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La nascita del regime della fattoria e della villa nel mondo romano - di Vincenzo Allegrezza

L'affermazione dello Stato Romano nel territorio ovvero il sistematico sfruttamento olivicolo.

In tema di strutture economiche e giuridiche l'osservazione archeologica potrebbe dare, a mio modesto parere, idonei contributi, allorché si andassero a ricercare modalità relazionali tra fattorie e villae schiavistiche.Mi riferisco, in particolare , all'area archeologica dei siti de "l'Arco del Mignone",il "Minionis in arvis"di Virgilio [1]. L'osservazione di questa realtà potrebbe dare un elevato contributo all'analisi delle fonti giuridiche soprattutto se si considera che essa è rimasta , per caratteristiche archeologiche , agronomiche e pedologiche, immutata nei secoli.L'impressione che si può avere da questa realtà agraria e silvo-pastorale è che la sedimentazione dell'atteggiarsi della piccola-media fattoria, direttamente interconnessa spazialmente nei confronti della villa di tipo catoniano, nasconda una altrettanto sedimentato modus correlazionale costante nel tempo, una sorta di nucleo duro difficile a degenerare o modificarsi. L'occupazione e sfruttamento sistematico ed esteso del territorio de quo è un fenomeno che ha le sue origini e si inquadra nel complesso di una precoce romanizzazione , quando, in contemporanea ad una massiccia e sistematica bonifica (realizzata già in parte fin dalle operazioni belliche stesse), vengono impiantate innumerevoli fattorie dalle caratteristiche si direbbe quasi di fortificazione , per lo più dotate di messa in opera a secco con grandi blocchi monolitici in pietra locale che fungono da "mura"perimetrali, come sono altrettanto monolitici le arae dei torcularia , inserite nella maggior parte dei casi riscontrati in perfetta armonia e in contemporanea con il resto della struttura architettonica fin dal periodo della penetrazione romana . In queste aree, soprattutto il territorio considerato, subisce evidenti e potenti terrazzamenti, opere idrauliche, disboscamenti . Per bonifica intendo anche (oltre i disboscamenti) la realizzazione di canali artificiali anche per l'irrigazione (sempre con l'utilizzo di pietra locale). Fin dal loro impianto queste fattorie furono adibite, forse non di rado, allo sfruttamento di colture preesistenti etrusche, prevalentemente contrassegnate dalla produzione olearia .Indubbiamente la produzione olearia di queste fattorie molto dipese da colture olivicole preesistenti, d'origine etrusca che sono documentate sul piano botanico [2].Non vi sono dubbi che la preesistenza degli olivastri che rappresentano l'inselvatichimento della coltura olivicola , siano considerati dall'agronomia romana ma anche financo dalla legge, al fine di un loro trattamento per raggiungere la produttività propria dell'olivo "domestico" [3]. Ed intorno al 111 d.C, un provvedimento emanato dall'imperatore Traiano [4] andrà a regolare una forma mezzadrile prendendosi in considerazione i tempi per poter esigere la mercede al mezzadro che iniziava a coltivare terreni con la presenza di olivastri: solo dopo un lungo lasso di tempo gli olivastri o gli impianti ex novo di olivi, sarebbero potuti essere fruttiferi a sufficienza da permettere all'agricoltore di versare nelle mani del dominus una quota di quanto ricava e trasforma. Nei fondi messi per la prima volta a coltura arborea olivicola, il contadino è esentato dall'Imperatore affinché non corrisponda la pars quota in prodotti per dieci olivationes consecutive se la cultura è impiantata ex novo. Quando vi siano olivastri preesistenti da innestare, l'esenzione vale per cinque olivationes. I tempi che corrispondono verosimilmente a 14-15 anni per 5 olivationes, 20 anni per 10 olivationes. E olivastri inselvatichiti, d'origine antropica, si trovano ancora nel territorio considerato [5].Ma ritornando alla nascita delle fattorie, è impossibile considerarle villae in senso catoniano, ma sono i prodromi della villa schiavistica , sono piuttosto proto-villae,ovvero strutture che hanno già nel loro D.N.A. i principi ideologici a base del "De Agri Coltura" di Catone.La loro costruzione , in questa porzione di ager, fin dagli inizi del III sec. a.C, comporta inevitabilmente una prima fase di stabilizzazione di una conquista che sarebbe stata effimera se non vi fossero stati continue e strenue difese del suolo privato e dell' ager publicus. Le colture, legate a quest'ultimo, come il pascolo nel sottobosco del maiale, dovettero fin dall'inizio rappresentare una voce non da poco nell'alimentazione del colono. Gli aspetti del controllo e del dominio sul territorio, sono una costante del mondo romano anche per il periodo imperiale, dove sono celebri le lotte tra aratori e pastori [6], scaturenti dal fatto che non di rado quest'ultimi si trovavano ad essere privati di tratturi per la transumanza per la nascita di nuovi poderi che andavano a intercludere i passaggi. Anche i coloni-affittuari avevano nelle loro fattorie obblighi contrattuali di strenua difesa, pena il risarcimento dei danni nei confronti del proprietario della fattoria [7].Ma anche per i siti che sorgono per lo più in aree collinari la natura della coltura non è casuale: sorgono nelle aree più difficili da coltivare , quelle poste in posizioni pi elevate e che prima dell'azione dell'uomo dovevano essere occupate da porzioni di propaggini boschive dell'antica e temuta "Silva Ciminia", di cui rimangono reminiscenze toponomiche nel cosiddetto "Mons Ciminus" [8]. E' l'olivo ad essere la coltura prediletta, soprattutto laddove, sulle propaggini collinari , ai fini dell'impianto di tale coltura vennero disboscate aree probabilmente occupate da presenze arboricole, luoghi ideali per i nascondigli degli eserciti nemici soprattutto quando si affacciassero su preesistenti vie di comunicazione ancora utilizzate nelle strategie degli spostamenti militari e delle merci. E' l'olivo ad essere la coltura prediletta, soprattutto laddove, sulle propaggini collinari , ai fini dell'impianto di tale coltura vennero disboscate aree probabilmente occupate da presenze arboricole, luoghi ideali per i nascondigli degli eserciti nemici soprattutto quando si affacciassero su preesistenti vie di comunicazione ancora utilizzate nelle strategie degli spostamenti militari e delle merci. E' un disegno di occupazione del territorio che stabilizza una conquista. D'altro canto risulta evidente il ruolo strategico delle "villae" nel periodo annibalico quando i loro abitanti dovettero portare le scorte di frumento negli oppida fortificati [9].E'impossibile considerarle "villae"in senso catoniano. La loro costruzione in questa porzione di ager , fin dagli inizi del IV sec. a.C. comporta inevitabilmente una prima fase di stabilizzazione di una conquista che sarebbe stata effimera se non vi fossero state continue e strenue difese del suolo privato (si presume di almeno sette iugera) e dell'ager publicus che dovette fin dall'inizio rappresentare non una voce da poco nell'alimentazione del colono. Tanto che la proprietà agraria sembra essere ammantata da una sorta di funzione pubblica , dove vi è la "villa", vi è lo "stato" romano, la "res publica". Non vi possono essere dubbi che alla base vi sia stata una legislazione che avrebbe precorso per sistematicità quelle graccane se si guarda alla sua organicità di occupazione , stereotipicità delle stesse strutture architettoniche.C'è anzi da ritenere che il dato sia assolutamente assodato, laddove si fà riferimento alle deduzioni delle maggiori colonie dell'area, tutte posteriori al primievo insorgere architettonico delle "proto-villae" di cui sopra. Inoltre si deve ritenere che la natura delle colonie stesse non permetteva una assegnazione di terreni di tipo viritana così vasta e penetrante come si configura nella realtà. L'esistenza di una legislazione ad hoc sul modello di quella Veientana sulle assegnazioni agrarie del territorio è indubbia [10].Qui , in queste vallate e colline spesso impervie e primitive, la realtà variegatamene articolata del fundus è perdurata anche per un insieme di fattori morfologici e pedologici dello stesso, nonché forse sociologici e religiosi , che devono aver favorito il mantenimento di delimitazioni agrarie gromatiche, con il relativo frazionamento in più unità economiche distinte .Una realtà che sul piano degli usi, grazie ad una celebre definizione, propri dell'"inerzia del mondo agrario", copre un'arco di tempo elevatissimo che a volte tocca il V-VI sec.d.C., con delle evidenti reminiscenze (toponomastiche) ed in murature a secco divisorie di fondi che presentano spesso, almeno per la loro base, una fase d'uso d'epoca romana. Di queste delimitazioni si sono conservati esempi eccezionali di cippi iscritti , rinvenuti in special modo a Grasceta dei Cavallari, Grasceta Tonda, Grasceta di Tittarella, Monte Piantangeli : i testi sono limitati a cifre romane e ad angoli goniometrici incisi con evidente fine catastale, accanto alla cifra vi sono spesso riportate lettere alfabetiche, es.XX,V;XX,V;XXX V;M,II; VII,S; importanti segnacoli pre-catastali che trovano spesso il loro punto di riferimento gromatico proprio nel fiume Mignone [11].La presenza di santuari , poi, in queste aree, deve aver favorito la presenza di proprietà imputabile ai medesimi, una realtà poco considerata, ma importantissima , emergente fin dai primordi del calcolitico nel Medio Oriente, quando nasce in correlazione all'uso di questi terreni per il passaggio delle greggi o a pascolo, il concetto di servitù di pascolo e di passaggio nelle forme di un istituto che prevedeva il pagamento di offerte alle divinità "proprietarie" dei terreni, da parte di chi ne intendeva far uso [12].E proprio in relazione alla realtà religiosa si deve ritenere che a favore della conservazione dei cippi delimitatori apposti in epoca repubblicana, a volte etrusca, deve aver avuto un ruolo rilevante anche la concezione religiosa proprio dell'Etruria medesima che, ancora , in epoca tardo repubblicana trova una eccezionale testimonianza nei testi di agrimensura dei "gromatici veteres". In particolare la celebre c.d. "Profezia della Ninfa Vecu-Vegoia [13]".Quest'ultima si riferisce all'ordine cosmico posto all'inizio della storia da Iuppiter -Tinia , che viene violato da profanatori , che rimuovono i cippi di confine posti a delimitare le proprietà agrarie di ipotetici piccolo-medi agricoltori , forse di area volterrana. La fonte, un passo dei gromatici veteres sembrerebbe attestare una certa tecnicità giuridica del testo, soprattutto in riferimento al "crimen termini moti". Chi osa spostare, rimuovere i cippi delimitatori, schiavo di un proprietario terriero, o quest'ultimo stesso, viene sottoposto ad una maledizione . Anche da qui traspare quali furono le modalità dell'impoverimento dei piccoli medi proprietari con i "furbi" proprietari affamati di nuova terra ,che piano, piano, sottraevano terra con la rimozione dei loro termini [14].Uso contro cui i Gracchi si scagliarono con vigore e veemenza. A questa forza religiosa con capacità deterrente, relitto giuridico di un antichissimo istituto (si pensi alla maledizione del "lapis niger"),si affianca un altrettanto resistente substrato sociologico [15].Ancora questi cippi grafano la realtà del mondo agrario, fino ad attestare le assegnazioni di terreni pubblici sotto la qualifica di "ager quaestorius", un fenomeno di suddivisione di ager publicus attraverso la giurisdizione del questore, che vedrei ricorrere nella testimonianza epigrafica ricorrente su un esemplare eccezionale di cippo delimitatorio documentato dalla ass.arch. "Centumcellae" [16]. Al "quaestor",magistrato ausiliario, si ricorreva da parte dei cittadini romani perché venissero (suddivise e) assegnate porzioni di ager publicus rimaste indivise. L'elemento importante che rileva in questo mondo agrario che più di molti altri mostra un forte coefficiente di resistenza alla obnubilazione, è che in alcune località come la c.d. "Aretta" , la "Castellina",la "Fontanaccia", vi sono fenomeni non solo di estrema longevità, dimostrata dai resti abbondantissimi per l'epoca più tarda (ovvero il IV-VI d.C.) di cultura materiale [17] ma anche di convivenza e forte relazionalità di strutture, autonome sia nel senso architettonico che economico , che nel primo e secondo caso dei toponomi segnalati arrivano ad essere contigue .Tale dato di continuità di occupazione , presso l'Aretta [18], tocca dei picchi impressionanti sul piano delle "reminiscenze" di confini e della articolazione dello sfruttamento del territorio , realtà che sembrano mantenersi intatte sul piano toponomastico ancora in epoca alto medioevale ,con riscontri oggettivi sul piano archeologico di una affermata cultura agricolo-pastorale fino all'epoca dei primordi della realtà alto medioevale (VI sec.d.C.) , rappresentata, quest'ultima dalla presenza elevata di sigillata africana. L'aspetto di indubbio interesse è che tale sorta di aggregato rurale riconducibile all'Aretta potrebbe non aver visto nel IX°sec.a.C. , ancora , nell'alto Medioevo, una soluzione di continuità ed aver mantenuto , sostanzialmente ,una realtà giuridica sul piano della suddivisione delle entità fondiarie in sub-unità. La delimitazione concreta di queste aree è effettuata sotto un profilo eminentemente naturalistico : fiumi e torrenti , aree pubbliche come vie principali e secondarie, delimitano due terreni definiti "Cerviano" e "Canneto del Leone" (fondi toponomasticamente resistenti con tale denominazione ancora oggi), imputati direttamente alla esistenza di una unità architettonica e produttiva che, a differenza dei "casali" a capo dei terreni precedenti ,inequivocabilmente è definita questa volta "villa" (intesa in qualche modo il centro nevralgico dell'azienda), direttamente e permanentemente (a differenza dei casales ) riferibile alla "Cella di S.Maria sul Mignone ": la "villa" è forse oggi identificabile con il " Casalaccio ",struttura architettonica adibita a grande fattoria dall'epoca romana fino a tutt'oggi (con le ovvie soluzioni di continuità) . In epoca augustea una villa schiavistica. La presenza dello sfruttamento agricolo in epoca bizantina , che tocca dei picchi eclatanti in alcuni centri che si atteggiano a proto-castelli, è da attribuirsi alla presenza di uno sbocco commerciale grazie alla presenza attiva del porto (ormai bizantino) di Centumcellae che Procopio di Cesarea ci descrive ancora attivo ai suoi tempi.

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Note

[1] Virg.Aen.X,182-185, ovvero i terreni dell'ager che costeggiano l'odierno fiume Mignone (la cui navigabilità venne sfruttata fin da epoca etrusca per il trasporto delle merci),o che sono comunque storicamente ad esso riferibili, per tradizione storica o viabilità terrestre. Il materiale su tali insediamenti costituiti da villae e fattorie rustiche romane è inedito quasi del tutto .Con il presente lavoro si vuole solo dare una personale interpretazione di dati emersi da quanto documentato in ricognizioni dell'ass.Archeologica "Centumcellae",il cui lavoro (a cui ho dato un piccolo contributo negli ultimi dodici anni) , per quanto rimasto molto spesso nell'ombra ,costituisce uno dei massimi esempi di studio del mondo agrario romano per lo più in attesa di essere edito. Una pubblicazione , anche se solo frammentaria, dello studio territorio è confluita in:Caere ed il suo territorio:Da Agilla a Centumcellae , edito dal Poligrafico dello Stato, Civitavecchia-Roma ,1990. Il presente lavoro ha già avuto parziale pubblicazione cartacea: v. Vincenzo Allegrezza, "Oliveti e produzione olearia tra repubblica e principato nell'arco del Mignone: proposta interpretativa della relazione tra la villa catoniana e la fattoria a conduzione familiare" ,STASS,XXXIII,2004,p.49 e ss.

[2] L'indizio del diffondersi di una coltura sistematica ad olivo con il dominio romano è attestato archeologicamente: nei resti lignei rinvenuti nel santuario etrusco di Pyrgi, dove accanto a dei resti che ci descrivono un paesaggio vegetale ancora dominato da folti boschi in cui prevale il querceto misto (querce caducifoglie,carpini,olmi,aceri, ontani, pioppi, salici, ornelli (ornello =Fraxinus ornus delle Oleacee) con abeti bianchi sottoquota(per la presenza di foreste "primitive" ),si avverte solo nella metà del III sec.A.C., il diffondersi di una vegetazione tendente al climax mediterraneo delle querce sempreverdi associate a vite,olivo, e lillatro (su questo vedi Coccolini G. e Follieri M., "I legni dei pozzi del tempio A nel Santuario etrusco di Pyrgi", SE XLVIII,1980), il che fa propendere che la grande quantità di oliveti presenti nel territorio dovette essere produttiva soltanto a distanza di un ventennio dall'impianto degli olivi (per il trattamento degli olivastri , onde mutarli in domestici occorreva meno,come si può leggere nel testo supra).

[3] Chiara l'indicazione rilevantissima di Cato, De Agr.IV,3,1: da qui possiamo rilevare che vi è una sorta di programma cronologico da rispettare:secondo i consigli del Censore prima bisogna che , nella prima sua età il padre di famiglia, si dia cura di piantare il suo terreno...... poi dovrà costruire la "villa" in modo che la fattoria sia proporzionata al terreno (io qui riterrei che si parli solo della pars fructuaria).

[4] l'indicazione inequivocabile sui tempi produttività dell'oliveto ci viene inequivocabilmente mostrata da CIL ,VIII,25902,la famosa lex Villae Magnae Variani, commentata da Vito Antonio Sirago,L'Italia Agraria sotto Traiano,(Universitè deLouvain),Louvain,1958, pp. 171 e ss.,

[5] La realtà degli olivastri è un aspetto contemporaneo ai nostri tempi proprio nelle aree occupate dalle fattorie nell'arco del Mignone, qui infatti si possono riscontrare olivi inselvatichiti che, considerato il fatto che molto spesso non vi è stata più alcuna particolare coltura agricola dall'età romana, tranne l'allevamento di bestiame (le famose vacche maremmane),dopo l'ultimo dopo-guerra , allora non vi possono essere dubbi che gli attuali olivastri siano residui antropici di antiche culture olivicole.

[6] Vedi che il ruolo più economico-privatistico della salvaguardia della proprietà fondiaria, nelle epoche successive in ,Or.pro A Cluentio,59,161-162;e vedi ad esempio per le celebri controversie tra aratores e pastores in CIL IX 2438, commentata da Jens Erik, Skydsgaard, Transumance in Ancient Italy, ARID, VII, 1974, pp.34-36= "Transumanza nell'Italia antica",L'Aquila,1988,Ed.Japadre,pp.47 e ss. ; E.M.Corbier, Fiscus and patrimonium:the Saepinum Inscription and Transumance in the Abruzzi,J R S, 73(1983),pp.126-131.

[7] Dig,19.2.13.7(Ulp.,32 ad edictum):Ex exercitu veniente migravit conductor, deinde hospitio milites fenestras et cetera sustulerunt. Si domino non demonstravit et migravit, ex locato tenebitur: Labeo autem, si resistere potuit et non resistit, teneri ait, quae sententia vera est. Sed et si denuntiare non potuit , non puto eum teneri".

[8] Il Lucus o Mons Ciminus di Grasceta dei Cavallari , santuario disposto su una importante via interna.

[9] Mi sembre un dato oggettivo il ruolo strategico di queste "proto villae" sul piano dei controlli, emerga, ad es., da Livio , "Ab urbe condita", XXIII, 32,14 : "......ut frumenta omnes ex agris ante Kal.Iunias primas in urbes munitas conveherent ; qui non invexissent eius se agrum populaturum , servos sub hasta venditurum , villas incensurum .....",

[10] Sulla funzione meramente difensiva e militare di tale tipologia di colonie, vedi Feliciano Serrao , Diritto Privato economia e società nella storia di Roma, p.170, il chiarissimo autore ritiene che fossero composte da un ristretto numero di Coloni (spesso solo 300), c'è da rilevare , a conferma di ciò si rileva che il controllo della costa dovette essere la funzione principale di queste strutture fortificate , soprattuto contro tentativi punici di sbarco (si pensi alla prima guerra punica .), ma anche contro forme di pirateria etrusca.

[11] Per i cippi iscritti nel territorio da noi considerato vedi la grande quantità di termini vedi lo studio di Enrico Angelo Stanco: "I cippi con iscrizione della zona del Marano", in Caere...,op.cit., pp.122 e ss.;

[12] The Archaeology of Society in the Holy Land, Edited by Thomas E. Levy, Leicester University, 1998 .

[13] Gromatici Veteres,pp.348-350,L, commentati in opera monografica di Alfredo Valvo,La profezia della Ninfa Veglia:proprietà fondiaria e auruspicina in Etruria nel I° sec.a.C.,Roma,1988;vedi anche il catalogo della mostra realizzata a Venezia,a cura di Mario Torelli: "Gli Etruschi",Venezia,2000,p.270-271. La sacralità delle delimitazioni,infatti, hanno un ruolo sociologico e religioso come deterrente nell'espansione della proprietà fondiaria,vedi sullo specifico argomento:Antonio Mazzarino, Sociologia del mondo etrusco e problemi della tarda antichità, in Historia VI(1957),pp.98-122 .

[14] Sono le drammatiche vicende narrate da App., B.C., I.7-8

[15] Dall'analisi del succitato passo dei gromatici veteres e' stato giustamente osservato che il passo presenti dei servi con capacità possessoria e si ipotizza che questi possano essere costituiti da una sorta di precoce anticipazione del fenomeno giuridico dei "servi quasi coloni" in area etrusca per le sue peculiari strutture sociali proprie della infraorganizzazione delle grandi familie imprenditoriali che Cicerone ci riporta: i Fulcinii,i Cecina di Tarquinia, ad esempio, od i Saserna (De R.r.,I,16,5;I,182.6) , i Tarquitii di Caere.

[16] Vedi Caere... ,op.cit.,p.17, 177.

[17] Il dato non solo è archeologico, relativo soprattutto alla presenza di grandi quantità di terra sigillata chiara od "africana" di tipo " D" del V,VI, sec.d.C.,(alla cui catalogazione ho partecipato personalmente), ma anche storiografico , vedi ad es.Rutilio Namaziano che, nel viaggio via mare del 417 d.C., ci narra che, nella zona di Roma, solo il territorio, il porto e la ben munita città di Centumcellae ,mantenevano inalterato il loro potenziale produttivo a dispetto delle antiche ed un tempo famose città di Alsium,Caere e Pyrgi: Rut. Claudius Namatianus ,De Reditu suo,Lib.I v.223 e ss., e Procopio di Cesarea, che ci descrive l'allora popolosa medesima città ne "La guerra Gotica",a cura di Domenico Comparetti.Roma, Ist.Storico Italiano per il Medioevo,1970,Ristampa anastatica dell'ed.1898, vol.II pag.50-51.

[18] Su ciò vedi Antonio Maffei,"Civitavecchia ed il suo entroterra dal V secolo all'inizio del IX", nel catalogo della mostra "Civitavecchia ed il suo entroterra durante il Medioevo",Civitavecchia,1986, pp.46 e ss,che commenta Reg. Farf. Vol.II , p.85, doc.92. (Ma vedi ancora Reg. Farf., doc.273 ,328 ,404 ,438, commentato in C. Calisse , Storia cittadina, ed.1936,p.83)






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Foto 1a. Gli eccezionali frammenti acroteriali rinvenuti da Vincenzo Allegrezza in località "Scarti di S. Antonio" prima di essere consegnati dallo stesso alla guardia di finanza. Da notare che sulla parte del frammento più grosso che corrisponde anatomicamente ad una gamba si possono notare le ferite inferte dai cani realizzate con maestria.
Foto 1a. Gli eccezionali frammenti acroteriali rinvenuti da Vincenzo Allegrezza in località "Scarti di S. Antonio" prima di essere consegnati dallo stesso alla guardia di finanza. Da notare che sulla parte del frammento più grosso che corrisponde anatomicamente ad una gamba si possono notare le ferite inferte dai cani realizzate con maestria.

Foto 1b. Altra visuale dei reperti visti dall'alto. Attualmente i resti del frontone sono in restauro.
Foto 1b. Altra visuale dei reperti visti dall'alto. Attualmente i resti del frontone sono in restauro.

Figura 2. Sferra Cavallo: ara del torcularium convesso con zigrinature
Figura 2. Sferra Cavallo: ara del torcularium convesso con zigrinature

Figura 3. Colline dell'Argento-Costa Romagnola. Visuale complessiva dell'ambiente del torchio con l’ara infissa.
Figura 3. Colline dell'Argento-Costa Romagnola. Visuale complessiva dell'ambiente del torchio con l’ara infissa.

Figura 4. Costa Romagnola: frammento di altro torcularium quadrangolare facente coppia con il precedente, da notare la scanalatura che corre intorno l'ara.
Figura 4. Costa Romagnola: frammento di altro torcularium quadrangolare facente coppia con il precedente, da notare la scanalatura che corre intorno l'ara.

Foto 5a. Scarpatosta. Ara di grandi dimensioni per il torcularium con mola forse pertinenti al medesimo "oleificio".
Foto 5a. Scarpatosta. Ara di grandi dimensioni per il torcularium con mola forse pertinenti al medesimo "oleificio".

Foto 5b. Scarpatosta. Mola olearia del trapetum, posta per motivi di abbellimento da un moderno contadino sull'ara del torchio.
Foto 5b. Scarpatosta. Mola olearia del trapetum, posta per motivi di abbellimento da un moderno contadino sull'ara del torchio.

Foto 6. Località Casale Zampa d'Agnello. Grande ara del torcularium. Solco. Particolare
Foto 6. Località Casale Zampa d'Agnello. Grande ara del torcularium. Solco. Particolare

Foto 7. Costa Romagnola: muro dell'ambiente del torchio con incassature per le travi del torchio. Particolare.
Foto 7. Costa Romagnola: muro dell'ambiente del torchio con incassature per le travi del torchio. Particolare.