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La Missione "Archaeological Salvage Project ", diretta da Alfredo e Angelo Castiglioni (Ce.R.D.O – Centro Ricerche nel Deserto Orientale)

Visitate la galleria fotografica della Missione

Una nuova diga sul Nilo in Sudan formerà un lago di 170 km.
Si è conclusa la Missione "Archaeological Salvage Project " iniziata il 30.10.07, diretta da Alfredo e Angelo Castiglioni (fondatori del Ce.R.D.O – Centro Ricerche nel Deserto Orientale - e scopritori, nel 1989 nel deserto nubiano sudanese, di Berenice Pancrisia., il più importante centro minerario per l'oro dei faraoni), da Derek Welsby (del British Museum di Londra e Presidente dell'Associazione di Studi Nubiani), e da archeologi sudanesi del NCAM ( National Corporation for Antiquities and Museums di Khartoum - Sudan)

La diga di Merowe.
Come avvenne per la diga di Assuan in Egitto, realizzata negli anni sessanta del secolo scorso che portò alla scomparsa di un gran numero di siti archeologici (anche se alcuni, come i templi di Abu Simbel furono salvati), lo scopo della Missione "Archaeological Salvage Project" era il salvataggio di un patrimonio archeologico destinato a scomparire sotto l 'acqua della nuova diga di Merowe, (la seconda dopo quella di Assuan), costruita da società cinesi e iniziata nel novembre 2003, all'altezza della quarta cateratta in Sudan, che formerà un lago di 170 km., a monte della valle del Nilo, fino all'isola di Mograt.
Questa quarta cateratta è formata da una lunga serie di rapide, dove l'acqua si infrange tra massi granitici. Un percorso del fiume difficilmente navigabile, nell'antichità (e ancora oggi). Oltre alle rapide, infatti, anche la convergenza della direzione del Nilo (che scorre da nord-est a sud-ovest), con il vento che soffia prevalentemente da nord, rendeva impossibile risalire il fiume con barche a vela.
L'acqua della nuova diga, inizierà a salire nel 2008, e fornirà energia elettrica (1250 mg/w) indispensabile allo sviluppo dell'economia sudanese.
Inoltre sono stati scavati anche canali di irrigazione per bonificare vaste zone di deserto.
Ne risentirà il Nilo che diminuirà la sua portata d'acqua con inevitabili sconvolgimenti ecologici e climatici

Un po' di storia.
Il programma di costruire in Sudan una diga all'altezza della quarta cateratta sul Nilo, risale al 1943 durante l' amministrazione anglo-egiziana del Sudan.
Per diversi motivi, per oltre 50 anni, la diga non fu costruita.. Ora la diga di Merowe è diventata una realtà. E' stata realizzata a circa 26 km. a monte della necropoli di Nuri che custodisce, nelle sue piramidi, i corpi di molti faraoni della XXV dinastia, conosciuta come la dinastia dei "Faraoni Neri".
Una strada asfaltata, aperta durante i lavori della diga, transita vicino a Nuri.
Si è così cancellato per sempre il fascino di queste piramidi che, fino a qualche anno fa, i viaggiatori vedevano spuntare, come un miraggio, dal "nulla" del deserto.

Un patrimonio archeologico.
Prima dell'inizio dei lavori di edificazione della diga, in una riunione presso il British Museum di Londra (agosto 2003), vennero gettate le basi per le missioni di prospezione archeologica della zona.
Il rischio più immediato era quello che minacciava il patrimonio archeologico della regione destinata a scomparire sott'acqua.
Sono stati effettuati, durante gli ultimi 13 anni, campagne archeologiche di Università europee e americane. La prospezione di circa 100 siti ha evidenziato la lunga frequentazione della zona .
Sono state infatti localizzate vaste necropoli, imponenti tombe isolate, graffiti rupestri di diversi periodi (preistorici e storici), resti di costruzioni, molte del periodo cristiano, fortezze medievali (alcune imponenti, come quella che domina il Nilo, a Suweigi), e il basamento di una piramide kushita (circa 6 metri per lato, con una cappella per le offerte sul lato est; il tutto circondato da un muro perimetrale).
Le prospezioni hanno anche messo alla luce cimiteri e insediamenti che risalgono al periodo della cultura di Kerma, all'incirca tra il 2500 e il 1500 a.C.

Lo spostamento delle popolazioni che abitano le sponde del Nilo.
Mentre procedeva l'attività di ricerca degli archeologi, le autorità sudanesi iniziarono lo spostamento di circa 48.000 persone (delle tribù Manasir, Rubatab, Shaigiya ), che abitavano lungo il Nilo, in nuovi villaggi edificati lontano dalla zona di inondazione.
Le abitazioni sul fiume, costruite con il materiale più disponibile, il limo del Nilo ( il "tin" dei nubiani), mescolato talvolta con paglia, vennero gradatamente abbandonate.
Una tecnica costruttiva inalterata dai tempi dei faraoni. I mattoni, plasmati a mano in appositi stampi di legno vengono, ancor oggi, seccati al sole. Un materiale fragile che si scioglierà a contatto con l'acqua dell'invaso, cancellando una architettura antica giunta immutata fino ai nostri giorni.

Una terra fertile
Fino a pochi decenni fa l'area della quarta cateratta era considerata "un vuoto archeologico".
Le ricerche per conoscere e documentare quello che andrà perduto, hanno invece rivelato importanti tracce di una lunga frequentazione umana, sviluppatasi nell'arco di migliaia d'anni.
L'uomo aveva trovato qui le condizioni ideali per la sua vita. La regione è infatti ricca di un ottima terra, chiamata "Seluka": è il fertile terreno che rimane scoperto quando l'acqua si abbassa dopo l'inondazione annuale. E' coltivato lungo le sponde e i prodotti agricoli sono raccolti prima che il terreno asciughi, senza quindi la necessità di irrigare.
E' la fertile " terra nera" di cui parlavano gli storici antichi.
Dopo anni di ricerche, ora questa zona non è più un "vuoto archeologico". Come sempre accade (è avvenuto anche quando è stata costruita la diga di Assuan), questa regione è una delle meglio conosciute, a livello archeologico, del Sudan.

La Conferenza Internazionale sulla Quarta Cateratta e il ruolo elle aziende italiane nel progetto di salvataggio dei reperti.
Durante il congresso di Lille (Francia) tenutosi il 22 e 23 giugno 2007, le missioni archeologiche, che da anni hanno operato nell'area della quarta cateratta, presentarono i risultati delle loro ricerche.
In questa sede venne anche illustrato il progetto "Archaeological Salvage Project", una missione mista Ce.R.D.O., British Museum e NCAM. e mostrati i mezzi messi a disposizione dall'Iveco e dalla New Holland (del gruppo Fiat) per il recupero dei reperti archeologici: autocarri Euro Trakker forniti di gru, "terne" e mezzi di movimentazione terra.

L'importanza archeologica della regione e i faraoni nubiani.
Proprio nell'area della diga, si sviluppò, circa 800 anni prima di Cristo, una dinastia autoctona, chiamata "kushita" (citata anche dalla Bibbia) che diede origine alla XXV dinastia egizia ( 775-653 a.C.), conosciuta come dinastia dei "Faraoni neri" (o etiopica)
Nella seconda metà dell'VIII sec. a.C. un re nubiano, quindi di pelle scura, Piankhy (745-713 a.C.) intraprese una spedizione militare verso l'Egitto.
Dalla sua capitale, Napata, situata ai piedi del Gebel Barkal (la "montagna pura", sede del dio Amon), raggiunse Menfi (sul delta del Nilo) che capitolò dopo un breve assedio e venne saccheggiata.
Conquistò quindi l'Egitto e unificò l'immenso territorio che iniziava dal Delta del Nilo e raggiungeva l'Alta Nubia. Una sorprendente impresa mai riuscita a nessun altro faraone, prima di lui. Si era avverato il "sogno dei Faraoni Neri".
Tuttavia Piankhy, dopo la conquista, lasciò Menfi e i suoi templi per ritornare alla sua arida terra d'origine dove venne sepolto in una piramide nella necropoli reale di el-Kurru .

I risultati della Missione "Archaeological Salvage Project" in breve
La data ufficiale d'inizio della missione viene fissata al 30.ottobre 2007.
Quattro giorni dopo, i mezzi della spedizione (a carico ultimato), vengono esposti nel parco del Museo Nazionale Archeologico di Khartoum, alla presenza di ministri sudanesi, del direttore generale di NCAM ( Prof. Hassan Hussein Idriss) del Direttore del Museo (Dr. Abdel Rahman Ali, di funzionari dell'ambasciata italiana e di ambasciate straniere, di giornalisti della stampa e della televisione del Sudan.
Il giorno successiva i mezzi percorrono il tragitto dalla capitale alla diga (circa 550 chilometri) e il giorno dopo viene allestito il campo base, in vicinanza del Nilo a circa una quarantina di chilometri dalla città di Merowe.

La zona è punteggiata da massi neri, tondeggianti. Molti presentano incisioni ("graffiti" ) che abbracciano un ampio spazio temporale, dalla preistoria (mesolitico) al periodo medievale arabo.
I soggetti rappresentano, cammelli e cammellieri, bovini, pecore, capre, antilopi, croci cristiane, figure umane, ecc.
Preventivamene localizzati con il GPS , i massi sono scelti sulla base dell' importanza storica del soggetto inciso, tenendo anche conto della loro dimensione e del peso .
Inizia poi l'opera di recupero. I mezzi di sterro aprono un varco, spostando pietre e livellando il terreno, per permettere agli autocarri di raggiungere il massi.. Un lavoro che si prolunga talvolta per molte ore quando il reperto è situato in una zona difficile da raggiungere (ad esempio la cima di una collina) .
Nella fase successiva, forse la più delicata e pericolosa , si legano i massi (pesanti talvolta alcune tonnellate) con apposite cinghie, fissate poi al gancio della gru. . E' di prezioso aiuto, mr. Heb York, un tecnico del British Museum, specializzato nella movimentazione di pesanti monoliti.
Caricati su un autocarro Iveco 6x6 vengono trasportati alla città di Merowe seguendo una pista attraverso il deserto. Sono infine scaricati in un apposito spazio cintato, messo a disposizione dalla sovrintendenza di Merowe, al sicuro dall'acqua.

Al temine della missione sono stati recuperati 54 massi con graffiti, e oltre 350 blocchi ( preventivamente numerati ) del basamento di una piramide del primo periodo "kushita" (VIII-VI sec. a.C.).
Anche alcuni "strumenti musicali " probabilmente preistorici, sono stati salvati. Chiamati "gong" dagli archeologi inglesi, sono lastre di pietra, incise con piccoli incavi . Percossi con una pietra emettono differenti suoni vibranti.

I reperti resteranno custoditi fino a quando non troveranno la loro sede definitiva in un Museo, che verrà costruito anche con finanziamenti esteri.
Nel frattempo tre massi incisi sono arrivati in Italia a testimoniare la conclusione della Missione "Archaeological Salvage Project", organizzata e condotta da Alfredo e Angelo Castiglioni.

Un'altra diga sul Nilo, alla terza cateratta.
Appena terminata la missione, alla quarta cateratta, ecco riproporsi la necessità di una nuova indagine archeologica all'area della terza cateratta.
Sappiamo che ancora Società cinesi hanno iniziato la costruzione di un'altra diga. La seconda in Sudan, dopo la diga di Merowe. Una nuova diga che, aggiungendosi a quella già terminata, provocherà un vero sconvolgimento ecologico che non mancherà di far sentire i suoi effetti sul clima, non solo di questa area.
Porterà anche, alla scomparsa di pagine di storia antica, che l'indagine archeologica non ha ancora classificato.

Dal diario della spedizione – nov. dic. 2007
Decidiamo di andare a vedere.

Lasciata Merowe, seguiamo il Nilo, lungo una strada asfaltata con direzione nord-ovest fino alla città di Debba . A Debba il corso del Nilo piega verso nord fino a Dongola , dove termina l'asfalto. Da qui seguiamo una pista sterrata incisa dal passaggio di autocarri che riforniscono il cantiere e che collegano le città lungo il Nilo
Il fondo è simile ad un campo arato. Solcato dal passaggio di autocarri sovraccarichi che hanno creato profonde cunette, talvolta più acute di quelle artificiali, messe su alcune nostre strade per rallentare il traffico. E' la "tole ondulée" dei francesi, termine appropriato per indicare questo caratteristico fondo stradale, che spacca ammortizzatori e mette a dura prova la resistenza dei passeggeri, ancora oggi presente su alcune piste africane.
Raggiungiamo il cantiere della nuova diga, ma non possiamo visitarlo. Una decina di militari sbucati da alcune tende, ci sbarrano la strada. Nessuno di loro parla inglese. Non ce n'è bisogno: comprendiamo subito di non essere graditi. Il soprintendente sudanese ci sussurra che, forse, ci ritengono addirittura delle spie. Non ci resta che ritornare sulla pista.

La valle dei graffiti
Siamo nell'area di invaso. Sicuramente questa zona scomparirà sott'acqua. Decidiamo di iniziare un sopralluogo negli "uidian" che incanaleranno l'acqua del lago che nascerà a monte della diga.
Il tempo a disposizione degli archeologi e i mezzi finanziari sono sempre pochi.
Meglio muoversi subito.
Siamo ormai vicini al tramonto. Le piante di datteri e i campi coltivati si accendano di un verde brillante.
Ci spiace pensare che queste terre così tranquille, rimaste immutate da millenni, siano destinate ad essere cancellate dall'acqua di un'altra diga.
Decidiamo di inoltrarci in un "uadi" per il campo notturno, lontani dalle abitazioni. Eviteremo di essere oggetto della curiosità dei bambini del vicino villaggio. .
Entriamo in uno stretto uadi sabbioso. Il percorso si rivela subito difficoltoso. Il fondo è cosparso di sabbia sottile e cedevole.. Le ruote affondano e dobbiamo usare "le scalette" per proseguire. Ci spostiamo sui bordi del uadi dove il terreno è più consistente e montiamo le tende.
All'alba notiamo che ci troviamo su una striscia di sabbia circondata da massi tondeggianti, erosi da antiche acque e dal vento.
Piccole colline nerastre e sfaldate, delimitano le sponde del "uadi".

Iniziamo la ricerca sul lato est della valle.
Troviamo subito alcuni graffiti di antilopi e bovini.
Ci sparpagliamo per allargare il raggio di ricerca. Il sovrintendente sudanese e Suleiman, il meccanico che ci accompagna da anni nelle nostre spedizioni, s'inerpicano sulle colline..
Dal basso li vediamo muoversi con scioltezza tra rocce instabili. Ogni tanto Suleiman si ferma e ci indica, con un frenetico agitar di braccia, un masso sul quale ha scoperto delle incisioni.
E sorride raggiante.
Da qualche anno si entusiasma di questi segni che, prima, non avevano alcun significato e interesse per lui. Ha anche imparato a valutarne l'antichità dal colore del solco.

Le scoperte sono continue e numerose. Quasi tutti i massi sono incisi. Graffiti antichi, probabilmente risalenti al mesolitico, accanto ad altri più recenti, databili al periodo islamico.
Centinaia di incisioni di bovini, di ovicaprini, ma anche, di antilopi.
Alcune sono grossolane ed eseguite con picchiettatura del supporto roccioso, altre non mancano di evidenziare le caratteristiche salienti dell'antilope, soprattutto la forma delle corna.

Riusciamo così a identificare un gerenuk, un antilope dal lungo collo, conosciuta anche col nome di " antilope giraffa". Identifichiamo anche un orix, dalle lunghe corna diritti ed appuntite e un Addax. dal corpo massiccio e dalle corna a forma di lira. Notiamo che quest'ultima antilope è stata incisa insieme ad altri animali domestici, soprattutto capre.
Gli antichi abitanti di questa zona riuscirono forse ad addomesticare questo erbivoro selvatico prima degli egizi del periodo faraonico . E' molto probabile .
Sono antilopi ora scomparse da questa zona, che ritroviamo più a sud nelle savane erbose del Kenya, della Tanzania ecc.
E' un'accurata e dettagliata enciclopedia zoologica che non manca di stupirci..

Come stupefacente è un altro particolare graffito. Non ne abbiamo mai trovati di simili nel deserto Si tratta di una mucca con il proprio vitello, riprodotta per ben quattro volte con .piccole varianti.
Ci sfugge il motivo dell' esecuzione di questa incisione, certamente non facile.da eseguire
Molti graffiti risalgono al mesolitico e le rappresentazioni non necessitano di interpretazione: si tratta di bovini, ovini e caprini allevati in questa valle quando le condizioni ambientali lo permettevano. Su un masso scopriamo però un graffito che definiamo"enigmatico" perchè di difficile comprensione. Si tratta, forse, della pianta di un antico villaggio? A prima vista, sembrerebbe di sì. I cerchi potrebbero indicare le abitazioni e i rettangoli i recinti dove venivano custoditi gli animali.

Fotografiamo con cura ogni graffito che scopriamo avanzando lungo la valle, talvolta attendendo le migliori condizioni di luce.

Giraffe e struzzi sono gli altri animali selvatici maggiormente riprodotti. Talvolta il solco chiaro spicca evidente sul supporto roccioso più scuro . Si tratta di incisioni recenti. Questi animali infatti erano presenti nella zona fino a non molto tempo fa.
Troviamo numerosi frammenti di uova di struzzo disseminati intorno; forse resti di antichi pasti.

Certamente molto più antichi sono i graffiti di alcuni elefanti . Come sempre ci sorprendono. Ci inducono ad immaginare un ambiente molto diverso, un tempo ricco d'acqua, ora regno di rocce e sabbia.

Il corpo di un pachiderma è messo in evidenza con una fitta picchiettatura che fa risaltare il sottostante colore più chiaro della roccia..
Volutamente, invece, è stato lasciato intatto il superficiale colore più scuro della pietra che permette di far risaltare il padiglione auricolare, le profonde pieghe della proboscide e il contorno dell'occhio . Un incisione accurata che rispetta le proporzioni dell'animale.
Un'altra scoperta la facciamo su un masso a una diecina di metri di altezza dalla base dell'uadi.
Si tratta di una complessa raffigurazione del periodo cristiano, prima della penetrazione islamica in Nubia. Si nota la raffigurazione di chiese, accanto ad uomini, forse in processione, che sorreggono delle croci. Incisioni che spiccano nitide sulla patina scura dei massi; semplici pagine di un periodo scomparso da secoli, che ci commuovono.
Troviamo infine una composizione complessa di bovini . Alcuni animali sono incisi con accuratezza e hanno una dimensione maggiore di altri finora scoperti..
Talvolta sono sovrapposti, in un intreccio che testimonia un ripetuto utilizzo del masso dalla superficie concava, situato ad una decina di metri dal fondo dell'uadi, visibile anche da lontano.
Un luogo particolare. Potrebbe trattarsi di una zona di culto. Una ipotesi suffragata dalla complessità dell'insieme e dalla particolare forma e posizione della roccia, non riscontrate in nessuna altra parte della valle.

Ci fermiamo nel uadi per alcuni giorni, poi torniamo sulla valle del Nilo.

Lasciamo la "valle dei graffiti". Così l'abbiamo chiamata per il grande numero di incisioni trovate. Siamo soddisfatti di aver effettuato questa documentazione dettagliata.
Forse, quando l'uadi sarà sommerso dall'acqua, sarà l'unica testimonianza di queste pagine di pietra destinate a scomparire per sempre.


Alfredo e Angelo Castiglioni

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