41. G. Posener, Surl'attribution d'un nom à un enfant: RdE, 22 (1970), pp. 204-205. Le mutazioni dell'onomastica nel tempo riflettono evidentemente fatti di cultura, cf. ad esempio A. Gasse, Données nouvelles administratives et sacerdotales sur l'organisation du domaine d'Amon (XXe-XXIe dynasties), I, Cairo 1988, pp. 204-206.

[18] G. Posener, Cinq figurines d'envoûtement, Cairo 1989. Cf. BiOr, 46 (1989), pp. 30-31.

[19] Vi sono nondimeno eventuali formazioni caratteristiche, perlomeno nell'età ramesside, che individuano per il significato l'origine straniera: W. Helck, Zur Verwaltung des Mittleren und Neuen Reiches, Leiden 1958, pp. 273-75; A.H. Schulman, The Royal Butler Ramessesemperrec : JARCE, 13 ( 1976), p. 127 n. 1; Id., The Royal Butler Ramessesamicon : CdE, 61 (1986), pp. 187- 202; A. Gasse, op. cit., p. 205.

[20] B. Boyayal: BIFAO, 86 ( 1986), p. 68; J. Quaegebeur, Greco-Egyptian Double Names as a Feature of a Bi-Cultural Society. The Case: Psosneus ho kai Triadelphos : Comunicazione al Convegno di Chicago, 4 settembre 1990. M. Lambertz, Zur doppelnamigkeit in Aegypten (XXVI.Jahresbericht K.K. Elisabeth-Gymnasium in Wien), Vienna 1911, 14-15.

[21] P.W. Pestman, Egizi sotto dominazione straniera, Atti del Colloquio Internazionale Bologna 31 agosto - 2 settembre 1987: Egitto e storia antica, dall'Ellenismo all'Età araba. Bilancio di un confronto (L. Criscuolo e G. Geraci ed.), Bologna 1989, pp. 137-158: 147-148.